N.04
Luglio/Agosto 1986

I responsabili del discernimento vocazionale

Secondo una valutazione comune, senza pretese di classificazione scientifica, il primo dono dell’uomo, quello che condiziona più di ogni altro il suo agire e la sua crescita, è il vedere. Vedendo si intuisce, si comprende, si distingue, si percepisce con chiarezza il mondo in cui viviamo: distinguiamo le persone e le cose, le forme e i colori, le quantità e le qualità… Impercettibilmente in noi penetra attraverso la vista l’universo che ci circonda: così noi cresciamo, reagiamo, costruiamo.

Il discernimento è il nostro vedere spirituale, che continua e approfondisce secondo il piano provvidenziale quella meravigliosa realtà che è il vedere dei nostri occhi: è lo sguardo attento e profondo che coglie un insieme e i suoi elementi, il suo divenire, le sue prospettive. È un vedere sempre più preciso e complesso che ci introduce nel mistero dell’essere, dalle sue dimensioni più apparenti a quelle più remote e impegnative.

Il discernimento vocazionale ci introduce nel mistero della persona umana e del suo destino: per il credente è il sommo mistero del piano di Dio e del suo dialogo intimo con la persona umana. Naturalmente noi non possiamo cogliere questo dialogo direttamente nella sua intimità: non possiamo presumere di violare l’intimità di Dio, né quella della persona umana. Possiamo però, se Dio lo vuole e se la persona ce lo concede, inoltrarci con umiltà e carità in questo appartamento riservato del destino personale per compiere un servizio in qualità di amichevole consigliere.

 

 

È una missione

Essere l’amichevole consigliere in quanto riguarda il destino personale è un compito tanto nobile e delicato, che davvero non si può concedere a tutti. Richiede adeguata preparazione, cioè sapienza e tatto: ma non basta ancora… Si può essere consiglieri solo se si gode la fiducia di chi si vuol consigliare: altrimenti si è rifiutati come indiscreti e presuntuosi. E in questo caso del discernimento vocazionale bisogna godere la fiducia e della persona interessata e di Dio, che è ugualmente interessato. La fiducia della persona si esprime con l’apertura dell’animo al “consigliere”: quella di Dio… con il dono soprannaturale del discernimento.

L’apertura dell’animo del soggetto da consigliare si esprime in forme abbastanza facili da percepire, anche se tali forme hanno tante sfumature che nessuno può pretendere di coglierle tutte. Ma come affermare o essere certi di avere il dono soprannaturale del discernimento? Probabilmente la risposta più semplice e convincente è che là dove c’è la missione c’è anche la grazia. Chi è chiamato a esser guida spirituale ha la “grazia di stato” del discernimento spirituale, in cui è essenziale il discernimento vocazionale.

È una missione che nessuno può arrogarsi, perché “viene data”: discende dallo Spirito Santo “Signore dei lumi”, nella Chiesa, a beneficio del singolo chiamato e di tutto il Popolo di Dio. E dunque è sempre necessario un atteggiamento di profonda disponibilità all’azione di Dio, di umiltà, di servizio nella carità, affinché il consigliere abbia la grazia del discernimento vocazionale e questa sia riconosciuta e accolta dal soggetto e dalla comunità. Atteggiamenti dominatori, che non riflettono la carità di Cristo e non diffondono la sua pace, non possono essere considerati frutto del dono del discernimento. Dio, che ci ha concesso la libertà come sommo dono e somma dignità, non ce la può togliere a capriccio.

Nelle vite dei Santi leggiamo spesso cose meravigliose che manifestano il dono del discernimento. Il tema è però tanto delicato che spesso è lecito chiedersi fino a che punto ciò che leggiamo è autentico e da quale punto in poi diventa “disinvolta agiografia”. L’intuizione dello stato d’animo della persona, delle sue capacità e del piano di Dio, è cosa così alta e misteriosa che una rapida e magari imperativa soluzione lascia molto perplessi. In tal caso la santità riconosciuta del consigliere è l’unica garanzia.

Nei casi normali il discernimento vocazionale coglie la chiamata di Dio attraverso segni concreti, in parte verificabili: attitudini, inclinazioni, momenti e occasioni che appaiono segni dei tempi e dunque anche segni di Dio. Esso non è rivolto soltanto alla comprensione di fatti personali, ma anche alle “occasioni” con cui Dio guida il soggetto nella storia, nella comunità e per la comunità. Certo, la conoscenza della persona e del suo divenire è centrale in questo servizio: ma l’elenco delle attitudini riscontrate deve esser considerato secondario rispetto a un’intuizione unitaria che coglie il senso di questa persona; qui conta la sua aspirazione, la sua capacità d’insieme e il piano Dio. All’educatore cristiano non basta dunque avere le doti umane necessarie al discernimento: è necessaria la sapienza di Dio, la sua grazia.

 

 

I genitori

I genitori hanno il dovere di educare i figli: dunque, ne hanno anche il dono, perché Dio non fa mancare la sua grazia a chi ha una missione da compiere. I genitori normalmente conoscono e comprendono il figlio come nessun altro: ma il loro punto di vista può essere parziale, forse molto umano e poco cristiano, perché il dono di Dio rimane condizionato dalla risposta umana, cioè dalla disponibilità e dall’impegno della persona a cui è elargito.

