Chi può educare i giovani alla preghiera
La preghiera è l’esperienza più ricca dell’uomo; una ricchezza che difficilmente si lascia racchiudere in formule.
E tuttavia, come tutte le grandi esperienze, ha bisogno di una “iniziazione”. Bisogna per questo andare alla scuola di qualcuno che si è immerso nella preghiera “come il pesce nell’acqua” e perciò in grado di introdurti nell’area del divino: incontro al Signore. Il resto poi l’impari con l’esperienza.
Chi può iniziare
Nella tradizione spirituale cristiana quando si vuol descrivere la figura di un “Padre nella fede” e io aggiungerei anche la figura di chi ha il dono di saper “iniziare alla preghiera”, si cita un antico “loghion monastico” che suona così: “dà il tuo sangue e riceverai lo Spirito”.
Chi è chiamato ad iniziare alla preghiera è visto come una “ikone” dello Spirito Santo in cui la libertà si è fatta carne. È per questo che egli può essere padre di libertà nello Spirito ed insegnare agli altri. Il “martirion” è indispensabile alla nascita del Padre nello Spirito. La Chiesa nasce dal costato di Cristo crocifisso. È indispensabile rifarsi a questa immagine primordiale della fede cristiana per porre nella giusta prospettiva ogni considerazione su qualsiasi tipo di paternità nella Chiesa.
“Dirigere o manifestare”?
Alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, un teologo ortodosso (Meyendorff) si chiedeva: “si può veramente affermare che la Chiesa romana è sempre nel giusto nella sua tradizionale preoccupazione di ‘dirigere’ la società umana, di trovare soluzioni per tutti i problemi umani, di guidare, di nutrire, di consigliare, di regolare, di condurre, invece di ‘manifestare’ ?”.
È un interrogativo, ma anche una accusa abbastanza dura. Mentre la Chiesa Romana sembra più preoccupata di ‘dirigere’ la società umana, la Chiesa Ortodossa sa di dover solo ‘manifestare’ qualcosa o qualcuno alla società stessa e ai singoli.
Abbozzo di profilo
Chi inizia alla preghiera, dando per scontato quanto si è scritto sopra, dovrà fuggire da atteggiamenti istrionici, dal momento che desidera non già “tenere in pugno” l’altro, bensì accompagnarlo, ponendosi nell’incontro che dà la mano, quale indice di un senso indipendente da entrambi. Sarà una persona tanto più autentica, non recitante “ruoli”, quanto più farà emergere nell’altro la sua inalienabile coscienza di figlio che dialoga col Padre comune. Tutto questo si traduce, nella relazione con l’altro, nella capacità di comunicare la propria esperienza in un modo tale da rimandare a qualcosa fuori di sé (può condurre alla rivelazione dell’altro…). Pertanto uscirà di scena perché l’altro possa maturare il suo proprio evento di coscienza.
Fare l’educatore richiede continue modifiche di se stesso, arrivando anche ad un ribaltamento dell’immagine codificata; detto con una formula, potrebbe passare da “maestro” a “servo”, cioè da “magister” a “minister”! In effetti, l’educatore, se è vero che è più cosciente dell’altro, tuttavia si preoccupa di generare una relazione mutua di stima. Così, il piano di partenza, che è sempre di relativa asimmetria come in ogni rapporto precostituito, si trasforma in dialogo sempre più alla pari. Addirittura la logica si capovolge come in ogni vera relazione in cui l’uno si pone a servizio del bisogno emergente dell’altro.
Tale esperienza “generatrice” dà il tono dell’autorità, o meglio della autorevolezza dell’educatore. Infatti è così attento alla crescita dell’altro da confermargli i passi del suo cammino.
Autorità può divenir sinonimo di “passaggio di consegne” in quanto l’educatore, non arrogandosi il merito di un immaginario potere magico, consegna l’altro al suo proprio dialogo responsabile con la vita, con il mondo, con ogni altro (e quindi anche con l’ Altro…).
