L’educazione alla preghiera: cammino verso la maturazione
Un fenomeno da tener d’occhio
La necessità della preghiera nella pastorale delle vocazioni è una realtà riconosciuta da tutti, fino a considerarla ovvia, scontata. Vi è una Giornata dedicata e voluta appositamente per richiamarne il primato. Il II Congresso Internazionale per le Vocazioni ha ricordato che la preghiera è “valore primario ed essenziale in ciò che riguarda la vocazione” (D.C. 14). Non c’è convegno o assemblea in cui non se ne riconosca l’importanza. Ma nel concreto come si presenta la realtà?
Nonostante i pressanti inviti del magistero, ci pare di poter affermare che ancora la preghiera non sia diventata “l’anima” di tutta la pastorale vocazionale. Anzi in molti settori più che “regina”, essa sembra svolgere la parte di “cenerentola” in un ruolo gregario che non le appartiene. Si avverte perciò la necessità di passare dalla verità proclamata alla verità vissuta.
Perché migliaia e migliaia di giovani, affascinati dal mondo orientale e dal suo misticismo, con il rischio di restare delusi, affrontano viaggi lunghi e dispendiosi alla ricerca di un “guru”, di un maestro che li aiuti a fare una forte esperienza di preghiera? Com’è che le nostre comunità cristiane, gli operatori pastorali non sanno rispondere in maniera credibile a un’esigenza così primaria?
Non è mio compito analizzare il fenomeno nelle sue motivazioni e nelle radici più profonde. Quali possano essere le disposizioni degli spiriti, gli errori e gl’insuccessi, il fenomeno esiste, generale e profondo.
Case di ritiro, una volta frequentate solo da religiosi e per gli esercizi spirituali, sono oggi prenotate e frequentate da giovani e meno giovani che desiderano nel raccoglimento il discernimento di una vocazione e la crescita personale interiore.
Questi pochi cenni sono più che sufficienti per aiutarci a comprender meglio le nostre responsabilità. Molti animatori e responsabili vocazionali stanno riscoprendo di essere chiamati essi stessi a divenire prima di ogni altra cosa maestri di preghiera; si sentono però impreparati e cercano di porre rimedio rivedendo i propri impegni e tentando vie ed esperienze nuove, anche per non deludere le attese dei giovani.
“Perché non c’insegnate a pregare?”. È stata questa la domanda rivolta da un gruppo di ragazzi a un giovane prete dopo una gita in montagna. Episodi come questi non sono né unici, né rari.
In una società sedotta dalla materia e dal consumismo, piena di contraddizioni e di drammi esistenziali, il fenomeno-preghiera non deve ridursi a semplice “moda”, ma deve concretizzare una delle stagioni più floride. Se ne avvantaggerà moltissimo la pastorale delle vocazioni. Il bisogno spirituale di molti giovani d’oggi si manifesta naturalmente e generalmente come ricerca inquieta di un senso da dare alla vita, che il mondo circostante spesso non offre. La fede ci dice che questa ragione è Cristo e nessun altro.
In tale contesto si può evidenziare meglio la saggezza della seguente direttiva del nuovo Piano Pastorale per le Vocazioni in Italia: “Ogni comunità deve alimentare nei giovani l’iniziazione e l’educazione alla preghiera come autentica esperienza vocazionale in cui davanti a Dio e ai fratelli, nel silenzio e nel dialogo con la Parola, vivono e maturano un progetto per la vita” (n. 27).
Alcune certezze
a) Esiste un’intima relazione tra vocazione e preghiera.
Non a caso il Piano Diocesano di Milano contiene la seguente affermazione: “La storia di ogni vocazione è storia di preghiera”. È la natura della stessa vocazione, come evento di grazia, che richiede un rapporto interpersonale con Dio. Pertanto non può esserci autentica scoperta e realizzazione vocazionale senza preghiera.
b) La chiamata di Cristo si manifesta nel silenzio e nella preghiera.
