Realizzazione: cammino verso la maturità
Ogni essere umano ha due gruppi di forza dentro di sé. Un gruppo si attacca alla sicurezza e al difensivismo per paura, tende a regredire, ad avvinghiarsi al passato, con la paura di crescere e di allontanarsi dalla comunicazione originaria con l’utero e il seno della madre, con la paura di rischiare, di mettere a repentaglio ciò che già si possiede, con la paura della indipendenza, della libertà e della separazione. L’altro gruppo di forze spinge l’uomo verso la pienezza e l’unicità dell’io, verso il funzionamento totale di tutte le sue capacità, verso la fiducia di fronte al mondo esterno nel momento stesso in cui può accettare il suo io più profondo.
Per attuare la vera sintesi tra questi due gruppi di forze occorre la presenza continua, l’azione potente di un più alto principio regolatore. Tale principio nel suo aspetto più elevato è l’elemento spirituale, superiore a quelli psicologici, che di solito resta più o meno latente nell’animo umano, ma che, quando si sprigiona e diviene efficiente, porta ordine, armonia, bellezza e gioia. Esso trasforma via via l’uomo debole e insicuro, in un chiaro essere purificato, completo e consistente.
Questo centro per il cristiano è Cristo, persona da incontrare e amare nel proprio cammino di realizzazione. Nella misura in cui egli si supera e si dimentica nella sua traiettoria evolutiva per lasciarsi incontrare da Cristo egli diviene se stesso pienamente.
La vita umana è un divenire complesso
Esiste all’interno dell’essere umano una tendenza all’attuazione di sé, un bisogno di accrescimento e di realizzazione, una pressione naturale verso l’unità della persona e l’armonia dei suoi elementi caratteristici: biologico, psichico e spirituale. La realizzazione di sé non è una situazione, ma una direzione, una tendenza, un qualcosa che si desidera ma che non si è ancora raggiunto.
Lo sviluppo conduce la persona da un meno ad un più, in continua espansione, con le seguenti modalità:
* dalla totale dipendenza biologica e psico-affettiva delle prime fasi alla totale autonomia dell’esistenza;
* dal totale egocentrismo narcisistico del periodo neonatale a una progressiva scoperta e apertura verso il reale, gli altri;
* dall’insicurezza dell’infanzia alla sicurezza dell’adulto;
* dall’assenso acritico ai valori assimilati attraverso i meccanismi dell’introiezione e dell’identificazione con le figure parentali e sostituti successivi, alla crisi nei confronti di essi espressa con il dubbio, la critica, il rigetto, la revisione e le scelte personali;
* dall’entusiasmo emotivo e giovanilistico verso “valorizzazioni” affascinanti perché rispondono a domande/bisogni personali o collettivi, fino alla scelta e alla decisione per “valori in sé”.
La vita come orientamento verso un progetto di sé con Dio dentro
È molto liberatoria la concezione della vita come un progressivo svolgersi di un progetto che si fa nel tempo, per scelte successive, alla luce delle proprie aspirazioni più intime, dei bisogni di chi sta attorno, della presenza di Dio, di quell’ “aldilà di noi” che ci attrae, che non finisce mai di sorprenderci e alimentarci come una sorgente d’acqua che zampilla, fresca e dissetante.
Anche durante l’adolescenza e la giovinezza sono possibili momenti di sorpresa e di meraviglia nel sentire Dio dentro la propria vita, non lontano ed estraneo dalle proprie vicende.
È stupendo cogliere nel proprio intimo e amplificarla, la sua voce che chiama ed invita verso mete insospettate. Può capitare che all’inizio si provi un senso di timore e di smarrimento, specie se si viene da esperienze negative che hanno nutrito la vita di pessimismo e di sfiducia; ma poi ci si sente vivificati ed appagati non appena si è in grado di fare un primo, decisivo passo verso questo “al-di-là”.
La realizzazione di sé del credente è una crescita spirituale continua che conduce a vivere alla presenza di Dio, con un senso di immensa e fiduciosa libertà.
