La scuola di preghiera vocazionale
La scuola di preghiera è necessariamente “luogo vocazionale”. È solo dall’incontro autentico con Dio che ogni uomo scopre la sua vera identità e quindi il suo posto nel cosmo, nella storia, nella Chiesa, nel cuore di Dio. “Ci hai fatti per te, Signore, ed inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”. (S. Agostino).
La vita è una vocazione; vivere è rispondere all’attesa di Dio su di noi, al suo progetto. Rispondere “sì” all’invito che ci è rivolto non una volta sola ma continuamente.
La vera identità dell’uomo non è raggiunta una volta per sempre ma è progressiva, dinamica, nella contemplazione del continuo intervento di Dio nella storia, nella propria storia, fino alla assunzione degli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cfr. Fil 2,5). Solo così la vita ha un senso, un sapore, un colore, una gioia.
Se questo è vero per ogni discepolo del Signore in cammino “fino alla piena statura di Cristo” (Ef 4,13), e quindi in perenne “scuola di preghiera”, lo è particolarmente per i giovani.
La scuola di preghiera vocazionale, per i giovani, soggetti “naturali” di vocazione, oltre che essere una esperienza specifica per la loro età, per il primo orientamento, è anche una esperienza di “introduzione” all’itinerario vocazionale che è la vita.
Pregare vuol dire “fare verità” sulla propria esistenza, disporsi in umiltà davanti a Dio per ridare alla vita la sua giusta dimensione, per ricondurla al suo senso ultimo.
Il giovane che si interroga sulla sua vita, nella preghiera raccoglie i suoi giorni, i suoi sogni, le sue paure, le sue speranze; sa che è davanti ad un Interlocutore, avverte il senso di una Presenza permanente. Anche se è lungo, difficoltoso e arido, l’itinerario della preghiera conduce sempre ad un incontro d’amore con Colui che ci è donato di “amare pur senza averlo visto” (1 Pt 1,8) per opera dello Spirito Santo, ricevuto nel Battesimo.
Le “scuole di preghiera” per i giovani che frequento e che mi è dato di animare da una decina di anni, circa, sono in continuità con i fondamenti comuni della vita cristiana, proprio per evitare una ulteriore frammentarietà di esperienze a cui il giovane è già tanto sottoposto dalla cultura odierna, anzi per esserne esperienza unificante e di discernimento.
Obiettivo primo della scuola è quello di “favorire” l’incontro personale con il Signore della vita e la gioia di questo incontro.
Ne scaturisce, poi, inevitabilmente la domanda: “Chi sono io davanti a Te e tu chi sei eterno Iddio?”. Essendo fatti per la comunione l’incontro genera identità, senso della vita, gusto della vita, pienezza dell’ “essere”.
Quando si scopre la gioia dello “stare” con il Signore nasce anche la domanda della missione: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”.
Colui che impara ad ascoltare la Parola di Dio e a metterla in pratica, nell’unità di vita, a poco a poco sente nascere nel suo cuore una grande disponibilità per il Regno di Dio.
L’esperienza della scuola di preghiera (incontri serali quindicinali o mensili, pomeriggi o giornate mensili, settimane di deserto estive) si fonda su dei piloni che costituiscono la pedagogia dell’incontro: il silenzio; l’ascolto prolungato della Parola di Dio (i temi sono vari); il deserto e l’adorazione eucaristica; la risposta (personale e comunitaria) nella preghiera e nella lode; l’impegno nella vita.
Il silenzio
Condizione indispensabile per incontrare Dio e ritrovare se stessi in Lui.
“Fermarsi”… nel silenzio, lasciare tutto per un certo tempo, prendere le distanze dal groviglio degli impegni e dalle ansie quotidiane. Fare il deserto attorno e dentro se stessi.
Nel tempo iniziale di ogni incontro “rovesciare il bicchiere del proprio cuore” davanti al Signore, come diceva un vecchio maestro di preghiera, per buttare in Lui gli intrighi delle passioni, affidargli i problemi, abbandonare a lui i propri pregiudizi, i punti fermi e ogni ansia del cuore.
È un silenzio non facile, ma liberatore e costruttore. Un silenzio che fa paura, come il deserto ad Elia (cfr. 1 Re 19), ma insieme tanto desiderato per ritrovare se stessi nella pace. L’aridità e la solitudine che talvolta si sentono dentro, come per Elia in quel terribile giorno nel deserto, sono la purificazione dell’egoismo, della nostra pretesa di salvarci da soli. Dare spazio a Dio! Lasciare che ci raggiunga con i suoi angeli, i suoi messaggeri di pace: i fratelli, le creature, un’icona, qualsiasi cosa che ci parli di Lui e ci aiuti ad incontrarlo. Aprire il cuore e lasciare che il Signore ci tocchi, ci tocchi nel profondo come l’angelo toccò Elia.
