N.05
Settembre/Ottobre 2026

La scrittura come terapia

“Le lettere per me sono assai più significative di qualsiasi cosa io abbia fatto in campo giuridico. Sono il pilastro della mia vita, mentre la professione legale è durata solo una trentina d’anni. Quello di cancelliera era un lavoro; le lettere esprimono la persona che sono”.

Virginia Evans, Tutte le mattine di Sybil, Rizzoli

 

Quand’è l’ultima volta che avete ricevuto una lettera? Una lettera vera, non una pubblicità o una comunicazione burocratica o una mail di lavoro. Una lettera che vi persuada a fermarvi, a leggere e rileggere le poche righe, o cento, che parlano di voi, arrivate da parte di qualcuno che vi conosce – magari non sempre benissimo – ma che si è preso la briga (e di certo il gusto) di usare il suo tempo per dirvi: ti ho pensato. Nell’epoca della comunicazione istantanea dei social, scrivere lettere sembra un’arte perduta. Per questo è istintivo amare Sybil van Antwerp, tenace settantatreenne che è stata molte cose nel corso degli anni: sorella, amica, moglie, madre, stimata assistente di un celebre giudice, divorziata e nonna. Ora vive da sola, fa i conti con un lungo passato, un intenso presente e un futuro incerto, minato dalla progressiva perdita della vista. Pillola decisamente amara per chi, attraverso i libri e la corrispondenza, tesse la sua rete di relazioni e ne ha cura. Fin da quando era bambina, Sybil ha sempre dato un senso al mondo attraverso la scrittura, e anche adesso, ogni mattina, si siede alla scrivania e scrive a un sacco di gente: familiari, amici, vicini, scrittori famosi, un addetto al servizio clienti, perché “le persone sono solo persone, famose o meno che siano”. Lettera dopo lettera scopriamo il suo singolare senso dell’umorismo, un lavoro impegnativo e molto amato, una ferita di abbandono mai chiusa, il rapporto stretto e al tempo stesso distante con i figli, gli errori commessi e il mistero delle lettere che non riesce a spedire. Vita, pensieri, sentimenti, relazioni: Sybil non si trattiene mai e non ha timore di essere brutalmente onesta. Scrivere è il suo dono, eppure, forse, anche un modo elegante per mantenere le distanze, per prendersi il tempo di pensare a ciò che vuol dire: “La fretta può farci mettere su carta cose che non intendevamo e ci si svuota”. Il tempo, elemento portante del romanzo, passa inesorabile e la piega degli eventi la costringe ad affrontare ciò che finora aveva evitato o ignorato: nel bene e nel male. C’è una tragedia nel suo passato di cui nessuno conosce nulla oltre il solo avvenimento ed è qualcosa con cui chiaramente lotta e per cui nutre molti rimpianti: “Cerchiamo sempre di tornare ai tempi più felici? Credo che sia questa la sensazione che provo con Gill. Ho passato la vita cercando di riaverlo, anche se so che non è possibile”. Quanto dolore resta nelle lettere che non ha mai inviato e nelle parole che non ha mai pronunciato? E se alcune delle decisioni di Sybil sono difficili da comprendere e apparentemente facili da condannare, la realtà che si compone invita a non giudicare gli altri senza conoscere tutta la loro storia: ciascuno porta un fardello invisibile. Ma anche che non è mai troppo tardi per riscoprire l’amore per la vita e per perdonare, gli altri e noi stessi: “Ora che sto morendo, sembra tutto molto più semplice di quanto non lo fosse prima. Vivere”.