Vocazione, vocazioni, stati di vita e ministeri
Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi[1]. Egli perciò chiama tutti alla comunione di vita con Lui. A questo proposito, il Concilio afferma che “la ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio”[2], cioè “alla partecipazione alla vita divina”[3], che è la grazia nel tempo e la gloria nell’eternità: l’unica Salvezza.
Il Signore Gesù, vero Dio e vero uomo, con la sua morte e risurrezione vincitore del peccato e delle sue conseguenze, offre liberamente la sua vita[4], perché ad ogni persona umana sia aperta la via della comunione con Dio, cioè della Salvezza. A tal fine, egli ci dona la grazia dello Spirito Santo.
La vocazione “della Chiesa”
La Chiesa, Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo, è chiamata a trasmettere ad ogni persona il dono della comunione con Dio, in Cristo. Questa è la vocazione della Chiesa: essere al servizio della salvezza di ogni persona, e perciò tutta ministeriale, in obbedienza al comando del Signore che, a tal fine, la manda ad “ogni creatura”[5] e perciò la vuole tutta missionaria.
Tale vocazione della Chiesa deve essere considerata come propria di ogni comunità in cui la Chiesa stessa si realizza, e quindi di ogni Chiesa locale, di ogni parrocchia, di ogni comunità ecclesiale di base. I fedeli che fanno parte di queste comunità devono sentirsi corresponsabili dell’obbedienza a tale vocazione comune, tenendo presente che la via per salvare se stessi è quella di porsi al servizio della salvezza di tutti.
Le vocazioni “nella Chiesa”
Per dare il loro contributo alla missione della Chiesa, i fedeli non devono contare prevalentemente sui mezzi umani[6], dal momento che il dono della salvezza che sono chiamati a trasmettere, viene solo da Dio. Devono contare piuttosto sulle diverse grazie, cioè sui diversi carismi che lo Spirito Santo a tal fine distribuisce.
Con l’espressione ‘carismi’, si intendono le diverse idoneità, donate dallo Spirito Santo, mediante le quali “i fedeli di ogni ordine… sono resi adatti e pronti ad assumersi varie opere e impegni, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa”[7]. I carismi sono dati a tutti, perché lo Spirito Santo “opera in tutti”[8], normalmente senza particolari manifestazioni appariscenti. I carismi straordinari, che pure esistono, devono considerarsi come eccezioni, “da non ricercarsi temerariamente”[9]. Deve dirsi piuttosto che, “dall’avere ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli, per il bene degli uomini e ad edificazione della Chiesa”[10].
I carismi dello Spirito Santo si manifestano in modi diversi: possono avere molteplici manifestazioni occasionali, e possono avere manifestazioni stabili e continuative.
Le manifestazioni stabili dei carismi costituiscono le diverse vocazioni, che lo Spirito Santo suscita nella Chiesa, perché essa sia fedele alla sua vocazione fondamentale, quella di trasmettere ad ogni persona la Salvezza di Cristo.
Tra queste diverse vocazioni, occorre fare, in primo luogo, una distinzione importante: quella tra stati di vita e ministeri.
Gli stati di vita sono le diverse vie di santificazione che il Signore chiama a percorrere, per tendere alla perfezione nell’amore di Dio e del prossimo, e quindi nell’atteggiamento di servizio con cui si esprime l’amore. Gli stati di vita trovano il loro fondamento nel matrimonio cristiano e nell’impegno di verginità[11], oltre che nella vedovanza accettata con spirito di fede e di speranza nel Signore[12].
I ministeri “sono le diverse modalità di servizio, con impegno diretto e continuativo, per la causa del Regno di Dio”[13].
Tanto gli stati di vita come i ministeri, in quanto espressioni dei carismi dello Spirito, sono diretti al servizio della Salvezza di ogni persona. Esiste, però, una distinzione, pur nella reciproca interdipendenza, per il diverso fine primario ed immediato da cui scaturisce una diversità nel criterio di discernimento.
Negli stati di vita, il fine primario è la santificazione della persona, anche se in vista del servizio; nei ministeri il fine primario è l’impegno diretto di servizio nell’opera per la diffusione del Regno del Signore. Perciò questi due aspetti della vocazione cristiana possono abbinarsi nelle persone in modi diversi, così che possono aversi (ad esempio) diaconi o catechisti sia celibi che coniugati.
La natura dei ministeri e la loro pluralità
Possiamo esprimere in sintesi una definizione dei ministeri, così da delineare su di essa il quadro in cui si inserisce la loro varietà: “I ministeri sono carismi tradotti in servizi stabili, attraverso un mandato o riconoscimento della Chiesa”[14].
Il diverso grado di stabilità dei diversi ministeri dipende dalla modalità del mandato con cui sono conferiti. Si ha la stabilità massima, cioè la perpetuità, per i ministeri conferiti attraverso il sacramento dell’Ordine.
