N.04
Luglio/Agosto 1986

Discernere: uno sguardo permanente della fede

La parola discernimento sta ritornando familiare, soprattutto dopo il convegno di Loreto. Nella franca revisione del ventennale cammino post-conciliare, il Sinodo straordinario dei Vescovi ritiene che tra le cause delle luci e delle ombre nell’applicazione del Concilio “di quando in quando è mancato il discernimento degli spiriti non distinguendo rettamente fra una legittima apertura del Concilio al mondo e l’accettazione della mentalità e dell’ordine dei valori di un mondo secolarizzato”[1].

Il discernimento relegato in passato in un ambito strettamente personale, quale attenzione nelle decisioni importanti della vita spirituale come di fronte ad una scelta vocazionale, ricupera la sua pregnanza biblica. Esso è impegno permanente, non occasionale; rivela una nuova coscienza della Chiesa itinerante nella storia, non è prerogativa di qualche persona. Discernere per il Sinodo significa “distinguere rettamente”.

L’espressione biblica che consente la trascrizione concettuale del discernere è il verbo “dokimàzein” che vuol dire “provare”, “riconoscere”. Il credente attraverso lo Spirito è abilitato a riconoscere la volontà di Dio (Rom 12,2), verificando ciò che a Lui piace (Fil 1,10) e qual’è la cosa migliore (1 Ts 5,21).

Il riferimento più immediato del discernere è la parola “diakrisis” usata due volte nel NT nel significato del Sinodo come “distinguere rettamente” (1 Cor 12,10; Eb 5,14).

Ma il discernere nella esperienza biblica sviluppa una doviziosa fenomenologia di atteggiamenti: come il fare memoria dei gesti di Dio nei momenti difficili; il riconoscere la Persona e il Mistero di Gesù; l’ascoltare (Lc 8,21); l’interiorizzazione della parola (Lc 8,15); il credere (Gv 3,16-18); la lettura dei segni dei tempi (Mt 16,1-3).

Oppure, in San Paolo, il discernimento si radica nel dono dello Spirito per svilupparsi nella dinamica di un’intelligenza spirituale nuova (Col 1,9); per orientare verso Gesù (1 Cor 12,3); per operare in maniera degna del Signore (Col 1,10); per distinguere gli spiriti (1 Cor 12,10) e per costruire l’unità della Chiesa (Ef 4,13).

 

 

 

Il discernimento vocazionale tra sintesi e profezia

Il discernimento ha dunque

* una “sorgente”: il dono dello Spirito, presente in modo straordinario in alcuni uomini spirituali o, in modo comune, in tutte quelle persone che hanno un ministero di guida verso la realizzazione piena della vita di fede;

* una sua “dinamica”: è una sapienza teologale ed è un giudizio che si sviluppano nella profondità della visione di fede, nella prospettiva della speranza e nella vicinanza dell’amore. Il discernimento guarda “dentro”, guarda “nel futuro” ed è condivisione empatica con i segni di un disegno misterioso presente nella persona; ed è possibile questo con la delicata vicinanza dell’amore;

* un “fine”: la volontà di Dio inscritta nella storia di una comunità e nella vita di ogni singola persona.

Per tutto ciò “il discernimento vocazionale” assume immediatamente il significato di “sintesi” e “profezia”. È concentrazione dentro un momento della vita ed è sguardo comprensivo-profetico di tutta la vita. Nella svolta di una scelta vocazionale la sapienza del discernere è particolarmente necessaria. La definitività di una vocazione viene giocata sulla prudente valutazione dei segni attraverso cui Dio opera. Non si tratta di una rapida considerazione di esperienze per sé reversibili e tante volte correggibili. Nel raccogliere in sintesi i frammenti di un disegno che Dio ha gradualmente rivelato nella storia vissuta di una persona è richiesta quella intelligenza spirituale attenta ai molti segni che globalmente configurano il futuro. Sono segni che si collocano a livello di sensibilità soggettive, di intuizioni spirituali, di risposte concrete di fronte alle domande provenienti dall’orizzonte della piccola e grande storia quotidiana, di esperienze o di incontri vissuti in positivo e in negativo. Tuttavia la sintesi non viene operata solo da chi funge da guida, bensì dalla persona in ricerca: essa allora diventa processo interiorizzatore dei valori, non solo intuizione; esperienza vissuta e non solo simpatia (si pensi al valore della preghiera, del servizio, dell’armonia affettiva ecc.); pace con se stessi quale espressione delle scelte operate; auto-discernimento realistico a fondamento del rischio prudente e coraggioso delle opzioni evangeliche. La profezia è disponibilità al nuovo, semplicemente affidabile alla fedeltà di Dio a radice della nostra fedeltà; è certezza di farcela anche nella crisi come verifica necessaria.

