N.01
Gennaio/Febbraio 1986

Dall’esperienza di preghiera alla maturazione di un progetto vocazionale

In ogni esistenza umana arriva il momento in cui, coscientemente o no, si è chiamati a fare quella che per me è la scelta fondamentale della vita di un uomo: mettere al centro dell’esistenza e della storia di questa esistenza il mio “io” oppure il mio “tu”, mettere al centro l’“io” o il “tu”.

Se scelgo il “tu” la vita acquista un volto diverso, nuovo. Ammetto nella mia vita l’“altro”, il diverso. Esco da un mondo di specchi e di echi che mi rimandano immagini e suoni che sono di mia produzione. Trovo la vita nella relazione. Accetto che non esiste la “cosa in sé”, ma che la vita, l’essere è nella relazione. Scopro che l’atomo della realtà non è una monade, ma un binomio, non è “io” ma è “io-tu”. Il mio modo di conoscere non è più un impadronirmi, ma un farmi ospite. Il mio modo di accogliere non è un ridurre a, ma un dispormi al cambiamento che la novità dell’altro potrà esigere. Il mio modo di parlare sarà innanzitutto ascoltare.

Le stesse grandi religioni del mondo possono essere suddivise in due grandi gruppi: le religioni dell’io e quelle del tu; quelle in cui Dio alla fine è un prolungamento del mio io o io del suo e quelle in cui Dio è Altro, è Tu. Di fronte ad un Dio del genere l’unico modo per conoscerlo è quello della sua libera autorivelazione, così come posso giungere ad una vera conoscenza di qualsiasi altro uomo solo se gli permetto di rivelarsi.

Mettere il “tu” al centro, fare questa che è la scelta delle scelte, è credere alla dialogicità dell’esistenza è credere alla “parola – tra”, tra me e il tu che in questo momento mi sta di fronte, tra me e quel Tu di fronte al quale soltanto io sono.

La fede la si può vivere come accettazione di una serie di affermazioni (ritenute per vere), come fedeltà ad una serie di norme morali, come osservanza di certe pratiche religiose, come condivisione di una “ideologia”, un modo di vedere la realtà e di volerla trasformare, come capacità di praticare tecniche di meditazione per entrare in contatto con l’Assoluto. Ma una fede vera non è innanzitutto questo. La fede cristiana è avere un rapporto di amicizia con Gesù di Nazareth, il Crocifisso – Risorto, è avere a che fare con un Cristo vivo, presente, amico.

Il giorno d’inizio della fede così come se ne parla nei vangeli è il giorno in cui un uomo scopre che Cristo è vivo e lo ama. Con un precetto morale, con una affermazione dogmatica, con una pratica religiosa non è possibile dialogare, ma con un Cristo vivo si. L’esperienza di fede non è più statica, prevista, regolare, diventa invece viva, imprevedibile come imprevedibile e non programmabile è una persona.

Vivere la vita come vocazione penso sia possibile solo all’interno di questi presupposti. Solo un Cristo vivo, altro da me, può stare all’origine di una vita vissuta come dialogo, “parola – tra” chiamata e risposta.

La prima definizione di preghiera che io ricordi è questa: la preghiera è il dialogo tra l’uomo e Dio, “parola – tra” uomo e Dio. Per questo preghiera e vocazione sono inscindibili. Una vera chiamata non può mai accadere al di fuori della preghiera, è sempre preghiera, perché è “parola – tra” Dio che chiama, chiede e l’uomo che ascolta, risponde. Anche se lo fa attraverso le miserie dell’uomo per le strade del mondo e non nello splendore di una visione nel tempio è sempre Dio che chiama. Anzi, solo se attraverso quelle miserie l’uomo percepisce una voce che viene dal punto di intersezione tra il tempo e l’eternità trova il coraggio di dare tutta la vita per gli altri, per sempre. Anche le vocazioni partite da un autentico voler fare qualcosa per gli altri, partite come “impegno sociale” per gli altri si sono chiarite e sono diventate scelte di vita solo nel “faccia – a – faccia” con Gesù.

Per questo educare alla preghiera è il modo vero di educare . a vivere la vita come vocazione è permettere ad una vocazione particolare di emergere, di chiarirsi, di giungere al coraggio della scelta totale e definitiva.

Quando si presenta un ragazzo o una ragazza che dicono di non sapere che fare della propria vita, che dicono di aver paura di Dio perché potrebbe chiedere troppo, che dicono di “sentire” certe cose, di pensarne in certi momenti particolari altre,. cerco di introdurli alla preghiera ponendoli nella condizione di fare il passaggio da una fede di seconda mano a quella fede che è esperienza di dialogo e amicizia con una persona viva.

In questo cammino oltre alla scoperta di cos’è la preghiera grazie alla fedeltà personale del giovane e agli insegnamenti di qualche maestro sperimentato in questo campo è di fondamentale importanza l’introduzione alla preghiera con la Bibbia in generale e con il Vangelo in particolare. “Pregare la Parola” è la vera preghiera del cristiano. Il cristiano non inventa la preghiera, la scopre. Ha già ricevuto in dono la parola della preghiera. Non deve fare altro che leggerla, meditarla, pregarla, contemplarla, cullarla.

