N.06
Novembre/Dicembre 1986

Giovani preghiera e vocazione

Il giovane che prega è il giovane che ascolta la vocazione e vi risponde. Le strutture si sovrappongono. Come sono i giovani? Quali atteggiamenti dobbiamo coltivare in loro?

 

 

Giovani di tre strutture

I giovani dell’auto-gratificazione. Non capiscono né la preghiera né la vocazione. Vivono e crescono rinchiusi nelle strettoie o della soddisfazione dei propri piaceri e sentimenti, o della difesa delle proprie comodità e pigrizie. Li domina il principio del piacere. Sono esauriti dai problemi personali, superficiali ed effimeri. Sono idolatri di sé, vanitosi, superbi, stolti o raffinati, magari anche disperati… di se stessi.

I giovani dell’auto-realizzazione. Possono capire le vocazioni umanistiche dentro le sufficienze dell’uomo, ma senza spazi per la preghiera. Sentono i valori di sé come persone, della società con la quale sono solidali; sentono i valori storici dell’umanità attraverso il tempo e il cammino delle generazioni. Se sono attenti e tesi al mistero, questo è senza nome, senza risposte definite. Non c’è nessun Dio da ascoltare e interrogare, da ringraziare, da implicare e con il quale impegnarsi. Nessun Dio da pregare. O se c’è non impegna molto. Bisogna fare da soli. 

I giovani dell’auto-trascendenza. Capiscono insieme la preghiera e la vocazione. Hanno una Vita che si apre alla Fede. Sono in dialogo con il divino. Aperti a riconoscere, a lodare, ad ammirare, a ringraziare, a invocare Dio, possono ascoltarne la voce, rispondere disponibili alla sua volontà. Quando Dio è il Dio di Cristo, il Dio che si è rivelato in Cristo, sia la preghiera sia la vocazione si sviluppano capaci di coinvolgere il ragazzo e il giovane dentro i temi della Creazione, dell’Alleanza – Rivelazione – Redenzione – Salvezza, della Chiesa, del Popolo di Dio, per il Mondo da amare e salvare. La personalità autotrascendente è protesa in avanti verso il tutto, il bene, il lavoro, ma soprattutto verso l’incontro e la dedizione a persone, per comunicare, collaborare e scambiare in profondità e larghezza con esse in quanto persone. È personalità in ricerca o attesa e invocazione di un Tu personale primo e assoluto nell’essere, nel vivere, nel donare, nel dialogare: del Tu di Dio. È personalità che comprende, vive l’incontro storico di Gesù Cristo che si fa presente nella storia degli uomini, nei gangli decisivi della storia esistenziale di tutti e di ciascuno, di sé; comprende il Vangelo e familiarizza con il suo mistero.

Mentre prega, lo Spirito di Cristo lo chiama a una profonda intimità; lo mette a parte della Sua passione e compassione per gli uomini, sia per quelli convocati dalla Fede nella Chiesa, sia per gli uomini ancora in attesa nel mondo e lontani. Si delineano in questa preghiera i germi o gli sviluppi delle vocazioni.

 

 

Vita di preghiera

Solo nella preghiera lo Spirito svela i progetti, definisce e propone i compiti, le missioni, attua le preparazioni e le consacrazioni, invia alle attuazioni… Collocarsi in Dio (preghiera) è sorgente e causa di missione d’amore e gloria di Dio, di generoso servizio agli uomini fratelli (vocazione). Chi non prega non avrà mai vocazione. Chi non ha vocazione non ha pregato bene, forse non ha mai pregato bene.

Nella preghiera il giovane è aperto a Dio, è in dialogo con Dio e può cogliere il senso e il progetto di una vita nella Chiesa, nella Società, nel Mondo in nome dell’amore, prolungandovi l’amore e l’azione d’amore in Dio nei modi necessari e possibili.

Nella preghiera il giovane consegna la sua personalità nascente a Dio e la riottiene definita e ricollocata per una missione.

