Autocoscienza giovanile e maturazione di un progetto di vita
Il presente contributo – fermandosi in particolare a considerare “l’autocoscienza della donna” oggi, segnata da un vivo bisogno di realizzazione in quanto tale – intende offrire alcuni criteri per aiutare gli operatori e animatori vocazionali ad una proposta educativa diversificata per i giovani e per le ragazze sia nel cammino di gruppo che individuale, soprattutto in ordine al progetto e alla scelta vocazionale.
Tengo a comunicare ai lettori che, nello studio di un tema così impegnativo, mi sono prima di tutto lasciata interrogare nella preghiera dai seguenti passi della Parola di Dio, a cui anche ispiro la mia vita nel servizio di annuncio e orientamento vocazionale tra le ragazze e i giovani di oggi:
“Se uno di voi decide di costruire… che cosa fa prima di tutto?” (Lc 14,28)
“…siete capaci di prevedere il tempo che farà, e allora, come mai non sapete capire il significato di ciò che accade in questo tempo?” (Lc 12,56)
“Signore, ma noi non sappiamo la strada: Io sono la via…” (Gv 14,5-6).
1. La donna: … un po’ di storia
La persona è “vocazione” – dice Mounier – ossia un progetto dinamico in sviluppo pensato da Qualcuno che lo ha previsto in armonia con tutti gli altri “progetti”, in un piano d’insieme.
Di qui si deduce il significato centrale della persona distinta dall’individualità, come coscienza di sé, del proprio mistero personale, vale a dire del senso profondo della propria esistenza che tende gioiosamente e dolorosamente a donarsi, ad esprimersi in uno sforzo mai esaurito. Dinamismo che tende ad autoprogettarsi.
La struttura della persona è dialogale: essa non è un “per sé”, ma è essenzialmente tendenza verso l’altro, verso un altro centro soggettivo che vive della sua realtà.
Questo è già potenzialmente la sua autorealizzazione.
Autorealizzazione intesa come gestione autonoma di sé; una realizzazione dell’io che nasce dalla provocazione d’un appello esterno, d’un Tu. Non più dunque “quel” progettarsi secondo quel che si pensa di essere, che porta inevitabilmente a scelte accomodanti e mediocri, ma una spinta ad uscire dai propri schemi e dalla propria inerzia per impegnarsi al massimo delle possibilità e anche oltre, secondo un progetto che non è il singolo a definire, ma in cui si ritrova in pieno la sua identità e dignità. Autorealizzazione che solamente può venire da un’educazione concreta al superamento di sé; superamento che vuol dire capacità dell’uomo di tendere verso qualcosa, qualcuno che è al di là del suo lo: una missione da compiere, una persona da amare. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso…” (Lc 9,23). “Ama il Signore…” (Lc 10,27).
Affrontiamo ora, in questo quadro, il tema “donna e progetto di vita”.
Il riaccendersi della lotta femminista, negli anni sessanta, va situato in un ampio quadro di cambiamento culturale. Tre grandi variabili favoriscono la trasformazione: le donne costituivano una grande forza lavoro; il matrimonio, la vita familiare e i miti culturali venivano sconvolti.
D’allora l’emancipazione della donna cerca di collegarsi con altri movimenti di liberazione. È un modo drammatico di superare l’isolamento, in cui aveva operato sino allora il movimento femminista; e ciò rappresenta una certa garanzia, affinché il cambiamento legale sia accompagnato da un mutamento di mentalità. Soltanto a queste condizioni potrà avvenire il pieno inserimento della donna in una società integralmente umana.
La pressione del movimento femminista ha dato luogo a molteplici studi e considerazioni sul ruolo della donna e conseguentemente il desiderio della sua autorealizzazione.
L’evoluzione attuale invita la donna ad essere anche lei protagonista nella costruzione del mondo e a progettarsi in una linea di complementarietà e partecipazione alla vita sociale.
Il fatto “differenziale” femminile non deve spersonalizzare o indurre a classificazioni discriminanti. Diceva molto bene Evdokimov: “Quando l’uomo propone isolatamente la ‘questione della donna’ isola se stesso”.
Questa impostazione unitaria non va tuttavia cercata forzatamente per avere il pregio della sintesi ad ogni costo. Evdokimov la trova nelle fonti della teologia.
