N.03
Maggio/Giugno 1987

La settimana vocazionale nella comunità parrocchiale

 

Contenuti

Uno degli aspetti più confortanti della vita ecclesiale italiana in questo periodo del dopo-Concilio è la presa di coscienza sempre più diffusa della necessità di un’evangelizzazione capillare della dimensione vocazionale inerente ad ogni vita cristiana.

D’altra parte, impostare la propria vita cristiana e battesimale come una risposta continua alle esigenze del Signore che ci interpella attraverso gli avvenimenti della nostra esistenza, è una conseguenza diretta della riscoperta della dimensione personale che deve caratterizzare il rapporto dell’uomo con Dio e con la Chiesa, Sacramento Universale della Sua Presenza, riscoperta che è appunto il cuore del messaggio conciliare.

Proprio questa duplice direzione della dimensione personale della vita cristiana, verticale verso Dio ed orizzontale verso i fratelli, definisce così anche la duplice direzione di scoperta e di sviluppo di ogni vocazione cristiana.

Essendo poi ogni vocazione cristiana essenzialmente legata al Battesimo che ci costituisce figli di Dio ad immagine di Cristo, ecco che scoprire e realizzare la propria vocazione cristiana significa scoprire e realizzare nella propria vita il modo personalissimo (“il Signore chiama per nome”) con cui Dio, la Trinità che è comunione d’amore fra Persone, desidera che conformiamo la nostra vita a quella di Cristo, la nostra persona alla sua Persona.

E poiché il segreto della Persona divino-umana del Cristo è contenuto tutto nella sua consapevolezza di essere un Dono, un Dono fatto dal Padre agli altri suoi fratelli uomini, un Dono che al Padre deve ritornare attraverso la propria donazione di comunione con i fratelli (Ef 4,8), ecco che la scoperta e la realizzazione della vocazione di ciascuno consiste nello scoprirsi e realizzarsi come uno stupendo dono che Dio fa all’umanità. Un dono di comunione che nella comunione con i fratelli trova la propria verità e la propria personalissima via verso la realizzazione della pienezza della propria vita: la strada-Cristo del ritorno al Padre.

Annunciare a ciascuno la lieta novella di essere un dono di Dio, un dono fatto per donarsi: in questo consiste il contenuto di ogni evangelizzazione vocazionale. E siccome questa evangelizzazione non tocca un aspetto morale qualsiasi della persona, ma il centro della persona stessa e pretende di dimostrare ciò che umanamente sembra assurdo, che cioè l’imperativo di donarsi completamente, nel matrimonio o nella vita di consacrazione, in questo o quel servizio, è una “lieta novella”, le modalità di questo annuncio, se non vogliamo essere irrilevanti o addirittura controproducenti, assumono un’importanza decisiva.

La personalizzazione dovrà essere così il criterio-guida per orientare qualsiasi azione pastorale in campo vocazionale.

 

 

Metodologia

Sulla base di quanto finora visto, una settimana vocazionale parrocchiale dovrà essere finalizzata a che ciascun membro della comunità, ognuno al suo livello di impegno ecclesiale – nel rispetto cioè della distinzione evangelica fra “folla”, “discepoli” ed “apostoli” – scopra o rinnovi la propria consapevolezza che l’autentica gioia e realizzazione di una persona si trova nella sua capacità di donarsi a Dio, nell’amore e nel servizio ai fratelli.

Proprio questa attenzione al singolo ed al suo essere persona, collocherà l’azione pastorale vocazionale nella sua giusta dimensione ecclesiale. L’annuncio vocazionale non è reclutamento di mano d’opera per le opere del Regno, ma azione educativa della responsabilità di ciascuno – bambino, giovane, adulto o anziano – perché si realizzi nella sua duplice dimensione, “verticale” ed “orizzontale”, di dono personale all’Altro e agli altri nella concretezza della propria vita e secondo la misura della propria fede e amore a Dio in Cristo.

