Vocazione e vocazioni di uomini e donne
Avremo una ripresa significativa delle vocazioni consacrate femminili? Parlo delle aree della chiesa occidentale, dell’emisfero nord, delle vecchie cristianità. Esse non presentano più le condizioni degli afflussi femminili di massa di tipo sociologico, condizionati da fattori favorevoli convergenti, primo quello dell’ascesa socioculturale di prestigio e ruolo della donna-religiosa. Anche se in parte venivano recuperati da maturazioni di coscienza e motivazione valida e autentica, potevano conservare residui di adattamento e rassegnazione, essere causa di mediocrità, di crisi e di abbandono.
Nuove prospettive nella complementarità
Avremo una ripresa delle vocazioni femminili (quantità e soprattutto qualità) quando nelle comunità religiose adulte già esistenti, poi nell’animazione e nella proposta, quindi nelle fasi della formazione delle giovani entrate, si saranno verificati alcuni cambiamenti della identità-funzione-relazione uomo-donna negli ambiti della cultura, della teologia, della sociologia, della ecclesiologia dominante negli ambienti protagonisti e responsabili di ogni livello. Le riprese ci saranno solo in presenza di una nuova ecclesiologia apostolico-pastorale.
La vera questione non sta nell’affermazione dottrinale o canonica della pari natura personale, della dignità e del valore della donna consacrata. Non sta nella convenzione di assegnarle nella vita e nell’azione della Chiesa qualche ruolo, campo, stile prettamente femminili da donna consacrata, ma paralleli a ruoli e compiti riservati o concessi all’uomo consacrato perché uomo, o da questo dipendenti.
La vera questione sta nel conquistare per la donna in genere, per la donna consacrata in particolare, negli ambiti globali della vita e dell’azione, della gestione e dell’esecuzione ecclesiale, una posizione e funzione paritaria, complementare con quella dell’uomo, proprio in vista della compiutezza sostanziale e modale di ogni realtà umana e cristiana.
Unità-complementarità uomo-donna nella creazione
Non basta concentrarci sul Vaticano II, sul Codice di Diritto Canonico. Dobbiamo risalire alla fonte delle fonti.
Alle sorgenti
Come fu la volontà di Dio “in principio” ? (cfr. Mt 8)
Due totalità, diverse, ma comunionali (cfr. Gn 1), una mutualità (cfr. Gn 2). Unità di natura, di dignità, di immagine di Dio, ma differenziata: maschio e femmina. Senza differenza come persone; sono equivalenti per pienezza. La complementarità non sarà mai nel senso della ricomposizione di una divisione tra due incompleti, anche se ricomposta mediante oblazione generosa e scambio ben pattuito: due totalità, subito, sempre.
Le differenze sono forme della totalità, principi di comunionecomunicazione creatrice: unità complementare nel compimento relazionale dialogico dei due soggetti in rapporto; unità complementare nella storia della procreazione dell’umanità; unità complementare nel portare a compimento il mondo, la vita, la storia in tutti i suoi aspetti, così come successivamente si definiranno…
Nonostante la spezzatura del peccato, quando verranno l’alleanza, la redenzione, la Chiesa, la salvezza, la gloria, dominerà dovunque la legge della unità complementare.
La ferita del peccato
Però nel frattempo il peccato ha inferto una ferita profonda: la divisione, la rivalità, l’accusa reciproca, la prevaricazione, la dominanza, il conflitto, ma anche, semplicemente e tragicamente, la divisione delle funzioni e dei ruoli nei due sessi: prima e dopo, superiore e inferiore, capo e dominio, anche se di amore, autorità…
Anche i testi biblici sono carichi di questo linguaggio posteriore al peccato e sembra spesso erigerlo a volontà primigenia e irreversibile di Dio.
Le cose non sono più dette dell’uomo e della donna in comunione complementare felicemente unitiva: l’uomo suderà per il lavoro, la donna soffrirà per il parto, lui dominerà, lei insidierà, lui sarà signore e padrone, lei serva e possesso.
La stessa riunificazione sarà faticosa. Non più spontanea, sarà esposta a tentazioni che vanno dalla cattiveria peccaminosa e passionale alla razionalizzazione di culture e costumi di separazione, di prevaricazione, di esclusione, di minorazione, di rivendicazione, di conflitto. Tutto ne verrà segnato. Anche la coscienza e la storia del popolo di Dio, antico e nuovo.