Per giungere a un discernimento “cristiano” della vocazione dei figli, i genitori devono avere sensibilità non solo di rapporto umano-psicologico, ma anche di esperienza spirituale ed ecclesiale. Come potrebbero comprender le intuizioni e le ambizioni spirituali dei figli se la loro vita fosse priva di questo orizzonti? E come potrebbero apprezzare e sostenere la chiamata a uno specifico servizio nella comunità ecclesiale se non avessero il senso della Chiesa e l’amore per la sua crescita? Purtroppo si deve constatare spesso che i genitori sanno tanto delle energie fisiche e intellettuali dei figli, dei fatti esteriori della loro vita (successi e sconfitte, abilità e malattie, entusiasmi e delusioni…), ma non capiscono il loro divenire spirituale.

D’altra parte, l’azione di Dio ha sempre dimensioni misteriose che rivelano la sua ineffabile creatività: e dunque qualunque educatore, soprattutto i genitori, deve disporsi a incontrare il mistero di Dio. Per questo deve pregare, saper riflettere nella luce della Fede, vivere l’esperienza cristiana con coerenza e profondità.

 

 

Gli educatori nella scuola

Anche gli educatori nella scuola hanno la missione di orientare: dunque, anche a loro Dio elargisce il dono del discernimento. Ma anche per loro è presente il pericolo di una visione riduttiva, non sufficientemente sostenuta dalla Fede. Essi rischiano di valutare e sopravvalutare le attitudini intellettuali, le abilità di tipo prettamente scolastico, precludendosi così ulteriori passi verso la percezione di altri valori umano-spirituali. E dunque anche in loro ci deve sempre essere spazio per il riconoscimento del mistero di Dio: non si possono mai illudere di conoscere e intuire “tutto” dell’educando.

Per evitare questo pericolo, essi devono preoccuparsi di confrontare le loro conoscenze e intuizioni con quelle dei genitori e con quelle di altri eventuali educatori (animatori di gruppo, per esempio). Il discernimento spirituale e vocazionale, più che succedere all’opera educativa, l’accompagna in ogni momento. L’educatore cristiano trasfonde una gerarchia dei valori illuminata dalla Fede e ne verifica costantemente l’assimilazione: in questa gerarchia sono posti al vertice il rapporto con Dio, la preghiera, la vita di grazia, la risposta ai doni dello Spirito. Gli specifici segni dell’orientamento vocazionale emergono nel costante rapporto interpersonale: la visione della vita e dei lavori, la prontezza nel reagire a determinate proposte, la disponibilità alla collaborazione e al servizio, il senso di Dio e della preghiera, l’accoglienza del sacrificio necessario al conseguimento dell’ideale…

All’educatore sono sempre necessari l’attenzione alla persona e l’impegno a promuoverne la massima elevazione, che comporta la prontezza a proporre valori e cammini costruttivi in armonia col crescere delle capacità personali.

 

 

Il confessore

Il confessore, pur avendo normalmente contatti brevi e non molto frequenti, ha un rapporto di straordinaria intimità con il soggetto da orientare, a causa dal momento psicologico e spirituale in cui avviene l’incontro. Chi si avvicina al confessore si pone in uno stato di autoverifica: è dunque particolarmente attento al ritmo del suo attuale cammino spirituale e alle scelte da compiere per un ulteriore avanzamento.

Anche il confessore corre dei rischi, come tutti gli educatori: ma mentre il rischio dei genitori è quello di rifarsi troppo all’esperienza quotidiana, velando le prospettive spirituali, e mentre il rischio degli insegnanti è quello di sopravvalutare gli aspetti intellettuali e scolastici, quello del confessore è di dipendere quasi esclusivamente dall’auto-percezione spirituale del soggetto: i dati di cui dispone il confessore scaturiscono dalla parola e dagli atteggiamenti di chi si confessa e sappiamo che questi sono sempre incompleti, per quanto rette siano le intenzioni del penitente.

Il confronto con il comportamento oggettivo del soggetto è molto utile, soprattutto quando questi fosse “sognatore”, poco realista, incline alle illusioni. Un confessore esperto probabilmente intravede presto queste forme di fragilità, ma dobbiamo chiederci quanti penitenti hanno un rapporto così frequente e ampio con il loro confessore da consentirgli un adeguato discernimento spirituale e vocazionale. L’attuale interesse così vivo per la direzione spirituale, che certo avrà sempre un momento privilegiato nell’ambito della confessione favorirà un ricupero di tempi e momenti necessari per un adeguato discernimento vocazionale.

 

 

Il direttore spirituale

Mi sembra che debba essere considerato direttore spirituale chiunque diriga spiritualmente delle persone: dunque, non solo il confessore e non solo chi sia ufficialmente delegato a questo ufficio. È giusto che una persona si rivolga per consiglio più o meno permanente a chi gli ispira fiducia, sacerdote, religioso o laico che sia. E ci sono vari uffici ecclesiali che danno occasioni continue di rapporto e di consiglio spirituale: catechisti, animatori di gruppi, responsabili di servizi parrocchiali, animatori di ritiri e di esperienze spirituali… tutti quelli cioè che hanno occasioni di istruzione spirituale, animazione, stimolazione religiosa.

I momenti forti di esperienza spirituale sono importanti per le svolte vocazionali: rischiano di essere un po’ sradicati, soprattutto con soggetti poco realisti, ma sono occasioni preziose di semina, di incoraggiamento, di verifica…

A tutti gli operatori pastorali che lavorano nei centri e nei momenti di esperienza spirituale bisogna riconoscere una missione di direzione spirituale e, dunque, proporre un’adeguata preparazione. Devono impegnarsi ad acquisire, sia sul versante umano-psicologico che sul versante religioso, la sapienza e la prudenza, come pure il coraggio e lo zelo. Ma devono soprattutto chiedere il dono dello Spirito, sapendo e ricordando che quanto avviene nel nostro intimo partecipa del mistero di Dio, unico vero interlocutore della nostra libertà.