N.06
Novembre/Dicembre 1987

Dinamismo vocazionale nel contesto giovanile

Di una cosa, in modo particolare, la mia esperienza mi ha reso certo: dell’importanza decisiva di un “gruppo giovanile” nella maturazione vocazionale di un giovane, particolarmente in riferimento alle vocazioni di speciale consacrazione.

Dirò subito che le mie considerazioni si riferiscono al gruppo giovanile che nasce, quasi naturalmente, all’interno di una comunità parrocchiale. La particolare caratterizzazione carismatica dei gruppi “movimentisti” creerebbe la necessità di tener presenti altre dinamiche ed altre variabili rispetto ai normali gruppi giovanili parrocchiali.

La mia riflessione sarà così il tentativo di rispondere ad alcune domande che stanno a cuore alle nostre parrocchie, principali interlocutori – anche se non esclusivi – della pastorale vocazionale,

sul versante della capillarità operativa. Quale gruppo, quali esperienze, quali atteggiamenti, quali aspetti specifici, si dovranno tener presenti perché il gruppo giovanile diventi davvero sede di quel dinamismo vocazionale che crea un ‘contesto’ naturale allo sbocciare e al maturare, nella pienezza di un serio discernimento, delle vocazioni, in particolare delle vocazioni consacrate che, se non altro, almeno di una “particolare attenzione” hanno sicuramente bisogno?

 

 

Quale gruppo?

Il dinamismo della pastorale ordinaria di una parrocchia genera una crescita armonica, continua, globale, nelle nuove generazioni. Il bambino nascendo trova la famiglia cristiana che, in parrocchia, matura la capacità di una educazione integrale. Dopo gli anni della prima infanzia il fanciullo trova, in parrocchia, il contesto dell’azione catechistica che gli offre il servizio della mediazione per permettere alla sua fragile età di incontrare il Padre della vita, una chiamata alla comunione e al dialogo con Dio. La Prima Comunione e la Cresima completano il ciclo educativo che accompagna il fanciullo-ragazzo a prendere in considerazione se stesso alla luce della chiamata divina. Aver scoperto che la vita è vocazione alla comunione con Dio e alla comunione fraterna nella comunità cristiana ha già creato sufficienti condizioni perché il ragazzo (preadolescente) sia disponibile ad accogliere la prospettiva – per altro entusiasmante – di una “vita di gruppo” all’interno della comunità parrocchiale.

È un bisogno psicologico naturale quello che spinge il ragazzo a creare rapporti sufficientemente stabili con i suoi coetanei e a condividere con essi i primi importanti passi nella vita adolescenziale e giovanile, superando, a questa età, la dimensione semplicemente familiare o scolastica dei rapporti.

È chiaro che per aver successo l’offerta deve presentarsi in sintonia con la domanda. Una prospettiva di amicizia, per far qualcosa insieme, nella certezza che quando esce di casa va a trovare degli amici che fanno con lui ciò che egli sente bello, interessante, affascinante, entusiasmante, alletta qualsiasi adolescente e lo spinge con naturalezza verso la parrocchia.

Una parrocchia evidentemente aperta, fresca, gioiosa, con persone capaci di vera disponibilità, mature e allo stesso tempo capaci di attrarre l’attenzione del ragazzo; serie e allo stesso tempo capaci di incarnazione verso la mentalità del ragazzo; in piena sintonia con la comunità cristiana e allo stesso tempo capaci di comprendere come Gesù intenda parlare ai ragazzi, a questo punto, sarà capace di attrarre il ragazzo…

È in questo contesto che si dovrà immaginare la nascita di un gruppo. Come naturale coronamento di un itinerario personale e come traduzione coerente dei bisogni caratteristici della adolescenza in un contesto che, per far vivere insieme dei ragazzi, non deve per forza prescindere dalla fede. Anzi, trova in essa la molla vera anche della socializzazione e della promozione integrale della persona umana.

Il riferimento alla parrocchia e quindi alle altre componenti della comunità cristiana permette al gruppo, che nasce e si sviluppa su queste linee di fondo, di fare la preziosa esperienza di un necessario – quanto contestato – rapporto con gli “altri”: adulti, anziani, giovani, famiglie, genitori ecc.

 

 

Quali esperienze?

