Il discernimento comunitario
Solo da pochi anni il termine discernimento comunitario è entrato nell’uso comune, specialmente dietro la spinta di una riscoperta della dimensione comunitaria della vita cristiana in tutti i suoi aspetti. La comune ricerca della volontà di Dio è stata tuttavia sempre presente nella storia della spiritualità cristiana, anche se non le è stata riservata una vera e propria elaborazione dottrinale, come invece è avvenuto per il discernimento spirituale personale.
È immediato, ad esempio, pensare a S. Ignazio ogni volta che si nomina il termine discernimento. Negli Esercizi Spirituali egli ci ha comunicato, in effetti, il frutto della propria esperienza.
L’indirizzo è individuale: si tratta della guida al discernimento spirituale in vista di una scelta di vita da operare per la maggior gloria di Dio (nn. 169-189). Maestro Ignazio ha quindi elaborato, potremmo dire scientificamente, dottrinalmente, un metodo di discernimento prettamente personale. Non va però dimenticato che, al di là dell’elaborazione dottrinale, egli possiede una profonda esperienza di discernimento comunitario. La Compagnia di Gesù nasce, infatti, proprio grazie a questo tipo di discernimento.
“Decidemmo di riunirci per numerosi giorni – leggiamo nella relazione della famosa deliberazione del 1539 che trasformerà il gruppo di ‘amici’ in un Ordine – il nostro gruppo composto di Francesi, Spagnoli, Savoiardi e Portoghesi era diviso in opinioni e punti di vista diversi per quanto riguardava la nostra formula di vita, pur avendo del resto un unico pensiero: cercare la Volontà di Dio nella linea della chiamata che ci aveva rivolto”. E segue la descrizione della “tecnica” di un discernimento comunitario per poter giungere ad “adottare tutti insieme il punto di vista più giusto; sarebbe risultato da un dibattito collettivo”[1]. Siamo quindi di fronte ad un autentico esempio di discernimento comunitario vocazionale.
Panorama storico
Basterebbe risalire agli inizi della Chiesa stessa per cogliere ricchi spunti di discernimento comunitario, anche proprio in campo vocazionale: basti pensare all’elezione di Mattia (Atti 1,15-26), o alla scelta per l’invio in missione di Paolo e Barnaba (Atti 13, 1-3). In senso ampio il discernimento comunitario è praticato comunemente nella vita monastica. Le Conlationes di Cassiano, le Interrogazioni di Basilio, come pure le riunioni spirituali della comunità religiosa o del suo consiglio, sono da leggere tutte come ricerca comunitaria della volontà di Dio. “Ogni volta che in monastero è necessario trattare questioni importanti – leggiamo ad esempio nella Regola di S. Benedetto – l’abate convochi tutta la comunità ed esponga egli stesso l’argomento. Dopo aver ascoltato il parere dei fratelli, consideri bene la cosa tra sé, quindi faccia ciò che ritiene meglio per il bene comune”[2].
Pur nella constatazione di una presenza costante, nella storia della spiritualità, di una pratica comunitaria di discernimento, non possiamo negare che l’aspetto della ricerca personale della volontà di Dio di fatto ha monopolizzato il concetto stesso di discernimento, sia nell’esperienza che nella riflessione dottrinale. Questo anche in conseguenza di una concezione sostanzialmente individuale della spiritualità intesa come rapporto personale dell’anima con Dio, tendente a diventare individuale e verticistico. Significativa al riguardo una delle ultime testimonianze di K. Rahner: “Noi anziani siamo stati spiritualmente degli individualisti, data la nostra provenienza e la nostra formazione. In sostanza la genuina esperienza dello Spirito, la vera spiritualità, la ‘mistica’ intesa come evento ovviamente personale, sono state sempre realtà comprese e vissute sul piano personale, appunto, nella meditazione solitaria, nell’esperienza della propria conversione, negli esercizi spirituali fatti in solitudine, nella cella claustrale, e via dicendo. Se c’è un’esperienza dello Spirito fatta in comune, comunemente ritenuta tale, desiderata e vissuta, essa è chiaramente l’esperienza della prima pentecoste della chiesa, un evento – si deve presumere – che non consistette certo nel casuale raduno di una somma di mistici individualistici, ma nell’esperienza dello Spirito fatta dalla comunità”[3].