È un concetto sottolineato spesso dal Sommo Pontefice nei Messaggi per la Giornata Mondiale ed anche in altre circostanze. Ad esempio nel suo recente viaggio pastorale in India, durante la solenne celebrazione nel campo dell’Ateneo “Jnana Deepa” di Pune, Giovanni Paolo II, tra l’altro, ha detto: “Nei recessi nascosti del cuore umano la grazia di una vocazione prende la forma di un dialogo. È un dialogo tra Cristo e l’individuo, in cui è offerto un invito personale. Cristo chiama la persona per nome e dice: ‘Vieni, seguimi’. Questa chiamata, questa misteriosa voce interiore di Cristo, viene sentita nel modo più chiaro nel silenzio e nella preghiera. La sua accettazione è un atto di fede”.
c) La preghiera crea nella persona le condizioni necessarie per l’accettazione dei valori vocazionali, come la generosità, la disponibilità, il sacrificio, la donazione totale e definitiva, la gratuità, la missione e la solidarietà universale.
Istituendo un parallelo con quella di Cristo, ecco la definizione della preghiera del cristiano data da un esperto in materia, il P. Charles André Bernard: “Adesione spirituale alla propria esistenza di grazia e alla propria vocazione”[1].
d) Nella formazione delle persone e nella educazione alla realizzazione in Cristo il primato assoluto è dell’azione di Dio. “Ogni vocazione si ricollega al disegno del Padre, alla missione del Figlio, all’opera dello Spirito. Ogni vocazione si illumina e si fortifica alla luce… del mistero di Dio” (D.C. 7). “In questo vivo rapporto con Dio sta dunque la sorgente della vocazione e il segreto della perseveranza” (D.C. 16).
e) La preghiera sostiene le autentiche motivazioni vocaziona “La coscienza è il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimo… Così ogni cristiano è individualmente mosso dallo Spirito di Dio e deve, sotto questo impulso e questa guida, obbedire alla voce del Padre… In definitiva, lui solo può percepire quale specifico e unico carisma debba svilupparsi e inserirsi nell’attuazione dell’unica vita e dell’unica missione della Chiesa”[2].
Nella fase dell’accompagnamento vocazionale la preghiera assidua può evidenziare alla coscienza del giovane e della giovane che la scelta vocazionale è soprattutto azione del Signore e non viceversa. C’è da pensare che molte vocazioni di speciale consacrazione non giungano a maturazione perché non poggiano su questo presupposto fondamentale, e cioè che la crescita spirituale e la realizzazione del progetto di Dio ha come protagonista lo Spirito di Cristo.
Gli organismi, i sussidi, le tecniche e tutte le altre iniziative possono affiancare la preghiera, ma mai prevenirla e tanto meno sostituirla.
Quale preghiera e quale educazione alla preghiera?
Occorre fare subito una distinzione importante tra la preghiera considerata nella sua “natura”, e le forme e modalità con le quali si esprime secondo i tempi ed esigenze.
Non interessa qui evidenziare se si tratta di preghiera liturgica o meno, individuale o di gruppo, formulata o non formulata; né vogliamo riferirci ai tanti altri problemi connessi con la pratica e i modi classici o attuali di realizzarla. La preghiera, come forte esperienza di Dio, è una ricchezza che difficilmente si lascia racchiudere in formule.
D’altra parte nessuna definizione della preghiera può ritenersi adeguata ed esaustiva. Siamo nel campo del mistero, ragion per cui non sarà mai facile pregare. La preghiera è essenzialmente dono di Dio. La vera preghiera comincia quando l’uomo rispondendo liberamente all’iniziativa amorosa di Dio lo lascia entrare nella vita in modo totalitario.
È stato detto che non ci può essere vera preghiera se non fra “tutto” Dio e “tutto” l’uomo. Tutto l’essere dell’uomo, cuore, intelletto, facoltà, tempo, capacità servono all’attuazione dei suoi piani. L’insegnamento, e soprattutto l’esempio fondamentale di Gesù sulla preghiera, è il compimento della volontà di Dio.
Non si tratta quindi di una preghiera “funzionale”, slegata dalla realtà personale e incapace di mettere in contestazione la propria vita. Non si tratta neppure di strumentalizzare la preghiera, o farne motivo di alibi, di isolamento, di fuga dall’impegno. La preghiera autentica coinvolge sempre la persona dell’orante.
Nella preghiera il giovane deve essere condotto a sperimentare in modo vivo l’incontro con Cristo. Quando l’incontro avviene nel centro della persona, il giovane sarà disposto a tutto, anche a seguirlo nella vita consacrata, superando tutti gli ostacoli.