L’attenzione si è posata, inevitabilmente su un gruppo giovanile che sgorga dal sacramento della Cresima e si propone pertanto fin dai 14-15 anni per esser significativo fino ai 19-20 anni. A questa età è immaginabile che in parrocchia l’esperienza di gruppo lasci il posto ad una piena esperienza di chiesa e all’eventuale nascita di nuove esperienze aggreganti (fidanzati, catechisti, volontariato, circoli socio-culturali ecc.). La formazione piena di una coscienza cristiana rende la persona “adulta” nella fede con tutto quello che comporta.

È dunque l’arco che va dai 14/15 anni ai 18/19 (praticamente gli anni della scuola media superiore o dell’apprendistato nel mondo del lavoro) che attraggono con un particolare interesse l’idea di un “gruppo giovanile” come lo abbiamo cercato di veder nascere.

Quali contenuti e mediante quali itinerari esperienziali il gruppo in questione diventa veramente educativo e quindi “vocazionale”?

Dato per scontato che il primo approccio contenutistico non potrà prescindere dal tema della amicizia (per altro tanto caro a qualsiasi ragazzo di questa età) e dalle motivazioni che la rendono possibile, mi pare che possiamo facilmente orientarci su quattro aspetti che fondano, di fatto la contenutistica fondamentale della vita di questo gruppo e ne determinano la varietà delle esperienze. La preghiera, la formazione della personalità individuale, la comunione e il servizio, che traducono di fatto il tema della carità, e una certa presenza nella vita del territorio sul versante della cultura, delle dinamiche sociali e specialmente sul versante di un impegno a favore delle situazioni di emarginazione e di conflitto.

 

La preghiera

È il punto fondamentale e qualificante di un gruppo giovanile che voglia dirsi ed essere realmente come il Signore lo vuole. Formare i ragazzi ad una vita di preghiera, motivarli, entusiasmarli, arricchirli di esperienze preziose, è il primo e fondamentale obiettivo del far gruppo anche se non sempre, purtroppo, può essere il punto di partenza.

Non dovrà tuttavia mai mancare la tensione ad “arrivare là”, là dove il ragazzo fa esperienza di se stesso comprendendosi in pienezza e comprendendo gli altri alla luce del Mistero. Ciò che conta è che il giovane neanche lontanamente abbia l’impressione che il prendere in considerazione se stesso alla luce di Dio sia un essere “di meno”, anzi, ritrovarsi in Dio dovrà essere per lui la certezza di aver trovato il vero significato della vita. Sarà questo a spingerlo ad una vita di preghiera, magari realizzata con gli strumenti caratteristici dell’età…

Il gruppo si fonda su una continua motivazione, riflessione e vita di preghiera. La gioia del pregare insieme e dell’incontrarsi a profondità insolite non mancherà di far capire al ragazzo che una vita di comunione con Dio è anche la vera sorgente di rapporti nuovi con gli altri. E sarà una enorme conquista…

Sarà questo l’elemento centrale di una educazione ad un rapporto tale con Dio che permetterà al giovane una consuetudine al ‘fare’ la volontà di Dio, al cercare di essere come e dove lui lo vuole. E ci accorgeremo a suo tempo che questa abitudine a dire di sì a Dio è essenziale nella maturazione vocazionale.

Biliardini, ping-pong, flipper ed altre “diavolerie” del genere possono attrarre il ragazzo come lo sport o il giradischi… E molte parrocchie ci sono cascate… Ma il mondo, su queste cose è ben più attrezzato di noi… Facciamo in modo che i ragazzi abbiano subito l’impressione di ricevere da noi ciò che mai potranno trovare nel mondo… E facciamo in modo che ciò che noi abbiamo da offrire sia da essi sempre più desiderato…

 

Formazione

Il risvolto operativo e vitale della preghiera diventa una vita di fede nella concretezza della propria esistenza quotidiana. Ma vivere come piace a Dio, che cosa significa in realtà? E quale risposta viene dalla fede alle tematiche più vive dell’adolescenza? Quali risposte all’inquietudine propria di questa meravigliosa e – talvolta – drammatica fase della vita?

Chi sono io? Che senso ha la vita? Chi altri? Le cose? E questo sentimento prorompente dentro di me ? Ci deve essere? È bene o è male far così, pensar così, rispondere così? E i miei coetanei che ne pensano? E tu, educatore, che cosa hai da dirmi in base alla tua esperienza? A quali valori dovrò ispirare il mio domani per essere certo che questa vita non è stata vissuta inutilmente?

Quante volte mi sono sentito rivolgere queste domande dai miei ragazzi magari durante le ore ‘piccole’ dei campi-scuola o nella passeggiata domenicale del gruppo per le vie che portavano a Lecceto (monastero di monache di vita contemplativa nella campagna senese).