Infine l’educatore, mentre si adegua al passo dell’altro, lo stimola a progredire secondo le potenzialità recettive già manifestate. Ciò per non vanificare la legge costante dell’apprendimento. In ogni caso l’educatore è attento ascoltatore della novità che l’altro contiene in sé e la fa fermentare. L’altro, alla fine, dovrebbe formarsi un proprio mondo, con un proprio linguaggio irripetibile, non “copia” di quello dell’educatore, per quanto necessaria sia l’opera comune di filtro e selezione.
Il vero Maestro
Al tempo di Gesù c’erano alcuni movimenti religiosi come i Farisei, gli Esseni, i Battisti; forse avevano il loro libro di preghiera.
Gli unici che non avevano un libro di preghiera erano i discepoli di Gesù; da qui la loro richiesta: dacci un libro per pregare come anche Giovanni l’ha fatto per i suoi discepoli. Ma Gesù non si lascia catturare da questa richiesta, che risponde a un bisogno di sicurezza. Avere con il libro, delle parole da dire a Dio è crearsi l’illusione di saper pregare. Tentazione antica, eppur sempre attuale. L’aspetto nuovo che Gesù intende proporre è un altro: nasce dalla sua stessa esperienza, del tutto personale. Per Lui la preghiera è, prima di tutto, un rapporto col Padre, non un protocollo.
Dunque non cosa chiedere a Dio, ma stare davanti e legati a Lui con tutta la vita. La preghiera cristiana non è un sapere che si possa imparare ad acquisire. Colui che sa pregare è lo Spirito ed è in questo senso che egli è l’unico “maestro di preghiera”.
Dio attraverso lo Spirito plasma il profondo di un uomo, gli crea la sete di un incontro, di una comunione, di un ritorno sulla traiettoria di Cristo. Solo lo Spirito è la mediazione che rende possibile il legame effettivo di comunione e l’intreccio di reciprocità fra Dio e l’uomo. Egli è l’Amore, il fuoco, il vento della reciprocità divina. Colui che permette l’accoglienza e l’ascolto della Parola. Lo Spirito purifica le nostre ricerche; dimora silenziosamente nel nostro cuore, portandoci la pace del Cristo risorto. Egli è la presenza di Dio in noi.
Egli è la preghiera “spirituale”, il vero respiro della vita. Il progresso del nostro cammino spirituale finirà non appena scompare questo dono, proprio come la vita del corpo finisce non appena cessa il respiro naturale.
Condizione per essere introdotti nella preghiera è educarsi alla docile passività nei confronti dello Spirito, per lasciare che il suo aiuto agisca in noi. Non si tratta di un atteggiamento rinunciatario, al contrario invece ci viene chiesto il coraggio di accettare un dialogo aperto e disponibile all’imprevedibile azione dello Spirito, senza proteste e senza presunzioni.
In definitiva è sempre secondario quello che si chiede, rispetto alla relazione che si vive con Dio. Gesù infatti non fu esaudito per le domande che presentò, ma per l’atteggiamento di profondo rispetto con cui accompagnò la sua preghiera. Ciò che diventa primario è il modo di andare a Dio e l’atteggiamento con cui viviamo la nostra relazione con Lui. Gesù ci insegnò a viverla con. profondo rispetto, senza mai dare a Dio date di scadenza per l’esaudimento, ma invece lasciare interamente a Lui modi e tempi per risponderci.
Conclusione
Mi pare che sia necessario ritornare a queste fonti genuine, se vogliamo ritrovare la strada maestra della preghiera cristiana. Essa, rimane un lungo cammino alla scuola pedagogica dello Spirito che modella in noi il sentire di Gesù verso il Padre. Chi è chiamato, per dono, ad iniziare altri ad una vita di preghiera, oltre che vivere e sperimentare ogni giorno questa consapevolezza, dovrà saperla trasmette sull’onda di quel medesimo Spirito, dal quale si sente continuamente ammaestrato e convertito.