È proprio questa riscoperta comunitaria dell’esperienza dello Spirito e del suo discernimento che caratterizza la spiritualità contemporanea. La teologia degli ultimi decenni, facendo emergere i temi ecclesiologici della ‘koinonia’, del corpo mistico, del popolo di Dio, della “Ecclesia de Trinitate”, ha aperto la strada a nuovi itinerari spirituali comunitari, anche nell’ambito della ricerca vocazionale.
La prospettiva conciliare modifica infatti l’impostazione della spiritualità e della pastorale in senso ecclesiale. La salvezza e perfezione della propria anima, la ricerca del proprio stato di vita, vengono liberati dalle preoccupazioni individualistiche per essere innestate nel contesto più ampio del piano divino. Il respiro ecclesiale datoci dal Concilio ha permesso di riscoprire e valorizzare la dimensione comunitaria di ogni vocazione. Ogni chiamata avviene nella Chiesa e per la Chiesa. Dio infatti “volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo” (LG 9). Il Concilio ha così riaffermato chiaramente “l’indole comunitaria dell’umana vocazione nel piano di Dio” (GS 24). Coerentemente con tale impostazione possiamo estendere ad ogni tipo di vocazione l’invito che il Concilio rivolge alla comunità cristiana nei confronti delle vocazioni sacerdotali; spetta a tutta la comunità cristiana, famiglia, educatori, associazioni, “coltivare gli adolescenti loro affidati in maniera che essi siano in grado di scoprire la vocazione divina e di seguirla con generosità”. Da tutto il popolo di Dio si attende una “fattiva partecipazione” all’opera delle vocazioni (OT 2).
Natura ecclesiale della vocazione, pastorale vocazionale coinvolgente tutto il popolo di Dio, discernimento comunitario: sono tutte dimensioni ormai recepite, almeno a livello di documento, anche nella nostra Chiesa italiana. Il documento sulla formazione dei presbiteri afferma chiaramente che la comunità cristiana è responsabile di tutte le vocazioni in quanto è nel suo seno che nascono, crescono e vengono riconosciute (cfr. n. 22). Il piano pastorale per le vocazioni da parte sua accentua ancora più fortemente il compito che in questa linea spetta alla Chiesa particolare e alla comunità parrocchiale in specie (cfr. nn. 26-30).
L’apporto della comunità
Tutto ciò non può non avere ripercussioni sul discernimento vocazionale. Se la vocazione ha una connotazione comunitaria essa potrà essere meglio percepita e condotta a maturazione con l’aiuto della comunità.
Abitualmente si parla di un duplice tipo di discernimento: da parte del candidato e da parte della Chiesa. Il primo avviene a livello di coscienza in un cammino di libertà interiore che conduce, sotto l’azione dello Spirito, ad un determinato servizio. Il secondo consiste in un esame delle motivazioni, delle attitudini, fino al riconoscimento del movimento interiore dello spirito nell’intimo di una storia personale.
Qui con il termine “discernimento comunitario” intendo qualcosa di più ampio e precisamente l’apporto che la comunità è chiamata ad offrire perché i singoli suoi membri giungano, in un cammino graduale, alla chiara percezione della chiamata di Dio ed alla piena libera risposta di adesione.
L’apporto della comunità al discernimento vocazionale può essere visto sotto molteplici angolature: la preghiera per colui che vive la difficoltà del discernimento, la proposta di contenuti di vita utili al discernimento, il consiglio soprattutto nell’impatto con gli “snodi” lungo il cammino vocazionale, la presentazione dal vivo delle diverse vocazioni e dei diversi modelli, il discernimento in senso stretto inteso come verifica comune tra le persone che hanno seguito il soggetto in questione nei diversi momenti o nei differenti aspetti della sua vita: tutti punti già sottolineati nei documenti sopra citati (sia del Concilio che della CEI), là dove parlano del compito della comunità nei confronti delle vocazioni.
Vorrei invece portare l’attenzione su altri due aspetti forse – almeno il secondo – meno sottolineati: la possibilità della maturazione che la comunità offre sollecitando il dono di sé, e la condizione di particolare illuminazione interiore che essa permette.
La comunità (e qui lascio volutamente nel vago la sua determinazione perché il discorso vale indifferentemente, anche se con modalità diverse, per la famiglia, la parrocchia, l’associazione, il gruppo giovanile, la comunità di accoglienza) propone innanzitutto, il dono di sé, la possibilità concreta di amare donandosi, uscendo fuori di sé incontro all’altro. Ed è questo uno degli elementi fondamentali al fine della scoperta della propria vocazione. “La comunità del ‘noi’- scriveva Karol Woityla – è quella forma di plurale umano in cui la persona si realizza al massimo grado come soggetto”[4].
