La scrittura come terapia
“Le lettere per me sono assai più significative di qualsiasi cosa io abbia fatto in campo giuridico. Sono il pilastro della mia vita, mentre la professione legale è durata solo una trentina d’anni. Quello di cancelliera era un lavoro; le lettere esprimono la persona che sono”.
Virginia Evans, Tutte le mattine di Sybil, Rizzoli
Quand’è l’ultima volta che avete ricevuto una lettera? Una lettera vera, non una pubblicità o una comunicazione burocratica o una mail di lavoro. Una lettera che vi persuada a fermarvi, a leggere e rileggere le poche righe, o cento, che parlano di voi, arrivate da parte di qualcuno che vi conosce – magari non sempre benissimo – ma che si è preso la briga (e di certo il gusto) di usare il suo tempo per dirvi: ti ho pensato. Nell’epoca della comunicazione istantanea dei social, scrivere lettere sembra un’arte perduta. Per questo è istintivo amare Sybil van Antwerp, tenace settantatreenne che è stata molte cose nel corso degli anni: sorella, amica, moglie, madre, stimata assistente di un celebre giudice, divorziata e nonna. Ora vive da sola, fa i conti con un lungo passato, un intenso presente e un futuro incerto, minato dalla progressiva perdita della vista. Pillola decisamente amara per chi, attraverso i libri e la corrispondenza, tesse la sua rete di relazioni e ne ha cura. Fin da quando era bambina, Sybil ha sempre dato un senso al mondo attraverso la scrittura, e anche adesso, ogni mattina, si siede alla scrivania e scrive a un sacco di gente: familiari, amici, vicini, scrittori famosi, un addetto al servizio clienti, perché “le persone sono solo persone, famose o meno che siano”. Lettera dopo lettera scopriamo il suo singolare senso dell’umorismo, un lavoro impegnativo e molto amato, una ferita di abbandono mai chiusa, il rapporto stretto e al tempo stesso distante con i figli, gli errori commessi e il mistero delle lettere che non riesce a spedire. Vita, pensieri, sentimenti, relazioni: Sybil non si trattiene mai e non ha timore di essere brutalmente onesta. Scrivere è il suo dono, eppure, forse, anche un modo elegante per mantenere le distanze, per prendersi il tempo di pensare a ciò che vuol dire: “La fretta può farci mettere su carta cose che non intendevamo e ci si svuota”. Il tempo, elemento portante del romanzo, passa inesorabile e la piega degli eventi la costringe ad affrontare ciò che finora aveva evitato o ignorato: nel bene e nel male. C’è una tragedia nel suo passato di cui nessuno conosce nulla oltre il solo avvenimento ed è qualcosa con cui chiaramente lotta e per cui nutre molti rimpianti: “Cerchiamo sempre di tornare ai tempi più felici? Credo che sia questa la sensazione che provo con Gill. Ho passato la vita cercando di riaverlo, anche se so che non è possibile”. Quanto dolore resta nelle lettere che non ha mai inviato e nelle parole che non ha mai pronunciato? E se alcune delle decisioni di Sybil sono difficili da comprendere e apparentemente facili da condannare, la realtà che si compone invita a non giudicare gli altri senza conoscere tutta la loro storia: ciascuno porta un fardello invisibile. Ma anche che non è mai troppo tardi per riscoprire l’amore per la vita e per perdonare, gli altri e noi stessi: “Ora che sto morendo, sembra tutto molto più semplice di quanto non lo fosse prima. Vivere”.