N.01
Gennaio/Febbraio 1986

La comunità cristiana per la “realtà giovani”

La realtà giovanile sempre più sta polarizzando l’attenzione dei pastoralisti e degli operatori parrocchiali, perché dalla capacità di ascolto e di accoglienza del mondo giovanile dipende in gran parte la vitalità e l’efficacia evangelizzante delle nostre Parrocchie.

C’è da domandarsi se la Parrocchia è effettivamente aperta specialmente alle esigenze delle nuove generazioni, che chiedono attenzione e ascolto, desiderano essere riconosciute e coinvolte nel tessuto partecipativo delle nostre comunità, senza pregiudizi e senza tentativi di inglobamento funzionale e strumentale, per rispondere con scelte e con impegni pastorali adeguati ai loro bisogni.

Si nota che la presenza dei giovani adulti (18 – 30 anni) nelle nostre Parrocchie è piuttosto scarsa per numero e significanza e che per i più giovani (dalla Cresima ai 18 anni) si annaspa ancora tra esperienze pastorali diversificate, per lo più di tipo spontaneistico e frammentario, senza un progetto organico e unitario e spesso senza una valutazione seria dei risvolti culturali e sociali di queste fasce di età.

Mettere la Parrocchia di fronte a queste responsabilità, coinvolgendo soprattutto gli adulti in questo esame coraggioso e sincero sugli strumenti e sullo stile pastorali della comunità nel far propri gli interrogativi dei giovani, significa ancora una volta ritornare sulla identità e sulla rilevanza della Parrocchia per l’evangelizzazione delle nuove generazioni, sottolineando che solo una comunità parrocchiale aperta, che vive la comunione, la corresponsabilità e lo spirito di partecipazione, può guardare ai giovani come “dono di Dio” e come “profezia” per la Chiesa.

L’apertura della Parrocchia alle istanze delle nuove generazioni si scontra con due gravi difficoltà: una deriva dal modo con cui spesso le nostre comunità si pongono di fronte al mondo dei giovani e l’altra da quello con cui i giovani si pongono di fronte a ciò che la Parrocchia è e fa.

Molte delle nostre Parrocchie sono ancora troppo preoccupate della cosiddetta “pastorale ad intra”, realizzata attraverso le forme classiche della edificazione-consolidamento della comunità: catechesi, liturgia, esercizio della carità, con un impegno destinato a coinvolgere persone che hanno già una qualche appartenenza a Cristo, e alla Chiesa e sono sensibili ai problemi della fede.

Si deve riconoscere lealmente che, in questi campi, molte delle nostre Parrocchie pongono oggi in atto strumenti e iniziative concrete e diversificate, le quali tuttavia trovano disponibili un numero relativamente ristretto di giovani, senza porsi troppi interrogativi su quelle che sono le istanze di tutto il mondo giovanile, specialmente di quei giovani che, pur rifiutando a volte l’istituzione ecclesiale, sono alla ricerca di senso da dare alla propria vita e di risposte ai problemi direttamente o indirettamente connessi con la fede e ai valori etici.

La Parrocchia per essere aperta deve generare “spazi” aperti ai giovani in ordine alle esigenze culturali, all’impiego del tempo libero, alla presa di coscienza di valori umani avvertiti (giustizia, pace, solidarietà, ecc.) ma non illuminati dal Vangelo, per arrivare alle problematiche che angustiano il mondo giovanile, come la disoccupazione, l’obiezione di coscienza, la droga.

La seconda difficoltà nasce dal modo con cui molti giovani si pongono oggi davanti alla realtà della Parrocchia, di ciò che essa è e fa.

Esiste, anzi è molto diffuso, in giovani che si dichiarano credenti e che hanno fatto una qualche esperienza religiosa nella fanciullezza e nella prima adolescenza, un atteggiamento se non di totale ed esplicito rifiuto, certo di “presa di distanza” di fronte all’istituzione ecclesiale.

Lo si nota con ricorrente frequenza, per esempio, nei giovani trentenni che vengono a chiedere il matrimonio religioso.

