N.02
Marzo/Aprile 1986

Realizzarsi: progetto incompiuto per l’uomo di oggi

 

L’uomo senza qualità

Medito e metto a confronto due citazioni che ho qui davanti ai miei occhi.

“L’uomo di buon senso ha una radicata diffidenza per le verità eterne; non contesterà mai che esse siano indispensabili, ma è persuaso che quelli che le prendono alla lettera sono pazzi… Gli ideali umani contengono un eccesso di esigenze che condurrebbe alla rovina, se non li si prendesse poco sul serio fin da principio”[1].

 

“Siate perfetti, così come è perfetto il Padre vostro che è in cielo… Se vuoi essere perfetto, va a vendere tutto quello che hai e i soldi che ricavi dalli ai poveri. Allora avrai un tesoro in cielo. Poi, vieni e seguimi” (Mt. 5,48 e 19,21).

 

Non è possibile un confronto serio tra i due testi; il primo è pur sempre parola d’uomo mentre il secondo ha come autore l’Uomo-Dio.

A prescindere da questo, è possibile chiedersi quale dei due messaggi abbia maggiore accoglienza oggi, quale dei due risponda meglio di fatto alle attese profonde dell’uomo di ieri, di oggi e di domani?

Non c’è risposta soddisfacente. Esiste sempre uno scarto più o meno notevole tra quello che una persona dice o fa e quello che è e ciò rende insoddisfacente ogni risposta generalizzata e di tipo globale.

L’uomo e la maschera sono dunque inseparabili? Forse si, eccetto che nel cuore, là dove uno sente quello che è e quello che vorrebbe essere, senza finzioni. Ma chi conosce il cuore dell’uomo?

Solo lo Spirito di Dio, dice la sapienza cristiana, e io non ne dubito minimamente. Anche perché lo Spirito spinge l’uomo a mettere allo scoperto se stesso e “nella sua luce vediamo la luce e viviamo nella luce” (Salmo 35).

Siamo però in grado di cogliere tendenze e comportamenti dell’uomo che risultano come spie, segnali di un tutto in movimento. In questa prospettiva, appare plausibile la diagnosi di coloro che vedono ampliarsi, come una nube immensa, il rischio dell’indifferenza.

L’uomo contemporaneo – almeno, quello acculturato – è tentato di rendersi indifferente nel triplice senso di indifferenza (= neutralità, disinteresse, parzialità) ai valori, al futuro e agli altri. Di qui una cultura, che è insieme mentalità e comportamenti, rispettivamente incline al soggettivismo, alla coltivazione dell’immediato e alla assolutizzazione della soggettività.

Esito generalizzato è “l’uomo senza qualità” – secondo la felice espressione del Musil – timido, anzi pauroso, di ogni rischio, compreso quello radicale di scommettere per Dio o contro Dio. Egli non vuole scommettere né pro né contro e si orienta a scegliere di non scegliere, con la preferenza, fin quando è possibile – magari fino alla soglia della morte – di rimanere nell’incertezza. Emerge dunque la tendenza a “non farsi emotivamente coinvolgere in nessuna scelta per non assumersi alcun rischio: non scommettere, dunque, per non soffrire… Uomini che hanno paura del salto: ecco cosa siamo diventati.; Come imparare di nuovo il coraggio di saltare?”[2].

Tutto questo la dice lunga su alcuni fenomeni comportamentali che sono sotto gli occhi di tutti e che giustamente inquietano e fortunatamente spingono alcuni a decidersi in ordine a qualcuno e/o a qualcosa. Si pensi alla denatalità diffusa (il rischio del figlio), alla riluttanza di molti giovani a assumere impegni tendenzialmente definitivi (come quelli tra uomo e donna nel patto coniugale o come quelli legati a una vocazione), allo scadimento della politica (ridotta a strumento di gratificazione personale nel potere economico o sociale, privandola del suo carattere di servizio al bene comune), al venir meno della corresponsabilità in campo ecclesiale, ecc.

Le radici di una cultura dell’indifferenza, destinata ad ampliarsi secondo le previsioni umane, si perdono nel profondo, nel cuore dell’uomo.

Certo, non è neutrale ai fini dell’estendersi di essa un malinteso e rozzo antropocentrismo che, anziché coniugarsi con la realtà dell’Altro (chiunque esso sia), ha preteso di fare piazza pulita intorno al proprio io, esasperando la soggettività e inchinando verso la cultura dell’immediato, verso l’agire nella storia intesa solo come l’attimo presente, senza passato e senza futuro. Il messaggio di J. P. Sartre (si legga, ad esempio, Il diavolo e il buon Dio) ha avuto immeritata fortuna.

Il superamento degli “assoluti”, come sono il bene e il male, sfocia nella solitudine da cui si esce solo con la violenza, cioè con la separazione da tutti e da tutto per essere sopra tutti e tutto. Superman, appunto.

 

 

Come imparare di nuovo il coraggio di saltare?

Pur senza volerlo, c’è il rischio, sul filo delle osservazioni appena fatte, di inclinare verso un pessimismo di maniera, non sconosciuto al cosiddetto “mondo cattolico”. Andiamo verso la catastrofe o al trionfo del maligno? No, siamo semplicemente nel paradosso. C’è un invito piuttosto al discernimento, attitudine difficile ma necessaria soprattutto per i cristiani.