La Bibbia presenta il mistero dell’essere umano come una totalità inscindibile, che si configura sotto l’aspetto di una dualità faccia a faccia. La pluralità deriva, poi, da quella totalità iniziale, per finire a culminare nell’unità.
Nell’unità finale, ogni elemento si conferma nella pienezza del suo valore unico. Il processo di differenziazione può degenerare a tal punto che, invece di portare alla comunione, guidi verso l’isolamento.
La separazione da Dio, che Adamo iniziò col suo peccato, implicò la frammentazione dell’essere umano. Da quel momento, l’unità uomo-donna si converte nel maschile e nel femminile, polarizzati e pieni di attrattiva e di repulsa.
Storicamente, la necessità di conquistarsi l’uguaglianza fa la donna aggressiva, la colloca come rivale dell’uomo. La donna può sostituire l’uomo, ma a spese della sua affettività specificamente femminile, processo che può spingere fino alla perdita della sua propria natura.
Sempre storicamente, la reciprocità si perde, l’autonomia trascende l’alterità: l’uno si serve dell’altro, e il processo si chiude nell’alienazione.
La differenza uomo-donna, quindi la ricchezza, sta nei “carismi” propri.
Considerato che la “personalità collettiva” si può costruire soltanto sulla realtà individuale delle persone, è assurdo allora da parte delle donne pensare di risolvere il “problema femminile” semplicemente sostituendo i modelli di donna che storicamente si sono venuti affermando: è invece necessario che la donna viva la propria originalità, il proprio carisma.
“L’autentica promozione della donna non si limita a rivendicare dei diritti. Lo spirito cristiano ci obbliga tutti, uomini e donne, a ricordarci, pure, dei nostri doveri e delle nostre proprie responsabilità.
Oggi, si vuole, soprattutto realizzare una collaborazione più grande, più stretta, tra uomini e donne nella società e nella Chiesa, perché tutti apportino le ricchezze e il dinamismo loro proprio alla costruzione di un mondo, non livellato e uniforme, ma armonico e unificato”, affermava nel 1976 Paolo VI indicendo una linea importante di collaborazione costruttiva.
La promozione della donna richiede che le donne siano integrate come esseri umani, e non in quanto svolgono “funzioni femminili”; che sia riconosciuta la loro autorealizzazione; che ci siano spazi e possibilità in cui possano lavorare senza altri limiti che la loro capacità d’impegnarsi.
L’unione tra la prospettiva individuale e quella sociale potrà allora essere stabilita sul fondamento personale dell’amore.
Importante, in proposito, un passo di Teilhard de Chardin:
“L’amore è stato sempre scrupolosamente lasciato da parte nelle costruzioni realistiche e positivistiche del mondo. Ma bisognerà decidersi ad ammettere che esso è il solo ambiente naturale in cui può prolungarsi il movimento ascensionale dell’evoluzione”.
Il femminismo rappresenta una tappa necessaria in quel cammino verso l’unione che tutta l’umanità dovrà percorrere. Quei rapporti di collaborazione ed amicizia che la storia raramente ha contemplato diventeranno possibili, grazie a un affinamento spirituale collettivo.
Nella verginità esiste una possibilità completa per sviluppare questo sforzo.
Le amicizie vengono vigilate e sottomesse costantemente alla “trasformazione creatrice” in modo da farle salire per convergere realmente.
L’amore verginale si trova sulla “linea di frontiera” perché più un affetto è spirituale, o meglio, più un affetto diventa carità e meno assorbe energie per se stesso proiettando all’azione.
Il primato spetta allo Spirito che con la sua attrazione superiore diviene necessario per la soluzione del problema dell’unità, ossia la vera autorealizzazione è diventare “unità”.
Vediamo e constatiamo, oggi più che mai, da parte della gioventù, una ricerca autentica e appassionata del “volontariato”, della disponibilità di donare la propria vita per una missione esplicita di catechesi, di evangelizzazione, una aspirazione concreta di potersi impegnare seriamente nella pastorale e nella vita parrocchiale.
La crisi d’identità propria della donna contemporanea si acuisce e si supera nella religiosa:
si acuisce per la crisi che oggi travaglia molti Istituti;
si supera perché il “miraggio” di una femminilità passiva e consumistica è concretamente disincantato dalla consacrazione verginale.