Tale atteggiamento mette a nudo un problema più vasto e complesso che riguarda la difficoltà ad accettare la “legge della sacramentalità” (o “delle mediazioni”), che pure è propria della religione rivelata e caratterizza perciò l’economia della salvezza.

La fede, che pure viene dichiarata, è o a livello istintivo – emozionale o ad uno stadio di pura istanza intellettuale, a seconda della cultura, dell’educazione e del retroterra familiare o sociale.

Il rapporto con Dio si esaurisce nella sfera puramente individuale, mentre l’adesione ad alcuni valori umani ed etici è misurata in riferimento esclusivo ad una coscienza personale che non si fonda sulla parola di Dio e tanto meno sul magistero della Chiesa, spesso rifiutato in blocco perché antistorico e poco attento alle istanze moderne.

Troppo lungo sarebbe individuare le matrici che determinano un tale atteggiamento che andrebbero cercate nella cultura positivistica e razionalistica che ha influenzato la cultura delle ultime generazioni.

Se si aggiunge poi il fenomeno della secolarizzazione, che investe soprattutto il mondo giovanile, con tutti i subdoli tentativi di relegare la religione nell’ambito della vita privata, escludendo ogni influsso ispiratore nelle strutture e nelle istituzioni della comunità degli uomini, fino a ritenere la religione estraniante e, come si suol dire, alienante dai compiti secolari, che l’uomo secolarizzato considera preminenti o addirittura esclusivi, il discorso diventerebbe ancora più difficile.

Ma come tutta questa problematica arriva alle nostre Parrocchie? Come le nostre comunità si fanno carico di questi interrogativi? Come vi rispondono?

 

 

 

Una premessa indispensabile: partire dai fatti

Le nostre Parrocchie non potranno aprirsi alle esigenze dei giovani se non scopriranno e non valuteranno attentamente che cosa è avvenuto e ancora sta avvenendo nella complessa realtà giovanile di oggi: non possiamo ignorarla né sottovalutarla. Solo una attenzione costante e sincera al mondo delle nuove generazioni potrà far nascere risposte diverse. Attenzione ai giovani al fine di “conoscere” nella maniera più vera ed obiettiva possibile la loro vita reale e, attraverso tale conoscenza, rendersi conto delle strutture e dei modelli di vita dell’attuale società.

Se vogliamo che i giovani vengano a contribuire e a collaborare responsabilmente allo sforzo di apertura della Parrocchia, al rinnovamento dell’impegno missionario, profetico, catechistico, liturgico e caritativo della Chiesa, dobbiamo educare gli adulti a condividere il più possibile le esperienze dei giovani, evitando la demagogia o il tentativo del recupero.

Ma non si può condividere se non si conosce; se gli adulti non si fanno interpellare dalle esigenze radicali del Vangelo, camminando con i giovani al fine di imparare insieme a vivere l’unità nella diversità e a costruire un modo attento alle aspirazioni dei giovani.

Aprirsi alla condizione giovanile, come indicativa dei processi in atto, offre il vantaggio di cogliere in nuce l’origine e lo sviluppo di atteggiamenti e comportamenti che saranno poi largamente presenti in futuro. E, d’altra parte, molte ripercussioni della situazione attuale vanno ad interessare in forma preminente proprio i giovani. Possiamo allora affermare che la condizione giovanile rappresenta una sorta di “laboratorio” sociale ideale per indagini su quello che sta succedendo e su quello che succederà nella nostra città, con evidenti implicazioni pastorali per tutta la vita e la missione della Parrocchia oggi e domani.

Capire come i giovani stiano cambiando e verso quali direzioni si dirigono è una necessità primaria di tutta l’evangelizzazione e di tutta la struttura missionaria delle nostre Parrocchie.

 

 

 

Un forte e vivace stimolo dal convegno ecclesiale di Loreto

La Chiesa italiana ha vissuto a Loreto, dopo Pasqua, con il Convegno ecclesiale, una straordinaria stimolazione e un eccezionale impulso per l’attuazione del piano pastorale della CEI per gli anni ‘80, dentro il quale si colloca il nostro discorso sulla Parrocchia.