C’è come da chiedersi se e come educhiamo le nuove generazioni alla preghiera, per un cammino verso la maturazione vocazionale di ciascuno. Senza dubbio l’unico maestro di preghiera è Cristo. Tuttavia come persone e come comunità possiamo e dobbiamo aiutare i giovani e le giovani a pregare. Per fare questo dobbiamo imparare noi per primi. Anche qui vale l’adagio che “nessuno dà quello che non ha”. Se gli animatori e gli educatori non si sforzano di diventare persone di preghiera difficilmente potranno insegnare ad altri. Valgono certamente i metodi e le tecniche, ma vale molto di più l’esperienza personale.
I giovani hanno sì fame e sete di preghiera, ma non sanno pregare e sentono il bisogno di una buona iniziazione. Bisogna guardarsi dai “mezzi sbrigativi”, che promettono troppo e troppo presto, sviando dalla meta e creando falsi bisogni con l’illusione di risultati quasi automatici.
Occasioni ed esperienze significative
Una volta affermato il carattere “vocazionale” della preghiera, si comprende più facilmente la chiara indicazione del II Congresso Internazionale: “Ogni iniziativa di preghiera: liturgica, comunitaria, personale, ha valore di preghiera in atto, e allo stesso tempo diviene scuola di preghiera. La pastorale delle vocazioni promuove questa educazione alla preghiera, dedicando particolare cura ai giovani” (D.C. 24).
Ciò posto, sembra opportuno accennare a una doppia categoria di esperienze, vale a dire, quelle occasionali e quelle a carattere continuativo.
1) Momenti forti
Non si contano più le iniziative finalizzate ad una forte esperienza di Dio, in cui si inserisce una precisa proposta vocazionale.
Vanno incoraggiati e valorizzati, ad esempio, ritiri, incontri, esercizi spirituali impostati sulla ricerca del progetto di Dio sulla propria vita; così pure le giornate eucaristiche, le settimane di deserto, le oasi, i fine settimana dedicati alla preghiera e alla riflessione, le veglie, i pellegrinaggi, e via dicendo.
2) Gli itinerari
Puntano su cammini più o meno lunghi per condurre i giovani a una solida formazione spirituale. Anche qui c’è una grande varietà di esperienze.
Sarà sufficiente richiamare alcune costanti:
a) i gruppi di preghiera e d’impegno. Il gruppo può rivelarsi un potenziale cristiano e vocazionale di prim’ordine, quando la preghiera e l’esperienza forte di Dio, e l’impegno cristiano, sono di casa. Nelle parrocchie, negli istituti religiosi, oratori o altri ambienti, pare esistano solo in Italia circa diecimila gruppi ecclesiali con oltre mezzo milione di aderenti, senza tener conto dei grandi movimenti o associazioni come l’AC. Parlando dell’accompagnamento vocazionale in: gruppo, il D.C. afferma: “Nel gruppo, mediante un itinerario accuratamente stabilito, è possibile scoprire il valore della preghiera, della meditazione, della vita comunitaria, dell’impegno apostolico, della direzione spirituale che illumina e sostiene le varie esperienze” (n. 51);
b) le scuole di preghiera. Il loro scopo è quello di “aiutare l’apprendimento del dialogo con Dio, di insegnare i mezzi idonei per favorirlo, facilitarlo e attuarlo”[3].
Le caratteristiche di queste scuole sono le più diverse. Ordinariamente si tengono incontri periodici (settimanali, quindicinali o mensili); gli esercizi sono graduali nelle diverse forme di preghiera; spesso si sceglie un tema per tutto l’anno; si cerca di far continuare l’esperienza anche nei tempi intermedi e nella vita quotidiana. Generalmente si insiste per una preghiera in cui sia presente la disponibilità a Dio: questa è la vera base di una solida educazione vocazionale. Queste esperienze non possono essere considerate uno strumento vocazionale. Tuttavia nonostante i limiti riscontrati in molti casi, esse si rivelano occasioni privilegiate di apertura e cammino vocazionale. Le vocazioni di speciale consacrazione maturano soprattutto in tali contesti.
Insieme alle scuole di preghiera possiamo ricordare altre esperienze significative in forma continuativa, quali le comunità di accoglienza, le comunità vocazionali, i centri di spiritualità, le comunità formative, spesso scuole di autentica preghiera per giovani e meno giovani.
Note
[1] C.A. BERNARD, Teologia Spirituale, EP, Roma 1982, p. 400.
[2] T. TRUHLAR, Lessico di Spiritualità, Queriniana, p. 186.
[3] MERCATALI, La pedagogia della preghiera, Antonianum p. 133.