Tendenze e comportamenti come quelli citati, che realisticamente appaiono maggioritari e hanno un’innegabile presa sui giovani, comprendono anche i “gemiti dello Spirito”. Veicolano, in altre parole, esigenze e attese profonde da cui anche l’uomo contemporaneo non vuole dissociarsi. La paura del rischio lascia intravedere la nostalgia e l’ammirazione per coloro che il rischio di decidere se lo assumono. Il guscio dell’indifferenza mantiene vivo e vitale il bisogno di reimmettere nel circuito delle culture odierne, tutte un po’ stanche e invecchiate – e anche in una cristianità che deve fare i conti con venti secoli di storia e con l’appiccicaticcio di tradizioni che si amano conservare al di là del lecito – la capacità del salto., dell’avventura, del dinamismo della perfezione. Attraverso una nuova pedagogia incentrata in particolare sulla energia divino-umana che in passato abbiamo chiamato fortezza.

“Scrivo a voi, giovani… perché siete forti, e la parola di Dio è radicata in voi, e avete vinto il maligno” (1Gv 2,13-14).

 

C’è, dunque, oggi della nostalgia: non tanto un rimpianto quanto un’insoddisfazione unita al timore di non arrivare là dove il cuore spinge. Se vince il timore, dilaga l’indifferenza. Se la nostalgia si sposa a un traguardo raggiungibile, nasce una nuova forza, un uomo “con qualità”. Tutto risiede nel dare ragione di una meta che, pur lontana, resta accessibile. Meglio ancora se, insieme alle ragioni che muovono dal di dentro, si mostra l’esperienza di vivere già oggi quella che chiamiamo meta o traguardo.

Il vero passaggio da compiere è dall’incompiuto al compiuto. Occorre il coraggio della compiutezza che convive paradossalmente con l’incompiutezza.

 

 

Se vuoi…

Noi oggi diciamo: realizzarsi! È un aspetto culturale del protagonismo con tutte le sue ambivalenze. (Ritengo, personalmente, che sia un termine da usare con qualche cautela e soprattutto con intelligenza). Il Vangelo dice: “siate perfetti…”. Anzi: “se vuoi essere perfetto…”. Realizzarsi e essere, diventare perfetti sono la stessa cosa?

Sì, a patto di trovare un punto focale di unificazione della vita che ricapitoli i frammenti (di idee, di esperienze, di comportamenti) che caratterizzano la vita odierna. Il punto focale è l’iniziativa di Dio, personificata in Gesù Cristo. Per questo Lui dice: “vieni e seguimi”. Senza Cristo – e, in Lui, senza il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – non c’è perfezione né un realizzarsi compiuto; resta l’incompiuto, con la terribile sua valenza di autodistruzione.

Niente distrugge una persona come ,il sentirsi condannata a restare un aborto.

Se nei giovani d’oggi si riesce a liberare dal sotterraneo l’attesa nascosta di Cristo – che esiste, perché donata a tutti dallo Spirito creatore – la loro voglia di realizzarsi si svela per quello che è: bisogno di compiutezza, d’infinito.

Un bisogno che viene soddisfatto a partire da una svolta che può essere aiutata, sollecitata e promossa, mai imposta: la decisione di scommettere pro o contro Cristo.

Siamo nel mistero. Quando si dice vocazione, si richiama necessariamente la dinamica del realizzare se stesso in pienezza, ma ciò postula l’evangelizzazione, la missione, la consistenza superiore di una comunità cristiana e delle persone che in essa si affidano all’energia dello Spirito. C’è bisogno, dunque, d’una nuova cultura che nasce dai frammenti di quelle esistenti (è un’illusione quella di creare ex-novo una cultura che enfaticamente si vuole cristiana); ma insieme alla cultura c’è bisogno di un radicarsi più solido nella parola di Dio o, meglio, nel fare spazio alla Parola che è radicata nel cuore umano. Mediante la fede: umile, semplice, paradossale fino al punto di vendere i propri beni, di solidarizzare con i poveri e di fidarsi sempre e comunque del Padre. Colui che è perfetto nel cielo ma, paradossalmente, scommette sulla perfezione dei suoi figli sulla terra.

“Chi pensa soltanto a salvare la propria vita, la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la salverà… Chi si mette all’aratro e poi si volta indietro non è adatto al regno di Dio” (Lc 9,24. 62).

 

Siamo nel mistero che unisce e fa convivere incompiutezza e compiutezza. E siamo nell’unico contesto che permette di coniugare la realizzazione sperata con la vocazione scoperta.

 

 

 

Note

[1] R. MUSIL, L’uomo senza qualità, tr. it. Einaudi, Torino 1972, p. 221.

[2] G. CAMPANINI, Verso una società dell’indifferenza? in AA.VV., Oltre l’indifferenza. La parrocchia a vent’anni dal concilio, Ed. Dehoniane, Napoli 1985, p. 46. L’A. cita E. MOUNIER, L’affrontamento cristiano, tr. it. Ecumenica, Bari 1984, p. 91. Sul tema cfr. la bibliografia citata da Campanini; inoltre: P. SCOPPOLA, La nuova cristianità perduta, Studium, Roma 1985; AA.VV., Le invenzioni della intelligenza e della libertà, Gregoriana, Padova 1984.