N.04
Luglio/Agosto 1986

Il discernimento delle motivazioni vocazionali

Già il titolo fa problema. Sembra dare per scontato che il discernimento sia attività di routine e che il problema sia solo conseguente: come e che cosa si deve fare. Ma questo è tutto da dimostrare: è proprio vero che oggi i superiori di seminari o noviziati si assumano il coraggio e il rischio del discernimento? Oppure per la penuria di vocazioni non ci si accontenta di ciò che abbiamo? La paura di rimanere soli ci fa correre il rischio, nonostante i bei discorsi programmatici, di fare un’azione di reclutamento anziché di selezione, di quantità e non di qualità. E la quantità ha sempre il suo potere di suggestione: un seminario pieno ha il suo fascino, è più facile che i suoi superiori siano considerati in gamba e si gioisce dell’atteso recupero senza valutare attentamente il significato di tutto ciò.

 

 

 

Miti da sfatare

Si rischia di parlare di un’attività che non sempre si fa anche perché su questo tema proliferano miti inconsci: presupposti taciti, che se venissero esplicitati non sarebbero accettati da nessuno, ma che proprio perché inespressi talvolta agiscono indisturbati da freno per il discernimento. Vediamone alcuni:

 

* la maturità cronologica corrisponderebbe alla maturità psicologica e vocazionale. Nel passato si entrava da piccoli e c’era il rischio di andare avanti senza consapevolezza. Oggi – si dice – non è più così: ci sono le vocazioni adulte e l’età è garanzia di decisione matura;

 

* la maturità intellettuale sarebbe segno di decisione presa. I bei voti agli esami di teologia tranquillizzano i superiori e garantiscono lo studente dall’essere messo in discussione. L’intelligenza ha il suo peso, ma dovrebbe contare di più la costanza e ancor di più il buon cuore cioè la disponibilità a donarsi, non certo misurabili dai risultati scolastici;

 

* sperimentare dei ruoli vorrebbe dire crescere nei valori: sa fare il catechismo, sa animare i giovani, quindi ha lo spirito del prete. Resta da chiedersi se tale risultato è dovuto all’esercizio di doti umane (giovinezza, simpatia, suonare la chitarra…) o se è la conseguenza secondaria della scoperta di valori trascendenti che superano quelle attività e in funzione dei quali quelle attività sono esercitate. Si può imparare a “fare” il prete senza “diventare” prete;

 

* basterebbero buon senso e un po’ di buona volontà. È la tendenza al riduzionismo: non dobbiamo fare dei grandi teologi ma solo dei bravi parroci; quindi basta meno. Però se escludiamo il caso del parroco che si riduce a fare il sagrestano qualificato, sappiamo tutti che un prete ‘qualsiasi’ è esposto a tensioni e sfide che solo le sue robuste motivazioni interiori lo esonereranno dall’avvilimento;

 

* il prete sarebbe un ministro al servizio della comunità. Giusto se il servizio è inteso come mediazione di salvezza. Sbagliato se inteso come animazione di gruppo. Nel primo senso il prete agisce in forza di un’esperienza di affidamento personale a Dio che quindi dovrà curare prima in sé e poi negli altri. Nel secondo senso è un manager addetto alla conservazione delle opere e basta che ‘ci sappia fare’[1];

 

* sarebbe la comunità cristiana che discerne le vocazioni. Spesso si sente dire: “mi faccio prete perché scelto dalla mia comunità a questo ministero”; qui bisogna intendersi: il sacerdote trae origine dalla missione di Cristo, profeta, sacerdote e re ed è quindi chiamato da Dio per la comunità. Se invece si pensa che il sacerdozio tragga la sua origine dalla comunità come se fosse essa a chiamare e a discernere, si perde di vista la visione della trascendenza;

 

* per discernere basterebbe prendere per oro colato le motivazioni dichiarate dei candidati così come loro le esprimono. Ma i grandi ideali professati non sempre corrispondono alla capacità di attuarli! Anzi proprio quel valore potrebbe essere il più alieno alle capacità di chi lo proclama con ardore. Non si può uguagliare l’importanza attribuita verbalmente al valore con la capacità di viverlo;

 

* la scelta vocazionale sarebbe totalmente indipendente dal discorso razionale. Se è vero che la vocazione come iniziativa divina è al di là di ogni comprensione; come risposta dell’uomo rimane nell’ambito delle decisioni umane la cui maturità e ragionevolezza sottostà a parametri ben definibili;

 

* se ci sono problemi, il tempo risolverebbe ogni dubbio. In questo caso verificare significherebbe aspettare per vedere cosa succede. Succederà che i problemi si atrofizzano e chi li ha sarà sempre più sfiduciato ad affrontarli;

 

* ognuno avrebbe i propri ritmi e obiettivi di crescita. Se è vero che la crescita è graduale, ci sono però obiettivi tassativi che vanno proposti in modo proporzionato ma anche prescrittivo.