Possiamo determinare fra i ministeri una distinzione fondamentale, che trova la sua origine sia nel carisma che li caratterizza, sia nella modalità del conferimento. Distinguiamo pertanto:
– i ministeri laicali, direttamente fondati sui carismi del Battesimo e della Cresima, distinguendo ulteriormente, fra essi, i ministeri istituiti, conferiti attraverso un atto liturgico, e i ministeri di fatto, conferiti in altro modo;
– i ministeri ordinati, che sono l’espressione dei carismi del sacramento dell’Ordine, con il quale si continua nella Chiesa il ministero apostolico: sono i ministeri dell’episcopato, del presbiterato, del diaconato. I ministeri ordinati sono al servizio dei ministeri di tutti; la grazia che li caratterizza, infatti, è finalizzata a “rendere idonei i fratelli all’esercizio del ministero”[15], cioè a fare della Chiesa una comunità ministeriale e missionaria, e quindi a fare in modo che pervenga ad ogni persona la Salvezza di Cristo.
Il carisma del discernimento delle diverse vocazioni
Dal momento che i carismi e le vocazioni sono dati alla Chiesa per il Regno di Dio, lo Spirito Santo suscita nella Chiesa il carisma del discernimento degli spiriti[16]. Esso è dato in modo eminente, e in vista soprattutto del bene globale della comunità, ai vescovi, mentre è distribuito dallo Spirito nella comunità, in forme e modi diversi. Una forma di esercizio di tale carisma si ha quando, nell’ambito di rapporti interpersonali, viene dato un aiuto mediante il consiglio, per riconoscere l’azione interiore dello Spirito: si ha allora quel ministero che viene comunemente indicato con il termine di “direzione spirituale”.
Per quanto riguarda le vocazioni agli stati di vita e ai ministeri, la diversa natura dei rispettivi carismi implica un diverso criterio di discernimento, e quindi una diversa funzione della comunità, la quale in ogni caso è chiamata ad esercitare un “ruolo attivo” per il loro riconoscimento.
Per gli “stati di vita”, si tratta di riconoscere la via di santificazione attraverso la quale il Signore conduce ogni persona a santificarsi: nel matrimonio o nella verginità. Tale riconoscimento implica una conoscenza della vita interiore di ognuno e quindi la modalità per arrivare ad esso è normalmente quella del consiglio e della direzione spirituale, cui nelle comunità cristiane deve essere dato più ampio spazio.
Per i “ministeri” si tratta di riconoscere le diverse idoneità a servire le esigenze delle comunità ecclesiali, per la diffusione del Regno di Dio. Perciò si può dire che la vocazione ai ministeri non è tanto “un’attrattiva personale”, quanto piuttosto “il riconoscimento, fatto dalla comunità e dal suo capo, di doni che rendono atti a ricevere una missione”[17]. È giusto, pertanto, che il riconoscimento delle vocazioni ai ministeri sia fatto attraverso il discernimento della comunità cristiana, nella quale il Signore è presente, perché è unita nel Suo nome[18]. Questo implica che la comunità cristiana “contribuisca, con i suoi diversi carismi, alla designazione dei soggetti da presentare e proporre al vescovo, cui compete il decisivo giudizio”[19].
La modalità che si va diffondendo per il diaconato permanente, quella cioè di un’elezione dei candidati da proporre al vescovo per l’ordinazione[20], secondo il modello delle scelte dei “sette” della prima Chiesa[21], costituisce un “segno” della via che oggi la Chiesa sembra chiamata a percorrere, per aprirsi al dono di un incremento delle vocazioni ai ministeri ordinati, compreso il presbiterato.
Note
[1] 1 Tim 2,4.
[2] GS 19.
[3] 1 Pt 1,4; cfr. LG, n. 2.
[4] Cfr. Gv 10,18.
[5] Cfr. Mc 16,15.
[6] Cfr. 1 Cor 2,4.
[7] LG 12.
[8] Cfr. 1 Cor 12,6.
[9] LG 12.
[10] AA 3.
[11] Cfr. 1 Cor 7,7.
[12] Cfr. 1 Tim 5,5.
[13] Cfr. AG, 28.
[14] Cfr. CEI, Evangelizzazione e ministeri, n. 68.
[15] Cfr. Ef 4,12.
[16] Cfr. 1 Cor 12,10.
[17] YVES CONGAR, Ministeri e comunione ecclesiale, EDB, Bologna 1973, p. 20.
[18] Cfr. Mt 18,20.
[19] Prime norme per l’attuazione del diaconato permanente nella diocesi di Roma, 1976, n. 7;
cfr. HERVÉ LÉGRAND, La vocazione al diaconato e la chiamata alla comunità, in “Il Diaconato in Italia”, n. 62, pp. 4.23.
[20] Cfr. CEI, Norme e direttive per la scelta e formazione dei candidati al ministero diaconale, n. 12.
[21] At 6,1-6.