Questa coscienza della condizione itinerante dell’ “homo viator”, secondo l’espressione di G. Marcel, è tipica della nostra cultura contemporanea che ha fatto sue alcune istanze dinamiche proprie dello storicismo, dell’evoluzionismo, dell’esistenzialismo, dello spiritualismo cristiano. Il cammino cristiano è una strada, un partire-uscire, un esodo per amare e servire il Dio dell’Alleanza nella vita quotidiana, una corsa, un pellegrinaggio fatto da viaggiatori e da profughi, che non possiedono una dimora permanente, verso la patria; è un procedere sulla via aperta da Cristo verso la celeste Gerusalemme, dove l’abbraccio del Padre segna la realizzazione definitiva della Pasqua, dell’esodo, della marcia verso la manifestazione del Signore.
Le esigenze di un cammino di autorealizzazione
Gli anni ‘60 sono stati gli, anni della possibilità, della trasformazione, della speranza, gli anni dei “nuovi profeti”, della ubriacatura tecnologica, delle varie ideologie e delle teologie che prospettavano possibilità evolutive cosmiche assai ottimistiche, gli anni del rinnovamento conciliare.
Molte attese sono oggi tramontate; si dice appunto che si sta attraversando un momento di apocalisse culturale per ritrovare una nuova qualità di vita. L’esperienza e la riflessione su di essa suggeriscono tre attenzioni educative per non ingannare ulteriormente le giovani generazioni e permettere ad esse di maturare atteggiamenti giusti che permettono di dare un senso alla vita e viverla con gioia.
1. Educare a vivere il tempo. Si ha l’impressione di essere travolti dal tempo, per cui si viene quasi posseduti da un vorticoso giro di esperienze sempre nuove senza che la persona abbia la possibilità di capire e gli strumenti per analizzare.
Il giovane rischia di non godere il tempo perché il bisogno di fare esperienze sempre nuove favorisce l’instabilità, l’angoscia o un clima di scetticismo nel senso che nulla di nuovo potrà accadere di veramente interessante. Occorre fare un salto qualitativo: gli istanti, le esperienze, i segmenti di tempo portano in sé il segno dell’eterno, sono un accumulo di esperienza definitiva, sono un dono da riconoscere ed accettare, un luogo di auto-costruzione, di progetto. Promuove questo salto qualitativo il valore delle pause, del silenzio, dello stare insieme, della gratuità, della gioia che nasce dall’accontentarsi e dal godere delle piccole cose della vita.
L’evento della risurrezione del Signore permette al cristiano di rompere la concezione del “tempo che divora l’uomo” perché il rigido determinismo storico dell’evoluzione temporale è stato rotto mediante la vittoria sulla morte. Nel tempo episodico, nelle anticipazioni è già presente il Regno di Dio non ancora realizzato ma atteso e sperato. Nell’equilibrio del “già” con il “non-ancora” il tempo viene salvato veramente, perché consente di operare nella direzione dell’impegno e della valorizzazione di tutto ciò che è umano; nello stesso tempo stimola al senso critico verso l’oggi, alla relativizzazione di tutte le teologie, alla demitizzazione della ricchezza e del denaro, alla rinuncia a ogni droga.
La riappropriazione del tempo non avviene con la frenesia delle esperienze nuove e continue, né mediante la fuga dalla storia per ritrovare pace e godimento esistenziale; ma nella visione cristiana dell’eternità che si fa tempo, con il quale si costruisce la definitività e l’ulteriorità del Regno.
2. Educare a fare memoria. Un certo tipo di socializzazione, un certo processo di inculturazione, educa a pensare ai tempi passati in termini negativi. Forse ciò è frutto di una reazione ad altri atteggiamenti che propongono il contrario: ad apprendere la verità solo dal passato senza ascoltare la realtà presente.
Educare a “fare memoria” vuol dire richiamarsi alla tradizione, alle radici della vita dell’uomo. Senza memoria è infatti malato, privo del potere di radicarsi nella storia personale e nella cultura in cui è stato generato e vive. Chi non sa rifarsi alla tradizione cade nell’inevitabile rischio di rifarsi alle “tradizioni”.