 

 

 

L’ambito del discernimento

La vocazione è una realtà “che trascende ogni forza umana e l’umana sapienza”[2]. Quindi come iniziativa di Dio non può essere oggetto di valutazione. Non si può chiedere allo psicologo né ad altra persona di misurare la vocazione. Tuttavia è anche un fatto dell’uomo: la sua risposta può esser più o meno profonda a seconda che sia più o meno disponibile o predisposto. Il seme è sempre quello, tuttavia viene ricevuto da terreni più o meno ricettivi e quindi porta frutti diversi. Il discernimento riguarda proprio questo secondo aspetto: la capacità attuale e potenziale di risposta.

La capacità attuale indica quanto oggi – di fatto – la persona sta usando per Dio le capacità che in lei sono libere (sono le capacità conscie che permettono di conoscere, fare una scelta e disporre liberamente di sé). Le capacità potenziali sono anche quelle capacità che la persona possiede ma non può usare perché attualmente in lei non conscie, non libere ma che potrebbero essere rese tali. Quindi discernere quanto la persona si lascia attualmente afferrare dall’ideale di Cristo ma anche quanto potrebbe se fosse più aperta. Discernimento per una crescita verso il “con tutto il cuore” e non come radiografia della vocazione.

Ma c’è anche un altro aspetto: aiutare a seguire non solo il bene apparente ma anche il bene reale. L’autenticità dell’uomo non è qualcosa che si può dare per scontato; nel fare il bene si può ingannare; è vero, fa il bene, quindi non è cattivo, malizioso; ma ciononostante può fare un bene parziale, marginale o imperfetto. Alcuni esempi: mi dedico ad un’attività con retta intenzione ma quando non mi gratifica più cala l’entusiasmo e ne cerco un’altra; sono disponibile ma a scapito di valori più alti e urgenti; vivo in modo corretto ma ad un livello inferiore alle mie possibilità… La motivazione umana, anche quando è retta, non è sempre chiara e lineare. Possiamo essere convinti di scegliere un bene e sceglierlo per motivazioni gratuite, per il Regno di Dio e invece senza rendercene conto siamo spinti dalla ricerca del vantaggio, dalla paura, dalla ricerca del minimo…

In terzo luogo, il discernimento riguarda non solo le azioni ma i criteri che le ispirano. La risposta a Dio non va vista solo in termini quantitativi di maggiore o minore apertura alla trascendenza, ma anche in termini qualitativi di diversi orizzonti o diversi ambiti entro cui si svolge la nostra vita. In altre parole crescere non è solo una funzione di allargamento-estensione, ma anche di profondità-cambiamento. Non si tratta solo di approfondire le proprie convinzioni acquisite, imparare nuovi abiti, allargare conoscenze: in questo caso la persona rimarrebbe sostanzialmente ciò che già era anche prima. Crescere vuol dire assimilare una mentalità evangelica nuova e insospettata: un cambiamento radicale nell’impostare la vita. Da notare: nel cambiamento qualitativo non necessariamente cambiano gli oggetti materiali dell’interesse ma deve cambiare il criterio di valutazione degli oggetti. Non basta vendere lo stereo per essere poveri, occorre anche saper leggere la realtà con cuore povero.

Come si vede discernere non vuole dire giudicare ma aiutare la persona ad esaurire sempre più il significato della sua scelta: renderla capace di stupirsi.

È l’inizio di un programma personalizzato di formazione[3]. Se si accetta a scatola chiusa e se il discernimento viene rimandato a dopo l’entrata, ciò che prima era un aiuto, dopo può diventare giudizio: un intervento di sospetto più che un servizio di carità che cerca il vero bene della persona.

 

 

 

Le fonti di vulnerabilità

Chi entra in vocazione, lo fa mosso dalla forza degli ideali piuttosto che sulla base di attuali capacità personali.

Proprio perché ci si decide in base agli ideali, questi possono anche essere in parte irrealistici: derivare da uno stato di deficit, risalire a conflitti da gratificare o dai quali fuggire. Si può scegliere un bene per il suo valore intrinseco ma anche per ciò che da esso ci si aspetta di ricevere. Occorre vedere se la scelta è un bene reale o apparente. Attuare la scelta non è solo questione di buona o cattiva volontà; dipende anche dalla maggiore o minore maturità nelle tre dimensioni o disposizioni della persona verso la scelta.