Fare questo con i quattro Vangeli è offrire ai giovani la possibilità di un autentico “faccia-a-faccia” con Gesù, il quale soltanto può stare all’origine di una vocazione. È di fronte a Lui che i desideri del proprio cuore e i bisogni del mondo entrano a sincero confronto. È stando così con Lui che il grido degli oppressi dal male, dalla malattia e dalla morte diventa nel cuore- dei giovani tanto penetrante quanto lo è per il cuore di Dio.

È “faccia-a-faccia” con questo Cristo, che trova la sua piena autonomia e libertà nella dipendenza dal Padre, che non sa fare altro che “essere – per – il Regno”, che il giovane prende il coraggio di dare la vita per il Regno, che è al tempo stesso di Dio e dell’uomo, di Dio per l’uomo.

Pregare e pregare la Parola vanno completati con il pregare davanti all’Eucaristia. Se è vero che si diviene ciò che si contempla è contemplando Lui, Agnello di Dio che dà la vita per il riscatto del mondo, Lui che esprime l’amore più .grande dando la vita per gli amici, Lui che ama sino alla fine, sin oltre la morte, sin nell’Eucaristia, è contemplando Lui che ci si può sentire spinti a imitarlo come Pastore, ad essere gli amici dello Sposo, e a farsi ministri del Pane che dà la vita al mondo, servi della Misericordia che sana le ferite del male.

Il luogo della preghiera, proprio perché è il luogo della dialogicità e dell’esperienza di amicizia con Gesù vivo e amico, è il ‘luogo del chiarimento di quanto il proprio cuore è capace di appartenere a Dio. L’affettività è la dimensione più importante nella vita di un uomo. Trovare il proprio “tu”, integrarsi affettivamente, sposarsi è trovare la felicità.

La preghiera è, per un chiamato, il luogo in cui tutto questo si chiarisce, si realizza e si vive lungo il tempo, nella fedeltà d’un rapporto d’amore sempre nuovo con Dio.

È molto difficile per me credere alla serietà delle intenzioni di un giovane che dice di voler dare la vita per gli altri e non trova nella sua giornata uno spazio minimo per stare con Dio, per essere di Dio.

Educare alla preghiera quindi è educare alla vita come vocazione.

Già il semplice fatto di educare alla preghiera, al di là dei possibili contenuti, ha quindi un enorme incidenza vocazionale. I contenuti stessi della preghiera comunque possono affrontare questi temi. L’itinerario che ritengo ormai classico è quello che prende in considerazione, a vari livelli, attraverso vari personaggi della Scrittura e della storia della Chiesa, le quattro vocazioni fondamentali di ogni credente, che possono poi specificarsi in un modo piuttosto che in un altro.

La chiamata alla vita: la mia esistenza scoperta come dono, come prima parola d’amore da parte di Dio, la necessità di accettare me stesso e di esser in pace con me per esser testimone del Dio dei vivi ecc…

La chiamata alla fede: il vero credente non è mai stato un erede è sempre un pioniere, fede come itinerario, come esodo, come deserto ecc…

La chiamata all’amore: la realizzazione di sé sul piano affettivo, sposandosi. Diventando “una carne sola” con il tu del partner oppure diventando “una cosa sola” con il Tu di Dio. Matrimonio cristiano e verginità come possibilità di rendere credibile quella parabola di comunione che è la vita, fatta ad immagine della Trinità.

La chiamata al servizio: servizio in un lavoro per l’edificazione della città dell’uomo e servizio perché in questa edificazione ci si riferisca sempre a quel manuale di ingegneria che è il Vangelo, servizio per una “economia” terrena che sia a misura d’uomo, servizio per una “economia” che introduca l’uomo in ciò che è eterno.

Questi itinerari è possibile realizzarli sia a livello personale che comunitario, di gruppo. Nei gruppi, seguiti per qualche anno, in cui s’è cominciato a parlare di preghiera e s’è cresciuti in essa s’è sempre finiti a parlare di vocazione. E là dove con qualcuno s’era partiti per cercare di chiarire una vocazione di speciale consacrazione e questa non è emersa i giovani si sono trovati a vivere in maniera stupenda la realtà del loro amore come chiamata al matrimonio cristiano, vissuto al di là di certi condizionamenti che la società moderna impone, spesso senza saperlo, anche ai cristiani.

Oggi i giovani li sentiamo sempre più attenti ad un serio discorso di fede, più avidi delle cose che riguardano Dio, più calmi per chiarire e fare coraggiose scelte di vita. Non saper leggere questi segni sarebbe un grave errore per chi è chiamato ad educare alla fede, per chi, avendo risposto ad una vocazione, deve essere mediatore di nuove vocazioni, amico dello sposo.

I giovani ci chiedono l’essenziale. Darglielo, aiutarli a cercarlo è renderli felici e costruire il Regno.