L’uomo infatti, per sua intima natura, è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti, né giungere alla piena consapevolezza di sé e del piano che Dio ha su di lui (cfr. GS 12). La comunità forma, matura, proprio permettendo determinati tipi di rapporti informati dalla carità, normati dal comandamento dell’amore reciproco, essendo questa la legge intima del nuovo popolo di Dio (cfr. LG 9). Senza la comunione, frutto di un rapporto che si esprime nel dono reciproco, la persona non matura, non si realizza. L’uomo “rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente”[5]. La comunità cristiana si offre come “luogo esistenziale” in cui l’esercizio della carità acquista concretezza di modalità e di attuazione. Anche studiando l’esperienza dello Spirito compiuta da molti Fondatori di Istituti religiosi, ho potuto notare come il momento dell’ispirazione fondante – potremmo dire della loro vocazione – sia abitualmente preceduto da un periodo di intenso esercizio di carità, che li ha resi pienamente disponibili ad accogliere il dono illuminativo. Per loro, come per ogni persona che debba discernere la propria vocazione, vale la parola di Cristo: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò” (Gv 14,21).
Un secondo apporto al discernimento è offerto dalla comunità in quanto luogo della presenza del Signore risorto. Egli ha promesso la sua permanente presenza nella Chiesa (cfr. Mt 28,20), specificando che si sarebbe fatto presente anche dove solo due o tre si fossero riuniti nel suo nome (cfr. Mt 18,20). La comunità cristiana, ogni tipo di comunità cristiana, se è autentica ha la capacità di porre le persone in ricerca in comunione con il Signore presente in essa. E Lui compie un’azione di tipo illuminativo.
Come quando si pose in mezzo ai due di Emmaus egli, nella sua comunità, continua a spiegare il senso delle Scritture e a far ardere i cuori. Nella vita di comunione offerta dal gruppo cristiano le verità della fede vengono illuminate dallo Spirito che il Risorto presente comunica ai suoi e sono percepite in profondità e colte in un tipo di conoscenza di ordine sapienziale. Il giovane, nell’ambito comunitario, è portato, proprio per questa mistica presenza, a penetrare quasi per connaturalità le varie dimensioni e componenti del mistero cristiano. E ciò è fondamentale ai fini della comprensione del particolare progetto di vita che egli è chiamato a realizzare all’interno del disegno di Dio, ora percepito con chiarezza intellettiva e con penetrazione affettiva, proprio come ad Emmaus dove le Scritture venivano spiegate alla mente ed avevano anche l’effetto di far ardere il cuore.
Il Risorto presente nella sua comunità illumina le coscienze a livello personale. La comunità diventa come l’amplificazione della voce di Cristo che viene ingigantita e resa maggiormente percepibile in ciascuna persona in modo tale che questa diventa maggiormente atta ad accoglierla ed a viverla. Nell’unità si percepisce meglio ciò che Dio chiede a ciascuno e si è più disponibili a conformarsi al suo volere. Appaiono con maggiore immediatezza i difetti da eliminare, i passi avanti da compiere, le scelte da operare. Origene esortava a questo tipo di discernimento comunitario quando scriveva: “Se non riusciamo a risolvere e spiegare qualche problema (possiamo intendere anche quello della vocazione), avviciniamoci a Gesù con tutta la concordia di sentimenti circa la nostra richiesta, poiché egli è presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome e, mentre è presente con la sua potenza e potere, è disposto a illuminare i cuori (…) per penetrare con l’anima le questioni”[6].
Note
[1] Deliberazione dei primi Padri, in Gli Scritti di S. IGNAZIO di Loyola, Torino 1977, p. 206.
[2] Capitolo 3, 1-2.
[3] Elementi di spiritualità nella Chiesa del futuro, in AA.VV., Problemi e prospettive di spiritualità, Brescia 1983, p. 440.
[4] KAROL WOITYLA, Der Strei um der Menschen, Kevelaer 1979, p. 54.
[5] GIOVANNI PAOLO II, Redemptionis donum, n. 10.
[6] ORIGENE, Commento in Matth., XIII, 15.