 

Prima dimensione: dispone alla virtù o al peccato. È la dimensione dei valori. Cosa si prefigge la persona? I suoi valori sono genuini? Rispetta l’oggettiva gerarchia dei valori insiti nella scelta vocazionale? Aiutare in questa dimensione significa aiutare a ricercare l’unione con Dio nella sequela di Cristo (valori terminali) attraverso un cuore povero, casto, ubbidiente quale quello di Cristo (valori strumentali).

 

Seconda dimensione: è la maggiore o minore predisposizione verso il bene reale o quello apparente. È il punto di incontro fra i valori professati e la struttura psichica di chi li professa: quanto è capace di vivere i valori creduti? Quanto invece è spinto a fare ciò che non vorrebbe? Quale la sua attuale capacità di assimilazione? Che cosa lo ostacola senza che lui se ne accorga? Aiutare in questa dimensione significa favorire una sempre maggiore prontezza a rispondere, non solo in termini di allargamento – estensione ma anche di profondità – cambiamento di orizzonte.

 

Terza dimensione: dispone alla normalità o alla patologia; la persona può essere normale nell’ambito dei valori umani quali il lavoro e gli affetti ma profonde immaturità favoriscono comportamenti disturbati o devianti. Questa dimensione non dovrebbe toccare direttamente l’ambito del discernimento vocazionale, anche se persone immature a questo livello possono essere attratte dalla vocazione che però non sono in grado di attualizzare. Si tratta di un discernimento molto complesso e delicato dato che queste immaturità possono presentarsi in forma aperta e, più spesso, in forma latente.

 

 

 

Qualità delle motivazioni

L’impresa non è dunque facile. Richiede competenza scientifica ed equilibrio personale. Per un primo approccio al problema è comunque utile tener presenti tre tipi di motivazioni:

 

– non genuine: sono del tutto estranee alla logica della vocazione sacerdotale/religiosa. Ad esempio le pressioni provenienti dal gruppo di appartenenza, oppure ragioni non specificatamente religiose di trascendenza di sé ma solo di realizzazione di sé. A tale proposito, si sente spesso dire: “mi faccio prete per realizzarmi”; la cosa è corretta quando si intende che il fine è la trascendenza di sé e la conseguenza secondaria è l’auto-realizzazione (ci si fa preti per perdere la propria vita per Cristo sapendo che così facendo anche ci realizziamo). Spesso invece si invertono i termini: il sacerdozio mi serve per realizzarmi: così si ha perso completamente di vista la gerarchia dei valori.

 

– insufficienti: sono ragioni valide ma troppo generiche, non toccano la specificità della natura e della missione sacerdotale/religiosa. Ad esempio: servire la comunità, aiutare i poveri, salvare le anime, condurre una vita santa. Non sono ancora ‘segni’ di vocazione. Lo diventeranno quando saranno motivazioni simboliche, staranno per qualcosa d’altro: l’espressione concreta del desiderio previo di concedersi a Dio con tutto il cuore;

 

– germinative: sono valide perché in relazione diretta con i fini propri e specifici della vocazione sacerdotale/religiosa, ne toccano gli elementi essenziali. Ad esempio: disponibilità incondizionata a ciò per cui Dio vuole inviare; un sì personale per un dono a tempo pieno; servizio della parola e dei sacramenti; accettazione della missione ecclesiale per un senso di viva appartenenza ad essa, rinunciare liberamente alla propria libertà per amare come Dio ama… Sono valori germinativi perché nei primi stadi della ricerca vocazionale non possono che essere solo intravisti in mezzo alla confusione di altre motivazioni oggettivamente non genuine o soggettivamente insufficienti per il modo superficiale con cui sono vissute.

Sono germi che il discernimento deve saper cogliere e abilitare chi li possiede ad allargare sempre più lo spazio di sviluppo.

 

 

 

 

 

Note

[1] cfr. in proposito quanto afferma la CEI nel documento Seminari e vocazioni sacerdotali, Roma 1979, n. 24: “Il rapporto specialissimo del presbitero con il Signore Gesù, e quindi con la chiesa, comporta in lui una specifica definitiva configurazione a Cristo, come un segno spirituale indelebile, in vista di una specifica missione”.

[2] Presbyterorum Ordinis, 15.

[3] Per un utile approfondimento suggerisco: AA.VV., Psicologia e formazione religiosa a vent’anni dal Concilio, in Vita Consacrata, Marzo 1985, pp. 309-372; MANENTI A., I giovani d’oggi davanti alla scelta di vita, in AA.VV., La vocazione religiosa oggi, Rogate, Roma 1985, pp. 17-41; MANENTI A., Piscologia e formazione, Dehoniane, Bologna 1985; RULLA L., Antropologia della vocazione cristiana; Le basi interdisciplinari, Piemme, Casale Monferrato 1985.