La dimensione ecclesiale di ogni vocazione dovrà essere così manifestata essenzialmente dal contesto comunitario (l’Assemblea domenicale; il gruppo di impegno, di vita o di catechesi; l’incontro personale) e dal carattere ecclesiale dell’annuncio e della testimonianza vocazionali.

Proprio perché è tutta la comunità ecclesiale in ciascuno dei suoi membri, che è invitata a prendere coscienza dell’urgenza di vivere la propria vita come risposta ad una vocazione alla sequela del Cristo – senza disprezzare iniziative collaterali come mostre, spettacoli, proiezioni, etc. a sfondo vocazionale – il centro della settimana vocazionale dovrà essere la proposta di modelli concreti di risposta all’appello di Dio, secondo le diverse vocazioni.

Solo la testimonianza vissuta infatti può rendere credibile il lieto annuncio della chiamata al dono di se stesso, liberando nello stesso tempo chi ha saputo fare scelte coraggiose nella sua vita di laico o di consacrato, da quell’aura di eroismo lontano dalla concretezza della vita di ogni giorno, che può far scattare in colui che riceve l’annuncio il facile meccanismo del nascondersi dietro al “è troppo per me” e quindi del “non mi riguarda”.

D’altra parte, il mostrare per ciascun aspetto dell’unica vocazione cristiana i due possibili modi di realizzazione, laico e consacrato (sacerdotale e religioso), diviene testimonianza evidente della complementarietà inscindibile fra questi due generi di vocazioni e quindi della natura intrinsecamente ecclesiale di ogni vocazione. La settimana vocazionale può divenire così un momento stupendo di comunione ecclesiale, per una comunità che ritrova nella molteplice unità delle diverse vocazioni le ragioni più profonde del suo essere, tutti alla sequela dell’unico ideale-Cristo. Un ideale reso tangibile dalla testimonianza di semplice dedizione di testimoni opportunamente scelti per ciascuna categoria di persone (adolescenti, giovani, adulti, anziani) che possano far scoprire o ritrovare a ciascuno la gioia ed il coraggio di credere che è possibile vivere secondo certi ideali.

Questo invito alla personalizzazione ed alla comunione piene della propria vita, che deve costituire il nucleo tangibile di un annuncio vocazionale, sarà naturalmente tanto più evidente quanto sarà concesso a coloro che partecipano all’incontro di intervenire e magari di instaurare dei rapporti stabili nel tempo con coloro che, rendendo la loro testimonianza, li hanno richiamati a consapevolezza.

In particolare per i giovani, che più ancora che i bambini e gli adolescenti vanno considerati i primi destinatari dell’annuncio vocazionale, risulta validissimo dall’esperienza, almeno con i gruppi più impegnati, concepire l’incontro della settimana vocazionale in forma di giornata vocazionale. Una giornata, in cui un congruo spazio venga riservato all’interiorizzazione dell’annuncio e delle testimonianze.

Uno schema di giornata vocazionale per i giovani potrebbe essere il seguente:

– All’inizio della mattinata, dopo un’introduzione al tema della giornata, la presentazione di una duplice testimonianza vocazionale da parte di una coppia e di un consacrato/a (sacerdote o religioso/a) che evidenzino, riguardo ad un aspetto della vocazione cristiana (evangelizzazione, servizio, etc.) i distinti e complementari modi di viverlo nei due stati di vita.

– Quindi un momento prolungato di preghiera, magari con l’ausilio di un ciclostilato preparato ad hoc che aiuti, mediante una traccia biblica e meditativa, a leggere le testimonianze nel contesto dell’unica vocazione fondamentale del dono personale di sé, vissuta però secondo le specificità caratteristiche della vocazione laicale e di quella consacrata. Questa traccia deve servire anche ad introdurre il momento successivo.

– Riflessione in piccoli gruppi (7-10 persone al massimo), animati dalla presenza al loro interno di un giovane seminarista o novizio/a che, possibilmente, non siano i medesimi che eventualmente hanno reso la testimonianza, così che i due generi fondamentali di vocazione siano rappresentati. In questi gruppi ciascuno sarà invitato ad esprimersi e prendere posizione, per poi, dopo il pranzo, portare i frutti della ricerca nell’ambito del successivo incontro.