La dimensione profetica del discernimento è l’arte di educare al rischio della fede, di aprire la vita al futuro, di entusiasmare ai valori che fondano la speranza come la casa sulla roccia.

 

 

 

Le componenti essenziali del discernimento vocazionale

a) La consistenza della libertà tra soggettività e valori. Dio parla alla coscienza della persona, interpella la libertà di ciascuno nella costruzione di un progetto: è la coordinata antropologica del discernimento. È il versante su cui si collocano le motivazioni, le intuizioni, come anche le sintonie puramente emotive o istintuali. Ogni vocazione è una chiamata che impegna totalmente la libertà con tutto lo spessore dei valori che la coscienza scopre ed accoglie e che la volontà opera.

Il discernimento è sollecitazione permanente nel cammino educativo della libertà con proposte e verifiche dei grandi valori umani e di fede che la sostengono, dei condizionamenti che la possono mortificare, dalle pressioni devianti, delle povertà che ne riducono lo spazio, dei falsi miraggi che la illudono.

 

b) La concentrazione teologale. Il discernimento, soprattutto nella tipologia neo-testamentaria, orienta verso Gesù il Cristo, il rivelatore del Padre, il precursore dello Spirito: per ascoltarlo, riconoscerlo, seguirlo, imitarlo. Favorisce l’azione dello Spirito che porta alla conoscenza esperienziale di Dio. La fede per il credente è riconoscimento “di Cristo” e auto-riconoscimento “in Cristo”.

Tutto ciò cambia i criteri di valutazione di ogni operato che non può esser giudicato in base alla parzialità di un semplice buon senso umano. L’esperienza di Cristo non è neppure una simpatia per qualche aspetto del suo mistero; caso mai questo può diventare un elemento per un orientamento specifico; bensì è accoglienza della sequela nella radicalità delle sue esigenze.

L’adesione alla sua parola nel pensare, nel desiderare, nel giudicare, nell’operare sintonizza progressivamente la vita anche nelle scelte più decisive e più definitive, soprattutto attraverso la conflittualità tra le proposte oggettive dello spirito e la curva divaricante della propria natura.

Il discernimento alla luce di questa seconda coordinata non insiste solo sui contenuti da scoprire, ma sul valore dell’obbedienza, del saper perdere la vita, del sacrificio, dell’umiltà, della croce mai totalmente comprensibile. È difficile l’esperienza di Cristo eludendo questo crocevia della morte a se stessi.

 

c) La passione per il regno come misura di maturità spirituale. È la terza componente del discernimento vocazionale. La persona si colloca dentro una comunità in condizione permanente di esodo con una missione che tocca ciascuna persona e chiede ad essa un modo preciso di esprimersi e di relazionarsi. Si tratta allora di verificare “quanto” di coscienza ecclesiale e missionaria sia cresciuta dentro il vissuto esperienziale di un cammino. Ma in concreto. Il discernimento è un momento di sintesi, non è propriamente un momento catechetico, anche se la proposta dei contenuti di fede, è doverosa ai fini di un serio discernimento vocazionale.

Le simpatie interiori, le intuizioni, i desideri diventano volontà di scelte forti e progettuali dentro esperienze ricche di contenuti e la vita spirituale nasce dalla parola che trova molti luoghi e tempi opportuni di ascolto. Ma il discernimento più propriamente “verifica” come quella esperienza abbia preso corpo e si sia trasformata in atteggiamenti vocazionali: come abbia maturato capacità relazionali, collaborative per costruire la comunione, come abbia stimolato una serena ed accogliente conoscenza dei doni altrui, come abbia sviluppato un’attitudine oblativa disinteressata e costante, necessaria per assumere la missione come pienezza di sé maturata in Cristo.

È dentro queste grandi coordinate che si collocano i “segni oggettivi” di un disegno che, quanto più si precisa, tanto più impegna il discernimento sia in chi guida e sia in chi è impegnato nell’avventura dell’auto-discernimento dentro l’orizzonte liberante dell’amore.

Dall’impegno del discernere cresce il desiderio di vivere, la gioia del dono, la pace diversa per una sintonia crescente con la volontà realizzante di Dio.

 

 

 

 

 

 

Note

[1]  Il Sinodo straordinario a vent’anni dal Concilio, Relazione finale, n. 4.