I giovani della struttura auto-trascendente hanno già percorso o stanno percorrendo e continuano a percorrere proprio all’interno della preghiera un fondamentale e necessario cammino vita-fede. Poi proseguiranno il cammino di fede-vita e sarà la Vocazione.

L’Assoluto è il loro orizzonte di Vita, personalizzato in Dio, il Dio storico e accostabile di Cristo e dello Spirito, nella Chiesa, Comunità della fede. Il Mondo, l’Uomo, gli Uomini, non sono più né estranei, né estraniati. Se l’esperienza li fa incontrare nell’appartenenza e nella partecipazione quotidiana, quelli che pregano se ne fanno carico. Godono e soffrono insieme. Pregano perché Dio mandi vocazioni. Ma è facile che la preghiera li coinvolga così concretamente da sentire nascere in sé una personale vocazione-missione continua e piena di rappresentanza e coinvolgimento presso Dio (intercedendo, lodando, ringraziando, chiedendo, riparando per loro), una vocazione-missione personale continua e piena di evangelizzazione, di santificazione, di promozione, di carità, di Eucaristia, di sacerdozio.

 

 

Preghiera è Vita con Dio

* Nella preghiera il giovane entra in Dio, si fa “presente” a Dio. Entra nella profondità e nell’attenzione di sé, poi esce da sé, al di là e al di sopra di sé; con tutto sé e con ciò che sta a cuore a sé, entra in rapporto con Dio. Vive, verbalizza ed esperimenta la pienezza della interpretazione esistenziale di sé in Dio. Chi e perché è l’uomo? Chi sono io? Perché la vita?

Nella Parola di Dio ritrova la verità, il valore, il progetto di sé, il senso e il valore di sé, della propria vita.

* Nella preghiera Dio entra nel giovane, si fa “presente” a lui. Porta a conoscenza i suoi progetti, “non ancora finiti”, della Creazione, dell’Alleanza, della Salvezza, della Redenzione… Gli svela il mistero dell’esistenza: “Dio ci ha amati per primo”; “dal seno di tua madre io ti ho chiamato”; “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi…” (Gv 15, 16).

* Nel dialogo Uomo-Dio e Dio-Uomo la preghiera instaura una vera convivenza quotidiana e programmatica. Nel dialogo crescente della preghiera Dio ha modo di continuare in molti tempi e su molte vie a chiamare, a parlare, a rivelare e definire, a mandare; il giovane ha modo di continuare ad ascoltare, capire, tradurre e fare. Dio e l’uomo fanno un cammino parlandosi, conoscendosi, conoscendo attorno alla Parola e agli eventi, insieme ai fratelli nella comunità.

 

 

Preghiera di Vocazione

Il nesso è ormai evidente. Ma ci si può chiedere: perché è così stretto?

* La preghiera è ricerca, invocazione, preparazione, attesa. L’esempio perfetto si trova nel lungo “Avvento” dell’umanità in attesa di Cristo, dei 30 anni di silenzio nascosto di Gesù, della Liturgia annuale, dell’esperienza di ognuno. La preghiera di riflessione scava profondamente dentro la vita, dà l’interpretazione di sé e della vita. Essa inonda il giovane di luce, di amore, di bontà; di comprensione d’un progetto e senso, di comparazione vincente con le soluzioni egocentriche o umane o autosufficienti, coltivando in sé la vitalità superiore aperta a Dio.

* La preghiera è meditazione confidente e celebrativa di Dio e del suo Mistero rivelato in Cristo. Ricordiamo la preghiera di Maria che ha scelto la parte migliore rispetto a Marta; ripensiamo al tono meditativo del Vangelo di Giovanni, alla conversione di S. Paolo, di S. Agostino, di S. Francesco di Assisi, alla meravigliosa esperienza di S. Ignazio, di S. Camillo di Lellis.

