N.04
Luglio/Agosto 1987

Vocazioni e ministeri nella catechesi: linguaggio e mentalità

Più volte nel Vangelo, Gesù parla della sua vocazione e della sua missione: “Sono venuto per fare non la mia volontà, ma quella di Colui che mi ha mandato” (Gv 6,39); “Non sono venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28): chiamato e inviato dal Padre, impegnato a compiere pienamente la Sua volontà, che è servire gli uomini guidandoli alla salvezza.

 

 

Il buon pastore

L’immagine che nel modo più intuitivo delinea il ministero di Cristo è quella del Buon Pastore, (cfr. Gv 10), cioè quella prescelta dal Papa per la celebrazione della Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni. Gesù è il Buon Pastore, che guida le pecore e gli agnelli, li difende, li guida ai pascoli migliori: bellissima allegoria della sua missione di Maestro, Guida e Salvatore. Gesù assolve questo ministero con tale dedizione da dare la sua vita per realizzarlo nel modo più pieno.

 

 

La missione della chiesa

La Chiesa continua il ministero di Gesù: anch’essa deve guidare ai pascoli migliori; anch’essa deve essere Maestra, Guida e fonte di Salvezza. Ognuno nella Chiesa partecipa di questa missione, in una profonda unità che richiede una precisa complementarietà dei ministeri dei singoli. Comprendere e far comprendere questa grande varietà di vocazioni e ministeri nella Chiesa è oggi uno dei fondamentali traguardi dei catechisti; realizzare e aiutare a realizzare la vocazione personale, che si esprime in uno specifico ministero, è un preciso traguardo di ogni educatore della Fede.

 

 

Vocazioni e ministeri

Il Centro Nazionale Vocazioni ha progressivamente operato in questi anni una prima distinzione delle vocazioni e dei ministeri, ispirandosi alle indicazioni del Concilio Vaticano II: a tutti i livelli i Centri Vocazionali sollecitano la presenza e la collaborazione dei Sacerdoti diocesani, dei Religiosi e Religiose, degli Istituti Secolari, dei Missionari, dei Laici, dei Diaconi permanenti. Queste categorie esplicitano una fondamentale complementarietà vocazionale e ministeriale, che naturalmente può sempre maggiormente precisarsi e approfondirsi.

Forse negli anni scorsi a livello di pastorale d’insieme abbiamo dato tanto rilievo alla distinzione e alla complementarietà delle “grandi categorie” da dimenticare in buona misura l’inesauribile varietà di carismi e ministeri che si manifestano nella Chiesa.

L’evidente differenza tra i vari Istituti religiosi è un segno particolarmente vistoso della ricchezza di servizi in cui può esprimersi ogni categoria vocazionale.

 

 

Peculiarità

Per cogliere i caratteri peculiari di ogni vocazione e ministero, e diffondere così in tutta la comunità cristiana l’apprezzamento e il sostegno orientativo per tutte le vocazioni, bisogna rifarsi anzitutto ai testi conciliari, che nella Lumen Gentium e poi via via in tutti i documenti, illuminano i valori delle diverse vocazioni e missioni nella Chiesa. Purtroppo si ha spesso l’impressione di una debole coerenza con questa dottrina: si afferma volentieri la varietà dei ministeri e la bellezza della complementarietà, ma nell’orientamento vocazionale si constatano vasti cedimenti alla logica della pubblicità unilaterale, in base alla preoccupazione per l’assottigliarsi di alcune categorie.

Dovrebbe essere evidente che la fioritura vocazionale è condizionata dalla vitalità e dall’equilibrio della comunità cristiana, per cui l’orientamento vocazionale dovrebbe essere sempre aperto a tutte le prospettive, rispettando la maturazione culturale, psicologica, esperienziale dei giovani… Questo non significa tacere o indebolire alcune prospettive: significa piuttosto preoccuparsi di una completezza ecclesiale che fa spazio a tutte le chiamate e a tutti i servizi.