Ecco l’origine lontana del difficile posto della religiosa consacrata nella pur rinnovata ecclesiologia. Difficile per l’uomo, difficile per lei, anche se accettante.
È nata la tendenza alla gestione solitaria, quasi antitetica, divisa. L’uomo tenta di ampliare gli spazi del privilegio, la donna accetta le riduzioni e sfrutta i posti protetti, magari riservati. Non è facile ricostruire l’unità comunionale del principio. Sono nate le funzioni mascoline e femminili, con relativa cultura e perfino teologia.
Il testo biblico prosegue denso e carico di provocazioni per noi moderni.
Complementarità come ricomposizione
Per l’uomo-persona come tale non è bene che sia solo. Perciò né l’uomo né la donna dovranno e potranno restare separati, senza una qualche sostanziale comunione e comunicazione dialogica (dove dialogo non è fatto verbale, ma vitale; comprensivo e complessivo).
La bisessualità è la via normale del dialogo, sia dell’uomo che della donna, per realizzare con pieno significato espressivo l’ideale e i compiti del vivere in comunione. Non sempre procreando. Sempre comunicando, integrandosi, creando.
Il senso pieno del testo biblico, secondo la migliore lettura odierna, non si limita a indicare la “similitudine” dei due; essa in realtà vuole rispetto e amore, ma non è abbastanza dinamica per un’integrazione complementare dell’essere e del fare nell’attuare ogni programma storico.
Questa è assai più evidente se l’aiuto all’uomo (e alla donna) non è solo simile a lui (a lei), ma è “come davanti a lui” (a lei), “altro”, “altra”. Una totalità che sta di fronte. Polarità sessuale, ma anche più globalmente sessuata, pari e diversa, comunionale e complementare, integratrice sia dell’essere che dell’agire personale, interpersonale, relazionale, sociale, storico, culturale, religioso, ecclesiale, salvifico, nella società, nella Chiesa.
È il tu dell’io, necessario per l’identificazione dell’io, per la definizione dell’io, per la sua realizzazione espressiva e creazionale, verso la dilatazione del noi di “molti altri e altre”.
Carne della sua carne, ossa delle sue ossa, estratto da lui (da lei) lasciando un vuoto che dovrà essere colmato nella vita dei singoli, dei gruppi, della storia.
L’altro, l’altra sono completi e autonomi; “altri” e non solo simili. Ma proprio per questo sono un appello alla considerazione, alla comunione, per la mutua integrazione, per la realizzazione delle pienezze dei dialoghi possibili e doverosi: la vita, la procreazione, la cultura, la società, la rivelazione, la redenzione, la salvezza, cioè il popolo di Dio con tutta la sua vita e la sua storia.
Il compito è vasto, totale, ma sempre comunionale, relazionale, complementare.
Le appropriazioni discriminanti, le subordinazioni, le esclusioni maschilistiche e femministiche sono opera del peccato. Con lui resistono. Nel suo superamento si attenuano e si risolvono. Le differenze non dovranno dividere e separare, ma unire arricchendo, perché Dio ha dato doni e carismi all’uno per l’altra, all’una per l’altro, in ogni ordine, scoprendo e attuando progetti e modi di integrazione complementare.
La connivenza dell’uno o dell’altra non sana la prevaricazione di nessuno. La Bibbia stessa sembra far onore ad Eva quando Adamo le impone il nome e la funzione, come ha fatto poco prima con gli animali. È già una prevaricazione e una sorta di dominio. Già sta nascendo l’ambiguità che percorrerà la stessa coscienza dell’Antico Testamento. Eva per Adamo, dopo Adamo; Adamo capo di Eva. Anche spesso nella Chiesa.
Dunque il significato centrale e permanente del testo primitivo biblico è 1-insieme” dell’uomo e della donna prima ancora di insistere sulla divisione dei ruoli che sa molto di eccessivo biologismo, di concessione socio-culturale, di grave premessa per ogni facile conseguente regime di separazione, di attribuzione separata e separante, generalmente a vantaggio del meschino privilegio maschilista di cui è piena la storia ideologica, culturale, religiosa, morale antica e moderna.
Unità e complementarità nell’Alleanza, attorno a Gesù, dopo Gesù
Di molte ricadute maschilistiche o femministiche Gesù dovrà dire: “in principio non era così” (Mt 19,8). L’esegesi rabbinica prevalente interpretava Gn 2,18-24 come subordinazione della donna all’uomo. La donna perdonata era solo la donna procreatrice e madre, soprattutto di futuri maschi.