* La preghiera mette a parte delle cose da fare. “Segrega per” le molte e diverse cose da fare con Dio e per Dio. La preghiera chiama, forma, manda in missione, prepara, (cfr. 1 Cor 15,8). “Non vi ho chiamati servi ma amici… Vi ho confidato tutte le cose”. La preghiera inizia e forma alla lode di adorazione e ringraziamento, dispone alla fedeltà del servizio e del mistero di evangelizzazione, santificazione e riconciliazione, comunione. Prepara alla carità secondo i doni di Dio e i bisogni degli uomini che emergono dalle informazioni nel cuore, nella volontà di risposta, precisando molti carismi (S. Ignazio, S. Vincenzo, Don Bosco, S.F.S. Cabrini, D. Alberione…). 

* La preghiera sviluppa la risposta, l’adesione, il consenso. Discute, ma poi dichiara la disponibilità. È il “Sì” prolungato in ogni momento a Dio che chiama, tradotto nei passi dell’attuazione della risposta.

Nella preghiera ha luogo il discernimento attivo della volontà di Dio. Preghiera conduttrice dello Spirito; preghiera che immette nella volontà del Padre (così fu la preghiera di Gesù nel deserto, sul Tabor, nel Getsemani, la preghiera che ha accompagnato gli sviluppi della vocazione di Maria).

 

 

Quale preghiera è luogo di vocazione?

Dico subito quale preghiera non lo è, o lo è in modo non autentico, debole, incerto. Quella preghiera di evasione spiritualistica o intimistica in un Dio che abbraccia e tiene in contemplazione e dialogo senza dare niente da fare, senza mandare nessuno a nulla; la preghiera priva di volontà apostolica.

Quale preghiera lo è poco? Quella preghiera che contiene scarsa ricerca, interrogazione, invocazione umana, scarso riferimento ecclesiale, quella che non entra in profondità nel disegno storico di intelligente amore di Dio Creatore, Provvidente, Redentore e Salvatore; quella che ha troppi consigli da dare a Dio senza ascoltare risposte.

Quale lo è? Quella preghiera che è piena della migliore umanità giovanile; quella che si fa rappresentativa del prossimo; quella che porta innanzi a Dio la propria disponibilità giovanile, ma anche interrogativi, gioie, tensioni, limiti, peccati…; quella che nella Parola di Dio, nel Vangelo, nella Vita della Chiesa incontra la pienezza e la concretezza storica dell’amore operativo per gli uomini del Dio Creatore, Redentore, Provvidente, Salvatore… fino a innamorarsi dell’ipotesi di diventarne stretti collaboratori, prolungamenti nell’“oggi” (cfr. Mt 28,18ss); quella che incontra confidente un Padre che “opera sempre” che ha tanti, tutti figli suoi, vicini e lontani, in casa e fuori, fedeli e ribelli, sani e malati, colti e analfabeti, dotati e handicappati; quella che esprime e celebra una fedeltà filiale, amicale, nuziale; quella che contempla le molte vie dell’amore e della salvezza di Dio, di Gesù Cristo (cfr. Mt 9,37); quella che familiarizza con un Dio meritevole di uno scambio a tempo pieno, radicale, totale, permanente, sia di contemplazione e lode che di ministero e carisma ecclesiale e mondano…, con un Dio pieno di amore; quella che diventa volontà dei fini e dei mezzi (mistica e ascetica); quella che è “missionaria” perché rivolta a un Padre “missionario”, a un Figlio “missionario”, a uno Spirito “missionario”, in una Chiesa “missionaria”, attorno a un’Eucaristia “missionaria”, in comunità “missionarie”…; quella che ascolta risposte, interpellanze, forti chiamate, elezioni, coinvolgimenti da parte di Dio (cfr. Mc 1,17).

 

 

Quale vocazione è fondata sulla preghiera?

Quale no? La vocazione auto-sufficiente dell’umanesimo laico; la vocazione che cerca l’autoaffermazione; quella che è fuga e difesa; quella che è privata o dipendente e realizza principalmente progetti e ruoli personali, sociali, politici, culturali, morali (motivazione inautentica). Questa vocazione non ha nulla in comune con la preghiera, non spinge a darle spazio.