La consacrazione religiosa è costitutivamente “contemplazione” e “apertura apostolica”.
Una vergine non può essere, oggi, una “donna di casa”, nemmeno del suo Convento.
“La vergine è sollecita delle cose del Signore” (1 Cor 7,34).
2. Il pensiero di alcune giovani universitarie
Queste brevi considerazioni, che non m’è stato facile sintetizzare, ho voluto presentarle a delle giovani universitarie con le quali da alcuni anni faccio un cammino serio, nella ricerca di dare concretezza al desiderio di una consacrazione radicale per il Signore Gesù.
Abbiamo letto e pregato insieme su questi problemi per poter evidenziare gli elementi che ritenevamo indispensabili per un cammino di maturazione verso un progetto di vita.
La mia sorpresa è stata quella di constatare che le loro aspirazioni, i loro desideri e il loro modo di concepire oggi la loro realizzazione trovavano globalmente una conferma in ciò che avevo pensato e meditato nello scrivere queste righe.
Sarebbe più giusto e interessante pubblicare le loro reazioni e testimonianze perché “la loro voce” ci aiuterebbe meglio a scoprire ciò che cercano le giovani oggi e quali sono i loro interessi sui temi trattati in vista di una decisione definitiva.
Tenterò, senza pretesa di completezza, di riassumere gli interventi più significativi presentando qualche “flash” che possa aiutare gli animatori nella loro ricerca e possa essere oggetto della loro preghiera e riflessione.
– “Cambiamento”: è un dato di fatto, una situazione non solo da tener conto, ma da cui partire oggi. Come passare da una mentalità “statica” della concezione di “donna di casa”… ad una mentalità “apostolica” incarnata in un sano dinamismo missionario?
– Come affrontare la dicotomia uomo-donna e credere alla reciprocità dei carismi, credere a un giusto e saggio pluralismo?
– Come favorire un cammino che ci porti alla vera libertà intesa come esperienza di una vita cristiana adulta, vissuta senza cadere nel rischio “soffocamento” alimentato dalla pratica di una obbedienza miope e pignola? Un cammino che ci porti al vero discernimento?
– Un’allegra spensieratezza è qualche volta giudicata dalla gioventù poco opportuna e segno di superficialità. Come diventare persone educate, discrete, sensibili e gioiose, capaci di incarnarsi nei problemi senza volgarizzarsi?
– Un’adeguata formazione culturale e teologica deve essere accompagnata da una formazione pastorale.
– Quando si parla di “progetto di vita” non si dovrebbe parlare solamente di una scelta di contenuti e di tecniche e neanche di obiettivi astrattamente intesi, ma piuttosto si dovrebbe concepire come un compito da realizzare… Un progetto inteso come un quadro coerente di sviluppo della persona che la porti a riconoscere e ad esprimere la sua vocazione, una metodologia formativa globale, finalizzata alla crescita armonica della persona considerata una unità indivisibile, “finché arriviamo tutti all’unità della fede e dalla conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13), “vivendo nella verità e nella carità cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il capo, Cristo” (Ef 4,15), “Per me, infatti, il vivere è Cristo” (Fil 1,21).
– Questa crescita armonica è da intendersi secondo la “pedagogia del seme”, prevedendo cioè tappe precise, tempi più o meno lunghi… e soprattutto aspettando e rispettando: “…è come un uomo che getta il seme (persona) – germoglia (donna) – cresce (cristiana) “come” egli stesso non sa: prima lo stelo (consacrata) – poi la spiga (religiosa) – poi il chicco (carisma specifico: Salesiana, Benedettina ecc.) pieno nella spiga. “Quando il frutto è pronto…” (Mc 4,29).
– La maturazione non è da concepirsi come una eliminazione, ma come una sostituzione, integrazione, sintesi.
Il seme non sparisce ma secondo il suo sviluppo, al tempo giusto, si manifesta attraverso una forma esterna diversa.
I criteri da tener presenti in questa maturazione: continuità, progressività, novità.
Penso, concludendo, che gli atteggiamenti riassunti in queste righe siano frutto di un amore appassionato al Signore della vita, dono suo, e nello stesso tempo ci chiedono un rispetto e un amore ai giovani di oggi, vissuti: nella gratuità, nella povertà, nell’umiltà creatrice.