Ne consegue che nella presentazione dei modelli, fondamentale per l’orientamento dei giovani, bisogna preoccuparsi di un vero equilibrio propositivo: in concreto non dovrebbero mancare figure di ogni “categoria”…

Ma prima di presentarle, bisogna conoscerle.

 

 

Coscienza vocazionale e ministeriale

Se è vero che per presentare le vocazioni e i ministeri bisogna conoscerli, è anche vero che uno stimolo efficacissimo per crescere in questa conoscenza viene dall’impegno per un adeguato orientamento vocazionale. Chi desidera appassionatamente di contribuire alla crescita del Popolo di Dio, aiutando i giovani a scoprire l’appello di Dio a una specifica testimonianza e a un preciso servizio, sente l’ansia di un continuo approfondimento del piano di Dio. Il piano di Dio è sempre misterioso, dinamico, creativo… e dunque non finirà mai di stupirci e di provocarci.

 

 

Catechesi vocazionale

Pur non potendo definire il dove, il quando e il come di Dio, dobbiamo proporre un quadro orientativo che possa essere un avvio e anche una mediazione dell’azione di Dio. Il luogo più indicato è certamente la catechesi nella varietà delle sue forme.

Penso anzitutto all’insegnamento della Religione nella scuola: la Chiesa è il Popolo di Dio in cammino; parlare della Chiesa è parlare delle vocazioni e ministeri che Dio continuamente vi suscita; le grandi figure di Santi, apostoli, fondatori… possono essere insieme un appello e uno specchio per l’autocomprensione vocazionale dei giovani. Anche in un quadro decisamente “culturale”, come suggeriscono gli attuali programmi per l’insegnamento della Religione, si possono mettere solide basi per una coscienza vocazionale e ministeriale della Chiesa.

C’è poi la catechesi parrocchiale e di iniziazione ai Sacramenti: gran parte dei ragazzi e ragazze in Italia frequenta per periodi più o meno lunghi questa catechesi, che non assolverebbe certamente la sua missione se non orientasse alla scelta vocazionale e ministeriale nella Chiesa. Nella catechesi si deve compiere una vera e propria educazione della Fede, parlando all’intelligenza e al cuore, in clima di ascolto vitale della Parola di Dio, protesi alla crescita della vita di Grazia. Possono esservi momenti di preghiera e di meditazione, di dialogo e di confronto, di proposta e di discernimento. Certo, la catechesi deve essere considerata essenziale all’orientamento vocazionale.

 

 

Pedagogia del linguaggio

Un problema acuto è quello di operare una mediazione tra il linguaggio teologico e il linguaggio della vita. Il primo è ricco e preciso, ma poco intelligibile per i ragazzi e i giovani, per tante ragioni di tipo psicologico e sociologico. Il secondo è meno preciso e ricco per quanto riguarda i contenuti della Fede, ma è concreto, intuitivo, agganciato all’esperienza dei ragazzi.

Bisogna certamente avviare i giovani ad apprezzare e utilizzare il linguaggio teologico, ma intanto bisogna far passare i contenuti teologici nel linguaggio corrente, operando una necessaria simbiosi tra teologia e vita.

Non è solo una questione di termini, ma di “linguaggio” nella sua accezione più ampia: uso delle immagini, fatti, dialogo, ritmi, interdisciplinarità… un’arte di cui Gesù si è fatto maestro per il suo tempo e per sempre.

 

 

La comunità cristiana

Sarebbe però veramente miope preoccuparsi di dare questo messaggio e questa visione unicamente ai ragazzi che frequentano la catechesi: la prima mediazione culturale, anche religiosa, giunge loro dai familiari!

E dunque la coscienza vocazionale e ministeriale deve esser diffusa in tutta la comunità cristiana attraverso tutte le forme di comunione nella Fede: liturgia, predicazione, animazione dei movimenti e gruppi di servizio.