Eppure Israele ha conosciuto l’esaltazione di parecchie eroine non madri, né spose, ma compagne dell’uomo e svolgenti una precisa funzione di complementarità al suo fianco: Maria sorella di Mosè, Debora, Ester, Giuditta, la figlia di Iefte.
La donna che fu Maria
Al culmine è l’irruzione della Donna-Maria, integrazione femminile essenziale e necessaria di ogni maschilità, precedente, contemporanea e successiva, della storia, della verità e compiutezza della creazione, del compimento dell’alleanza, della attuazione della salvezza, della storia della Chiesa.
La sua non è una comparsa momentanea, un momento generativo-incarnativo iniziale. È il congiungimento progressivo e crescente di una personalità-femminilità all’intero arco dell’azione del Figlio, degli Apostoli, della Chiesa nascente e oggi della Chiesa confessante ministeriale e missionaria.
Per la Donna-Maria è sostanziale l’apporto di una femminilità complementare del Padre, dello Spirito, del Figlio, nell’incarnazione, all’inizio e nella prosecuzione del Vangelo, sulla Croce, nel Cenacolo, ora in cielo, e cioè nella storia della Chiesa nel tempo.
Qualche cosa è unico della Donna che fu Maria. Altre cose sono invece e saranno comuni ad altre donne, subito attorno a Maria ai tempi di Gesù, al Calvario, alla Croce, nella Risurrezione e nel suo annuncio, ai tempi della nascita e del definirsi delle comunità iniziali delle Chiese.
Cosa non pacifica, se gli Apostoli faticano ad accettare la scelta piena di senso della mediazione femminile delle donne per l’annuncio della Risurrezione, a loro, i maschi, presenti o futuri ministri monopolizzatori del magistero, della parola, dei riti, del governo.
Anche Paolo troverà qualche difficoltà a interpretare e collocare il ruolo femminile nella Chiesa nascente, anche se la migliore esegesi oggi lo capisce, lo scusa e anche lo apprezza.
Gesù e la donna
Intanto però c’era stato e continuava a fissarsi il forte e chiaro principio di Gesù. La parola è rimarcata nella sua prassi di indistinzione, di parità nel discepolato, di indiscriminato amore, di libera espressione dei gesti di comunione totale, quasi con qualche delicata considerazione della femminilità nel tratto, nel linguaggio (Samaritana, adultera, Marta e Maria…), nella missione (la Madre sotto la Croce), nella comunicazione profonda (Maria! Maestro!).
Le Chiese di Paolo e dei primi tempi conoscono donne dotate di sicura ministerialità diffusa in compiti di integrazione e sostituzione dei ministri maschili, poi presto con funzione necessaria per il consolidamento della Chiesa nelle martiri e nelle vergini (testimonianza e impetrazione).
Consapevolezza crescente
Quando la storia del popolo di Dio vede nascere lo stato e la funzione dei vari consacrati all’isolamento del deserto, al monachesimo cenobitico, l’iniziativa è condivisa da donne conscie di una parità di fede e di grazia fino alla pari consacrazione per la santità, la penitenza, la perfezione della preghiera e della carità, ecc.
Presto, la comprensione convince gli uomini fino alla frequente duplicazione dei monasteri, sia con prevalenza formatrice e direttrice spirituale degli uomini, sia con frequente e pacifica maternità spirituale delle donne.
Anche se le regole erano d’origine maschile, la pari validità veniva arricchita e la direzione femminile non era priva di un peso non nascosto, anzi molto apprezzato, di integrazione complementare femminile dell’animo maschile.
Il movimento fu pacifico fino al secolo XI quando la donna andò in crisi nell’intera società. Restarono vivi i parallelismi maschili e femminili, paritari ma non comunicanti. Fa eccezione la continuità di un’integrazione complementare femminile vissuta e insegnata da anime grandi come Bernardo, Abelardo, Francesco e Chiara, più tardi Vincenzo e Luisa de Marillac, Francesco di Sales e la Chantal e molti e molte altre. Ma divenne cosa da santi, o da avventurieri. La massa dei religiosi e delle religiose non ne aveva il diritto, o doveva nascondere tutto nel segreto (fino ad oggi).