Quale lo è poco? Quella che chiude Dio in momenti isolati solenni o feriali per definirsi abitualmente nell’umano, nel temporale; quella che nel divino sublima l’umano; quella che fida troppo nelle risorse umane e che chiede a Dio solo la benedizione e il consenso o l’aiuto quando le cose non vanno o vanno male; quella che riassorbe, centra e motiva anche l’azione apostolica nell’auto-realizzazione, ponendo la fiducia nell’inventiva dei talenti personali; quella che fa anche della preghiera e delle sue forme un momento di produzione ed espressione umana; quella che pone in primo piano la risposta ai bisogni degli uomini, il soccorso ai fratelli, la giustizia o la libertà, il progresso, la difesa sociale e ne cerca in Dio, nel Vangelo solo la conferma o un motivo di critica o polemica denuncia contro la Chiesa o l’autorità.

Quale sì? Quella che ha posto Dio alla sorgente, e ne sente un totale bisogno, un totale riferimento; quella che lo convoca e invoca, lo interroga, lo ascolta a lungo, lo ubbidisce, lo loda e lo glorifica lungo tutto il cammino; quella che vive dello Spirito Santo, conosce l’originalità del Vangelo e la prolunga; quella che è umile e che chiede spesso il perdono; quella che sa di non potere e non dovere fare tutto, ma solo porsi come segno (zelante e attivo) della sicurezza che il Regno di Dio (l’amore di Dio) è in mezzo a noi; quella che vive nella comunità operante e orante della Chiesa o di qualche sua parte.

 

 

Vocazione e preghiera si compenetrano nei giovani

Seguire è scegliere e lasciare; seguire è purificarsi, donarsi tutti e sempre. Dove prendono i giovani la verità, la forza, l’amore per farlo? Dove si innamoreranno di Dio? Vocazione e missione partono da Dio, sono cose di Dio. Dove i giovani lo incontrano? Dove possono parlargli, sentirlo, dialogare con lui, uniformarsi a lui, riceverne i messaggi ,della missione, i contenuti, i metodi, gli stili? Dove lasciarsi consacrare e consacrarsi? Lasciarsi amare e riamare? Dove accade e matura questo scambio, l’incontro dei due flussi? (cfr. Gv 13, 34-35). Dove e come il giovane potrà uscire dalle strettoie del piacere, del desiderio e delle paure, del calcolo e delle sufficienze umane? Il giovane che ha buona struttura “trascendente” apre la vocazione alla preghiera e consolida e incarna la preghiera nella vocazione. Egli le vive entrambe quando dialoga con Dio ascoltando e rispondendo, adorando e supplicando, nella prospettiva del mistero cristiano.

La preghiera è respiro di Chiesa e di umanità; il giovane nella preghiera respira insieme allo Spirito. La coscienza si fa amore, tensione al pregare e al fare, sorgente di vocazione, disponibilità alle missioni che la realtà fa incontrare e per le quali ci si sente idonei, senza aspettare segni eccezionali. Nulla da fare per le vocazioni quando la preghiera è solo personale o gregaria, quando è fondata su esperienze magico-taumaturgiche, sull’eruzione isterica dell’inconscio, su esigenze epidermiche ed intimistiche, sull’euforia incontrollata, sulle deleghe fideistiche e fondamentalistiche al Signore, senza offrirsi per dargli una mano affinché qualche cosa certamente accada per Lui, per i fratelli, per il mondo. Ai giovani serve la preghiera di intimità profonda, chiara, generosa, sintesi di speranza e di provocazione, partecipante gioiosa e dolente “insieme al Signore”; la preghiera feconda di impegni che scende dal Tabor per ritrovare subito gli ossessi e la loro tragedia (cfr. Mc 9, 14-27), servizievole verso Dio, i fratelli, anche gli ultimi.