L’ascolto
Spetta a Dio la prima parola: nell’incontro l’uomo deve prima ascoltare per lasciarsi ricreare continuamente… poi risponderà.
Come “in principio” fu la Parola che dal caos chiamò alla vita le creature così è solo ascoltando questa stessa Parola che l’uomo si lascia fare, si lascia plasmare, ordinare nel suo caos interiore. E Parola di vita che esige un ascolto attento che coinvolge tutta la persona, perché la possa progressivamente restituire alla sua “vocazione” originaria. Qui… ogni giovane trova la sua identità e il suo ruolo.
Per questa trasformazione interiore l’ascolto della Parola deve essere tranquillo, prolungato nel tempo, nei giorni che si susseguono. L’esperienza dell’incontro con il Dio-parola crea piano piano il gusto della Parola fino ad essere educazione alla “Lectio divina” quotidiana. È l’esperienza dell’incontro interpersonale con il Verbo fatto carne che fa “ardere il cuore, mentre ci parla lungo il cammino” (Le 24) e che prepara a riconoscerlo nell’Eucaristia.
Il deserto e l’adorazione
La Parola ascoltata ci ricrea, scende nel profondo di noi stessi, ci desta e rimette in moto tutte le potenzialità del vivente.
È il tempo del silenzio abitato da Dio, non più solo del silenzio di liberazione ma di comunione.
È il tempo della meditazione per la comprensione più piena del testo biblico. Ci si confronta con la Parola, si legge la propria storia personale dentro alla grande storia della salvezza.
È il tempo in cui ci si specchia nella Parola, la si assapora a piccoli sorsi, come ad una sorgente, la si rumina nel proprio cuore, come ci insegnano i Padri del deserto.
La meditazione delle Scritture ci porta a riconoscere una Presenza nel Pane spezzato, a contemplarvi un dono d’amore infinito che ci nutre, ci avvolge, ci riempie di una gioia sconfinata per la dolcezza che ci sa infondere.
“Mi hai toccato, Signore… ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te… ardo dal desiderio della tua pace” (S. Agostino).
Lo Spirito Santo può fare il dono della contemplazione per ciò che il Signore è. Restare a lungo sotto lo sguardo di Cristo che attraverso i secoli ci raggiunge uno per uno. È il sole che dà luce e calore alla nostra vita, che scioglie ogni nostra durezza.
Quando si è assaporata la presenza e la compagnia di Cristo allora è possibile il confronto con la “verità” della propria esistenza, senza ripiegamenti, senza paure perché il fuoco che arde nel cuore rende possibile il lasciarsi potare per portare più frutto (cfr. Gv 15,2).
La risposta nella preghiera
La risposta personale e comunitaria può sfociare nella lode, nel ringraziamento, nella domanda di perdono, di aiuto, di intercessione.
Ciascuno prega per sé, per tutti gli altri; allarga gli orizzonti e prega per la Chiesa, per il mondo intero, per le situazioni sociali emergenti che si conoscono, lette nella Parola ascoltata.
La preghiera del Padre nostro raccoglie ogni preghiera, anche quelle inespresse, unisce tutti nella preghiera di Gesù al Padre.
Impegno per la vita
Si parte con un impegno concreto nella vita per il tempo che separa all’incontro successivo. Se la preghiera è entrata nella vita, se l’“incontro” col Signore della vita è avvenuto, la vita deve trasformarsi in preghiera.
Nasce il bisogno di “dire” che si è incontrato il Signore, con la testimonianza, in famiglia, a scuola, sul lavoro, ecc. Nasce l’esigenza di una vita sacramentale fedele, per “rimanere” nell’Incontro ed essere per gli altri trasparenza, riconciliazione, comunione. Nasce il bisogno di una guida spirituale a cui chiedere di camminare insieme, per essere mediazione delle esigenze più profonde che il Signore chiede. Nasce spontanea la domanda della missione: “Signore cosa vuoi che io faccia?”.
Nella scuola di preghiera molti altri elementi come i canti, i gesti, qualche “segno” legato al tema dell’incontro, la dimensione fraterna, ecc. sono come le arcate che legano i piloni degli elementi fondamentali, che costruiscono il ponte per “far camminare la vita”.