È problematica la prassi canonica della direzione spirituale (e altra) dei monasteri e delle Congregazioni femminili da parte di uomini dotati di giurisdizione e di compito di controllo, di supervisione, di guida.
Eppure in questo tempo continua il peso determinante delle donne consacrate nella storia della santità, della mistica, delle fondazioni, della perfezione, della carità, della preghiera. Alcuni uomini danno spazio, necessariamente, integrandosi, con la presenza femminile, come S. Vincenzo de’ Paoli. Donne prendono l’iniziativa, come S. Angela Merici. Siamo a una vera rivoluzione. Ma solo Benedetto XIV nel 1749 autorizza congregazioni femminili religiose totalmente indipendenti da un ordine maschile.
Ancora complementarità a distanza
L’esplosione moderna e contemporanea delle fondazioni e delle congregazioni attive femminili, delle opere femminili apostoliche e missionarie parallele alle maschili e tendenti alla integrazione, forzano i tempi.
Eppure siamo di fronte ancora a un’estrema incertezza dei principi e della prassi, tra residui di maschilismo e emarginazione femminile. Dominano le linee parallele degli equivalenti maschili e femminili (ragazze-ragazzi, studenti-studentesse, gruppi e movimenti maschili e femminili, orfani e orfanelle, insomma sempre consacrati e consacrate per uomini e donne), chiusi in cerchi di uomini e donne.
Invece la pienezza matura del fenomeno verrà realizzata solo quando e in quanto, insieme alle linee parallele, avverrà anche l’incrocio integrativo degli apporti. Quando nella gestione della Chiesa, nella programmazione e nella conduzione delle comunità, nei programmi e metodi delle opere di varia natura si sentirà l’urgenza naturale di impegnare il contributo unitamente completo delle due forme di validità: e maschile e femminile.
Domande aperte
Mentre nella vita della chiesa gli uomini hanno sempre avuto un ruolo specificamente maschile, complementare e integrativo anche nella vita spirituale, affettiva, morale, apostolica, comunitaria delle donne, laiche e consacrate, queste non sono mai state abitualmente (?) convocate per rendere il pari servizio agli uomini. Come se nell’ordine di natura le madri non si affiancassero necessariamente ai padri, i fratelli alle sorelle, le amiche agli amici, le mogli ai mariti, ecc. Gli esempi non si possono moltiplicare quanto si dovrebbe, perché il principio è solo agli inizi dell’applicazione ai mondi della cultura, della politica, delle professioni soprattutto sociali, all’educazione, alla ricerca di ogni tipo, compresa quella teologica, morale, spirituale, pastorale. Il piano di Dio è ben lontano dall’essere attuato, ubbidito. “In principio non era così”.
Un’intuizione preziosa
Un grande apostolo moderno ha avuto meravigliose intuizioni e prime attuazioni. Don Alberione ha assegnato al clero questo compito: “Spetta al clero: formare la donna a tutta la sua missione, guidarla prudentemente, crearne un apostolo”.
Ed ecco il suo magistero e il suo progetto completo sull’argomento.
L’uomo e la donna sono associati nella creazione e nella redenzione (centrale è Maria). Cristo e le donne si presentano in rapporti di pienezza di discepolato, di sequela, di novità di considerazioni e valutazioni operative. Le donne nelle comunità cristiane nascenti erano sorelle nello zelo sacerdotale, nel martirio, nella carità, nella verginità, fino ai compiti delle diaconesse. L’uomo e la donna sono state sempre associate nella storia della chiesa, secondo una legge generale di complementarità necessaria. Oggi è maturo per la Chiesa il tempo di donne collaboratrici pastorali con i pastori.
Lì potranno esprimere, anche le consacrate, il loro carisma di femminilità nel senso più largo della maternità. Il Signore ha voluto essere rappresentato da due persone vive, le quali ripetano al mondo il Vangelo d’amore, il Vangelo della salvezza. La specificità fonda la complementarità. “Un’unica missione… le stesse premesse, lo stesso fine, gli stessi mezzi. Il ministero è unico… Missione unica, ma divisa in due parti”. Il Buon Pastore ha bisogno di Pastori e Pastorelle per capire e operare “insieme”.