I genitori saranno i primi e spesso risolutivi interpreti della vocazione del figlio: le scelte ministeriali che non hanno l’appoggio dei genitori del chiamato rischiano una rapida disintegrazione. E naturalmente ci sono altre persone influenti sull’orientamento, soprattutto insegnanti ed educatori. Ma tutta la comunità contribuisce a consolidare o a demolire le scelte personali.

 

 

Giovani e scelta di vita

Educare alle scelte è probabilmente l’impegno più alto a cui ci si possa dedicare. Il valore della persona è proporzionale a quello delle sue scelte: noi diveniamo scegliendo… Tutta l’educazione è in ultima istanza finalizzata alle scelte: si impara per poter scegliere, si cercano i mezzi per essere in grado di operare scelte più alte (vere o presunte), si anima per indurre a scelte più coraggiose…

I catechisti e gli educatori in genere devono sempre tener presente che dal loro lavoro e dalla loro dedizione nasceranno scelte che cambieranno il mondo. Il cambiamento potrà essere più o meno radicale, più o meno positivo, ma è certo che il futuro è nelle nostre mani nel senso che ad ogni istante noi lo condizioniamo e lo modelliamo.

Avremmo tutti i motivi per essere molto preoccupati di ciò che facciamo. Non dobbiamo perdere la pace, perché l’ansia non è buona consigliera, ma non possiamo dimenticare che effettivamente ogni nostro atto, soprattutto in campo spirituale ed educativo, ha una prospettiva di eternità. Come dunque risponde degnamente a questa responsabilità?

 

 

Il valore della scelta

Anzitutto dobbiamo illuminare i giovani sulle possibili scelte e sui loro valori: se è vero che la scelta fondamentale è quella di vivere da cristiani, e in questo la nostra dignità è fondamentalmente identica, non ha certamente lo stesso valore partire per annunziare il Vangelo tra i primitivi dell’Amazzonia e fare il meccanico sotto casa.

Certo, non bisogna essere ingenui: le motivazioni soggettive condizionano il valore oggettivo delle nostre scelte… ed è sempre possibile che il meccanico che lavora sotto casa sia più gradito a Dio di un missionario le cui motivazioni soggettive possono anche essere poco cristiane. Anche questo è un discorso da farsi e da fare.

Ma è certo che i ministeri più direttamente rivolti all’espansione del Regno Dio e alla realizzazione delle Beatitudini hanno un valore oggettivo superiore, che diventa un valore soggettivo nella misura della nostra adesione vitale. Non ci è permesso di nascondere questa fondamentale verità, neppure in nome di un’insensata democrazia spirituale.

 

 

Educare alla scelta

Insegnanti e catechisti sono minacciati dalle tentazioni dell’intellettualismo: è comodo sentirsi appagati dopo una lezione in cui abbiamo potuto dire chiaramente quanto ci sembrava bello e importante. Ma Gesù ci ha detto: “chi ascolta queste parole e non le mette in pratica, è come l’uomo che ha fondato la sua casa sulla sabbia. I venti e le acque demoliscono quella casa, perché è fondata sulla sabbia” (Le 6,49). Dunque, è ben chiaro che il nostro lavoro è solido, corrisponde al piano divino, se non si ferma alle idee e alle prospettive, ma “tocca il cuore” e muove la volontà. Non è cosa da poco, lo sappiamo bene. Tanto più che non basta un’aspirazione velleitaria, presto demolita dalle difficoltà, ma è necessario quell’impegno che accetta la sfida concreta della vita e della sofferenza, bagnando le radici della personalità nel sangue del sacrificio.

Educare alla scelta è insegnare, illuminare, accendere ideali, toccare il nodo della personalità che è la volontà di crescere e di realizzare, preparare ad affrontare la tentazione e il dolore, per aver la gloria della vittoria dopo la croce.