N.05
Settembre/Ottobre 1987

Rinnovamento della vita religiosa e missionaria per una nuova pastorale vocazionale

La crisi delle comunità di vita consacrata è uno dei fenomeni più brucianti dell’attuale esperienza di Chiesa. Come storico vorrei precisare però che non è la prima emergenza della vita religiosa. Ci sono stati nel passato momenti ben più terribili nella storia della Chiesa che hanno spopolato monasteri, fatto naufragare ordini, schiantato esistenze. Il monachesimo è andato in crisi più volte. Si è rinnovato, ma si è anche ridimensionato. Alla morte di S. Bernardo si diceva che tutto il mondo rischiava di diventare cistercense. Cinquant’anni dopo i monaci bianchi erano già in difficoltà proprio sui punti qualificanti della loro innovazione. Il moto dei canonici ha avuto momenti di splendore e di enorme fortuna. Sembrava fosse la scelta più indovinata per favorire la vita comune del clero. Ma all’infuori di quei nuclei che scelsero il quadro religioso – e divennero “canonici regolari”, gli altri in pochi decenni conobbero la decadenza. I mendicanti hanno conosciuto fioriture tumultuose ma spaccature altrettanto dolorose, abbandoni e riprese. Lo stesso si può dire delle comunità di chierici regolari o delle comunità di servizio.

 

 

Dentro la “crisi”

Raymond Hostie ha parlato di vita e morte degli ordini religiosi[1]. Essi esperimentano il cielo vitale della crescita e dell’invecchiamento. Che talvolta si conclude con la morte. Si calcola che il 76% degli ordini maschili fondati prima del 1500 e il 68% di quelli anteriori al 1800 si sia già estinto[2]. 

Ci sono quindi diversi tipi di crisi:

– la più grave è quella delle comunità infedeli e corrotte, come quelle degli Umiliati o dei Gesuati (i “frati gaudenti”);

– ci sono poi le comunità incapaci di rispondere ai segni dei tempi nuovi, in quanto propongono modelli di vita ormai lontani e desueti;

– la terza è tipica delle comunità nate in epoche molto remote; il loro carisma in sé risponderebbe ai tempi odierni, ma sono prigioniere di modi di vita, di tradizioni, di strutture soffocanti ed ingombranti;

– la quarta è propria delle comunità anche recenti, che soffrono più della crisi generale che non di loro carenze.

 

 

Oltre la “crisi”

Di fronte alla crisi delle vocazioni come deve porsi la comunità? Qualora si realizzino le prime due tipologie, è chiaro che non c’è nulla da fare. “C’è un tempo per nascere e un tempo per morire un tempo per piantare e un tempo per sradicare” (Qo 3,2). Quello che non è valido per la vita fisica, lo è per la vita di consacrazione: meglio l’eutanasia di un ordine che un lento declino.

Il problema è per comunità recenti e antiche che hanno un dono pienamente valido, ancorato nel presente, luminoso. Il loro servizio è utile, almeno dal punto di vista teorico. Perché allora non seducono? Perché non si realizza la profezia di Zaccaria: “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti, afferreranno un giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zc 8,23)?

La risposta è probabilmente da collocare nel fatto che se è avvenuto un rinnovamento delle strutture, non si è verificato un rinnovamento interiore e un rinnovamento comunitario. Nella crisi del ‘500 che vide torme di religiosi e religiose abbandonare i conventi e i monasteri la risposta venne in una duplice direzione:

– si rinnovarono (sarebbe più corretto dire “si riformarono”) gli ordini antichi;

– ci fu una fioritura di ordini nuovi miranti a conseguire un duplice obiettivo: l’azione apostolica per la Chiesa della anime; il servizio per amore dei fratelli.

 

Che cosa ebbero in comune le due linee di tendenza? Un forte legame comunitario e un intenso clima spirituale. Il problema delle comunità non era di cercare religiosi, ma piuttosto di filtrare le vocazioni. Era tale l’attrazione di una simile vita che si dovevano allontanare le persone non chiamate, che poi non reggevano.

Oggi la situazione di molte comunità può essere brutalmente espressa nei termini seguenti: i religiosi o le religiose se vogliono fraternità o un clima spirituale favorevole devono rifugiarsi nei casi migliori nei movimenti ecclesiali. Ivi pregano e vivono la carità. E magari sono aiutati a superare lo zoccolo duro della vita quotidiana.

Ora in simili condizioni, quale forza di attrazione ci può essere? E ammissibile che la prospettiva di vita di un giovane sia di dover sopportare per tutta la propria esistenza una situazione comunitaria che non lo galvanizza e non lo aiuta? La consacrazione è Pasqua e non una prigione.

 

 

Concretamente

Per non rimanere su un piano astratto, vorrei accennare a un’iniziativa vocazionale che ha già una decina di anni. Quando iniziò il sacerdote animatore pose come condizione che la comunità femminile con la quale avrebbe dovuto collaborare scegliesse non persone “specializzate”, vale a dire religiose il cui unico impegno di vita fosse di lanciare un messaggio vocazionale. Si chiese cioè che le ragazze potessero venire a contatto con una comunità fatta di diversi ruoli, dall’infermiera, all’insegnante, alla cuoca. Persone cioè che non “cercano” vocazioni, ma che propongono una vita.

Le ragazze hanno potuto verificare dall’intensità della vita intracomunitaria che la comunione non è un sogno, ma una realtà praticata, sperimentata da qualcuno e che si apre ad accogliere nuove esistenze. La comunità non è un vaso di fiori che raccoglie vite recise, ma un campo che aiuta i semi a crescere.

Riprendendo una frase di S. Bernardo è “ l’amore che ci stimola ad occuparci della salvezza dei nostri fratelli ”. Ma un amore vissuto, che genera comunione, che si fa fraternità.

E solo attorno a fraternità diffuse nel mondo come una nuova Via Lattea che si potrà riproporre agli uomini del Duemila lo stupore di una carità vissuta da persone e oranti. Come i primi cristiani.

 

 

 

 

 

Note

[1] R. HOSTIE, Vie et mort des ordres religieux. Approches psychosociologiques, Paris 1972.

[2] R. FITZ-L. CADA, The Recovery of the Religious Life, in Review for Religious 34 (1975) 690-718,cit. in  R. FARICY, Come fiorisce la vita religiosa, Milano 1983, 25.