Il pensiero di Don Alberione è un pensiero nascente, incompleto, un po’ confuso, ma abbastanza chiaro e attuabile quando manda le sue Pastorelle a inserirsi nel corpo organico pastorale delle comunità parrocchiali per completare con i loro carismi di femminilità umana, cristiana e consacrata le qualità pastorali maschili dell’uomo parroco, e, perché no?, dell’uomo-vescovo, educatore, annunciatore, riconciliatore… Vale un principio indiscutibile: vi sono cose della persona, cioè della donna e dell’uomo, che solo la donna riesce a capire, sentire, penetrare, risolvere; anche nella Chiesa. Il principio viene già vissuto, forse inconsciamente, dagli apostoli-uomini nei confronti della donna.
Non è giunto il tempo di estenderlo esplicitamente, in modo programmatico e metodico, alla donna, in nome della sua femminilità, in nome della sua femminilità consacrata a Dio, alla Chiesa, al prossimo, a vocazioni e missioni specifiche?
Unità e complementarità apostolico-pastorale di oggi e di domani
Siamo a un capitolo decisivo del tema della donna consacrata nella Chiesa, decisivo per la vitalità adulta, per la proposta, per la formazione. È il tema della ministerialità della donna e in particolare della donna consacrata, nella chiesa (che può prescindere dall’entrare nel campo minato di una sua ministerialità ordinata sacerdotale).
Globalmente ministerialità può significare ogni ruolo responsabile attivo ed esecutivo nella guida della Chiesa e delle attività e comunità. I campi di applicazione si aprono a largo ventaglio. Ci facilita il fatto che la realtà ha preceduto le prese di coscienza e le regolazioni definitive e precise dei canoni.
Oltre la “collaborazione”
Siamo al di là della semplice collaborazione concessa sotto la dipendenza dell’uomo. Siamo a ciò che la donna e la donna consacrata possono e quasi devono fare nella Chiesa e nella sua vita e opera in nome del Battesimo, della Cresima, della Eucaristia, del Matrimonio, della Consacrazione vocazionale e missionaria, non solo potenziando e eseguendo premesse maschili, ma integrando in nome della specificità femminile l’opera maschile, ministeriale ordinata o non ordinata, carismatica, professionale.
Ecco alcune presenze complementari che dovranno sempre più competere alle donne religiose per una loro rivalutazione maggiorenne carica di conseguenze: l’annuncio e l’evangelizzazione; l’organizzazione, la conduzione, la programmazione e l’attuazione della vita comunitaria di diversa natura; l’iniziazione e l’amministrazione sacramentale; la ricerca teologica, morale, storica, pastorale, liturgica; l’elaborazione e la decisione magisteriale degli aspetti femminili dell’esistenza e della vita cristiana, degli aspetti maschili leggibili con le doti della mente e del cuore femminili; la programmazione e l’esecuzione delle presenze della carità; la missione e le missioni; l’assistenza e l’educazione dei giovani; la consolazione e la consulenza; la riconciliazione, l’esercizio della misericordia, l’incontro e l’accoglienza e l’accompagnamento dei lontani; i grandi temi della vita, della famiglia, dell’amore, della donna…
Dal rinnovamento nuove vocazioni
Le vocazioni femminili per una loro ripresa di numero e soprattutto di qualità, di credibilità, di pienezza, di testimonianza, aspettano rinnovamenti spirituali profondi e fraterni comunitari, ma anche rinnovamenti di natura apostolica e pastorale.
Consacrate a Dio nella Chiesa e per il Mondo. Ma dove? come? perché? Con quale investimento evangelico delle qualità che Dio stesso ha donato nella sostanza della personalità e nella forma della femminilità?
Non avverrà più che l’essere donna significherà minorazione, dipendenza, marginalità, secondarietà, non solo nella società, ma anche nella Chiesa.
Chiedo scusa se la novità dell’argomento ha portato con sé imprecisioni e qualche espressione meno chiara, forse avanzata. Chi saprà dire meglio lo potrà fare.
Concludo ricordando che la pienezza della persona è soltanto Dio, non un uomo o una donna. Tuttavia la legge della vita è un progetto-programma “insieme”, qualche volta distinguendo i compiti e le prestazioni, generalmente componendo e integrando compiti comuni, apportandovi “insieme” dono e carismi incrociati di maschilità e femminilità. Non solo nella famiglia, ma più largamente nella società e nella Chiesa, nella costruzione totale del regno di Dio.
Anche le vocazioni guadagneranno molto da queste precisazioni.