Mons. Chiarinelli, Vescovo di Sora, presentando durante la XXV Assemblea della CEI, la nota pastorale dei Vescovi italiani metteva in evidenza che il Convegno ecclesiale di Loreto va collocato come tappa di un lungo cammino che segna la Chiesa in Italia. “Loreto – diceva – sembra aver dato inizio ad una nuova stagione: quella della ricerca dell’unità e della missionarietà. Il quadro che il Convegno ci presenta è ampio, complesso, esigente: il carico delle attese e le possibilità intraviste sollecitano scelte conseguenti. Tutta questa ricchezza dovrà passare nelle Chiese locali: modi e tempi dovranno rapportarsi ai differenti ritmi di cammino”.

 

Ora, vogliamo attingere dalla ricchezza dei contenuti e dallo stile ecclesiale emersi durante quelle giornate di grazia, uno stimolo a proseguire il nostro cammino seguendo quelle piste che dal Convegno sono emerse e che sembrano reclamare “convergenza convinta, solidarietà di progettazione, puntualità di impegno da parte di tutti”.

E queste piste sono i cinque ambiti, dentro i quali è parso più urgente il recupero della riconciliazione e che hanno costituito i canali essenziali dentro i quali si è mosso il Convegno e sono stati raccolti i contributi e le riflessioni dei convegnisti:

– la coscienza personale: luogo primario della riconciliazione;

– mediazioni educative e riconciliazione;

– la riconciliazione nella chiesa;

– il ministero della riconciliazione;

– la Chiesa e il Paese in un cammino di riconciliazione.

Questi cinque ambiti possono diventare altrettanti momenti per la nostra riflessione e per la nostra progettazione, applicandoli alla vita e alla missione della Parrocchia.

Dal Convegno di Loreto è salita forte l’attesa e l’urgenza dell’autenticità cristiana, senza mistificazioni e senza ricorrere a surrogati. Questa esigenza interpella tutti: le diverse componenti e l’intera comunità ecclesiale.

Questa autenticità cristiana, frutto di una robusta e coerente spiritualità deve diventare dinamismo di missionarietà nella Chiesa e deve sempre più tradursi in diffusione dei valori cristiani nella vita quotidiana, nelle famiglie, nella società, nella cultura, nel mondo del lavoro, tra gli ultimi e soprattutto tra le nuove generazioni.

Ma per arrivare a questo le nostre Parrocchie devono scoprire e rivitalizzare sempre più il loro ruolo pedagogico, nella formazione di sane e robuste coscienze personali che sappiano vivere il Vangelo e le sue esigenti conseguenze nella vita sia ecclesiale sia civile.

Dinanzi alla complessità, alle ambiguità e alle contraddizioni della società contemporanea non ci si può ritrarre e fuggire né abdicare rassegnatamente.

Ecco allora, l’ambito delle mediazioni educative, l’offerta di luoghi pedagogici, la maturazione delle coscienze dentro ambiti culturali ed educativi inediti, da inventare dentro esperienze associative ricche e momenti di aggregazione concreti e affascinanti.

La catechesi, la liturgia, la vita di relazione nella comunità ecclesiale sono chiamate a tradursi in itinerari educativi di uomini e di donne, che, nell’oggi della Chiesa e del Paese sappiano essere credenti senza riserve e cittadini a pieno titolo.

 

Per questo occorre, all’interno delle nostre comunità parrocchiali avviare e celebrare sempre più un clima di compartecipazione e di corresponsabilità che aiuti tutti a scoprire il proprio ruolo e la propria ministerialità. La riconciliazione all’interno delle nostre Parrocchie è un cammino sempre aperto, è una mentalità di permanente e instancabile conversione; è un ministero che si deve compiere nella tensione condivisa da tutti verso la Comunità che fa la comunità.

Loreto ha detto che la riconciliazione è possibile se accoglieremo il dono che il Signore ci fa della Sua misericordia e se sapremo individuare forme, vie e modalità nelle quali si renda visibile e si faccia esperienza della pace infinita e trascendente di Dio.

 

Questa è l’unica strada – e il Convegno di Loreto ce l’ha ancora una volta ribadito – affinché le nuove generazioni possano guardare alla Chiesa e alle nostre Parrocchie come ad un luogo, ad una famiglia, ad una scuola dove s’impara a vivere con pienezza.