– Una riunione plenaria dove tutti abbiano possibilità, oltre che di ascoltare il lavoro degli altri, di porre quesiti ed interrogativi alle testimonianze del mattino che, inutile dirlo, dovranno essere parecchio stimolanti e significative per gioia e dedizione.

 

Ciò che, in base alla mia esperienza di quasi nove anni di lavoro nel campo vocazionale, non mi stancherò mai di ripetere è che questo come altri tipi di incontro comunitario a scopo vocazionale non sono fine a se stessi. Essi devono essere solo l’occasione per stimolare i giovani ad un confronto personale con l’educatore responsabile, il sacerdote o la religiosa, visto che solo a questo terzo livello dell’azione pastorale, e non a quelli precedenti dell’evangelizzazione e della catechesi, propriamente si sviluppa una maturazione vocazionale. Soprattutto quando si trattasse di una vocazione di consacrazione sacerdotale o religiosa, dove, ricordiamolo, il fondamentale mediatore umano di questa maturazione, che nella vocazione matrimoniale è il partner – che infatti nel Sacramento del Matrimonio sarà costituito, addirittura mediante una grazia specifica, in questa funzione (cfr. 1Cor 7,14) – è proprio la guida spirituale!

 

 

In sintesi…

L’organizzazione di una settimana vocazionale dovrebbe tener presente questi principi, da incarnare nelle diverse situazioni e sensibilità.

1. Una serie di manifestazioni collaterali di sensibilizzazione a livello generale (mostre, proiezioni, recitals, marce/pellegrinaggi a luoghi particolarmente significativi, etc.) che precedano (ma anche accompagnino o seguano) la settimana vocazionale vera e propria.

2. Una serie di incontri di gruppo divisi per le diverse fasce di età secondo le linee sopra esposte, in cui mediante la testimonianza di “vocazioni ben realizzate” ciascuno possa essere risvegliato e/o orientato a consapevolezza vocazionale. Ovvero aiutato a vivere la propria vita come risposta ad un appello divino del dono personale di sé secondo l’unico modello di Cristo, nella vita laicale e/o consacrata. Inutile dire che la preparazione e lo sviluppo di questi incontri saranno il luogo privilegiato per lo sviluppo di una incisiva catechesi vocazionale prolungata nel tempo.

3. L’orientamento personale del singolo attraverso il colloquio spirituale personale di cui in particolare il giovane ha oggi estremo bisogno. Data l’ampiezza del fenomeno (tanto più rilevante quanto la cultura esterna è aliena dai valori cristiani), è essenziale che il sacerdote divenga il punto di riferimento di questa azione pastorale personale, che in qualche modo deve coinvolgere tutti gli educatori delle comunità, formando ed attrezzando (con libri, linee di intervento, etc.) i diversi responsabili di gruppo (laici e religiosi) al seguire personalmente i singoli nella loro crescita umana e spirituale e non solo a guidare il gruppo. Ricordiamo infatti che il carisma del consiglio spirituale (come la figura del maestro/a dei novizi esemplifica) è legato al Battesimo ed alla maturazione personale e spirituale del singolo “maestro”. In altri termini, senza un recupero della direzione spirituale l’impostazione di un’organica pastorale vocazionale, soprattutto per le vocazioni di consacrazione, resta utopistica e in qualche modo scalfisce il problema. Data la necessità ed il numero di sacerdoti però, questo recupero non può prescindere da una maturazione in questo senso della comunità cristiana intera nei suoi membri più rappresentativi. Maturazione che possa far da supporto all’azione del sacerdote anche in questo delicato compito, che, nella sua pienezza e nel suo intimo aggancio con la componente sacramentale della Riconciliazione, resta, ovviamente, specificamente ed essenzialmente sacerdotale.