Senza passato non c’è né presente né futuro. Ogni evoluzione, pur essendo un momento creativo, è insieme la rielaborazione di valori affiorati in modo più o meno esplicito nel passato. Senza l’attenzione alla base storica dei valori si rischia di costruire inutilmente sempre da capo.
Il cristiano ha un metodo di lettura della storia che apprende dalla Parola di Dio. La memoria biblica insegna a organizzare sempre gli avvenimenti personali e collettivi in sequenze temporali, caratterizzate da tre movimenti che si ripetono: eden – cacciata – promessa; natura – diluvio – alleanza; terra dei padri – Egitto – liberazione; vita – morte – risurrezione; creazione – peccato – redenzione. È allora possibile sovvertire il presente e lanciarlo verso un futuro dinamico e liberatorio, in un processo già totalmente compiuto in Gesù ma nell’uomo non ancora. Il suo tempo è punteggiato infatti di cose inconsistenti e contingenti; Cristo però aiuta a liberarlo aiutando a cogliere il definitivo, a far emergere il nuovo, a criticare la radicale insufficienza di ogni realizzazione storica per ritrovare una maggiore profondità di senso.
3. Educare al senso della festa. La festa è un atteggiamento fatto di alcune costanti vissute a livelli profondi: ripensare il quotidiano e celebrarlo nei suoi aspetti positivi e negativi, con un orientamento globale di “sì alla vita”; stare gratuitamente insieme come espressione dell’accettazione reciproca tra individui e tra gruppi; porre dei gesti alternativi che profeticamente rompano la monotonia e indichino il senso profondo di fatti quotidiani; disporsi interiormente ad atteggiamenti come la gioia, la serenità, la calma, il silenzio, il senso del gratuito, l’apertura degli altri nel servizio.
Stare insieme nella festa vuol dire ridere, cantare, scherzare, giocare; non è perdere tempo: l’uomo ha bisogno di assaporare momenti di gratuità nei quali riconoscere l’altro come altro, soprattutto nelle relazioni più intime e profonde con le persone amiche.
Il cristiano ha bisogno di riscoprire il senso della festa perché la sua fede è fatta per la gioia. Ha tante occasioni per celebrarla anche liturgicamente: momenti di vita, di amicizia, ricorrenze, anniversari, tempi e momenti sacramentali che la presenza del Signore amplifica e recupera oltre il tempo.
Realizzarsi in Cristo: “incontrarsi con Lui e gettargli le braccia al collo”
Il cammino di maturazione dei giovani comporta un continuo, lento costruire se stessi con Dio, attraverso Gesù Cristo per giungere il più vicino possibile ai vertici della sua maturità. Si tratta in parole semplici di incontrare e amare Gesù, Uomo-Dio, separato da noi da spazi geografici, da una distanza storica e culturale, da duemila anni; con quel Gesù che vive ancora, risorto e che è il Dio dei viventi.
Quando due persone si amano, desiderano stare vicine.
Quando due persone si amano, malgrado la loro diversità riesce loro di esistere in uno scambio reciproco di se stessi mediante la comunicazione mutua e profonda tanto che si può dire che in tale amore essi diventano una cosa sola.
Su questa base dobbiamo affermare che possiamo amare personalmente Gesù, con un amore vero, genuino e diretto, nella certezza che egli vive veramente e realmente presso Dio. Sappiamo anche che Gesù, vivente nella profondità ospitale della divinità, previene il nostro amore e lo rende possibile col suo, attraverso ciò che noi diciamo “grazia”, dono della sua predilezione per ogni uomo.
È possibile pertanto amare Gesù al di là di tutti i tempi e di tutti gli spazi. Quando noi leggiamo la sua “biografia”, i Vangeli, sappiamo amare non una persona che è stata semplicemente tra noi, ma uno che grazie alla resurrezione, vive tra noi. Leggendo la sua parola noi e lui siamo come due amanti che vivono la loro giornata insieme e guardandosi negli occhi.
In questo amore Gesù diventa l’Assoluto concreto. L’aver a che fare con lui permette di arrivare a gettargli le braccia al collo, per amarlo realmente, concretamente, direttamente al di là dello spazio e del tempo.