Ed ho constatato che gran parte della bellezza e della fecondità anche vocazionale nella vita di un gruppo dipende in larghissima misura – direi decisiva – da come, al suo interno, maturano individualità veramente formate a livello di coscienza personale. Ero solito dire che il gruppo non è una ‘sorgente’ alla quale attingere, ma una vasca di raccolta alla quale ciascuno porta il suo secchiello d’acqua… Allora, e solo allora, ci sarà da bere per tutti… Come pure mi è sempre piaciuto paragonare il gruppo ad un treno nel quale nessuno può considerarsi vagone ma tutti siamo locomotive… Allora qualcuno ogni tanto può permettersi di essere un vagone perché gli altri saranno sempre locomotive…

Concretamente, insomma, dovrà essere chiaro per tutti che il gruppo non dispensa nessuno da una crescita individuale bensì, al contrario, il gruppo acquista il suo vero significato in quanto continua provocazione ai singoli per un’autentica formazione della coscienza. Qualche volta farà da “volano” permettendo – nel suo cammino – di far superare qualche momento ‘morto’ nella vita e nella ricerca del singolo. Ma niente di più…

D’altra parte è pur vero che la tematica vocazionale esige un “faccia a faccia” con Dio che non consente di nascondersi all’infinito ‘dietro’ il gruppo… La capacità del gruppo di essere ‘vocazionale’ risiede proprio nella capacità degli individui di vivere la vita come vocazione e cioè nella continua tensione ad immaginarla e viverla come ‘chiamata’ e come ‘risposta’.

 

Il servizio

Immaginare la vita di un gruppo giovanile senza immaginarne una crescita nella fraternità, nella solidarietà, che traducono la carità nella concretezza della vita quotidiana è immaginarlo destinato al fallimento.

La crescita nella capacità di farsi gli uni servi della maturazione, della gioia, della serenità, della ‘riuscita’, degli altri è la vera cartina di tornasole sulla bontà dell’impianto globale della vita di un gruppo.

E dalla comunione, che è la dimensione teologica dell’amicizia, il gruppo attinge la sua vera capacità di servire l’intera comunità cristiana nei suoi aspetti più vari. È davvero bellissimo vedere il gruppo giovanile di una parrocchia innamorato della vita globale della comunità cristiana. La dimensione della preghiera liturgica, la catechesi, la carità, i vari settori della pastorale, la partecipazione agli organismi di comunione (Consiglio Pastorale ecc.) permettono al gruppo giovanile di vivere la dimensione del servizio e tradurre così in pratica un elemento fondamentale, caratteristico di ogni vocazione anche personale (una chiamata è sempre ‘per’, in qualsiasi stato di vita essa conduca la persona che è chiamata…). Concretamente l’impegno del gruppo a crescere in questa dimensione crea un contesto preziosissimo alla comprensione individuale di sé come “dono” da mettere a disposizione dei fratelli.

 

Presenza nel territorio

Comunione e servizio motivati, sperimentati e vissuti generano tra i giovani, inevitabilmente, una domanda/offerta di partecipazione alla promozione umana dei fratelli, specialmente i più bisognosi. Sorprende positivamente in questo contesto la forte offerta di giovani a farsi carico delle problematiche aggredite in questi ultimi anni in Italia dalla Caritas, mediante il volontariato. La generosità caratteristica della fase giovanile della vita non deve essere in alcun modo mortificata.

È la traduzione di un elemento vocazionale centrale: la vocazione a servire l’uomo, a farsi prossimo, propria e specifica della vocazione cristiana ed elemento insostituibile di un’autentica vocazione di speciale consacrazione. Il fatto che il gruppo sia inserito in parrocchia permette ad esso di aver un aggancio immediato con la realtà socio-culturale della gente. Ed il fatto che in questa età molti sono studenti permette ad essi una presenza sempre più qualificata e significativa nel mondo della scuola, per altro da tempo attraversato da fermenti interessanti di partecipazione.

Un giovane che vive con il suo gruppo questo slancio pone una premessa importante in se stesso per l’eventuale maturazione di quelle vocazioni che nell’amore e nel servizio all’uomo trovano uno dei versanti più importanti del significato da dare alla propria vita.

 

 

 

Quali atteggiamenti?

Nei confronti della Parola di Dio; nei confronti della chiesa; nei confronti della società; quale atteggiamento dovremo immaginare veramente crescente, all’interno del gruppo, perché esso sortisca un vero dinamismo vocazionale? E, quale atteggiamento sarà importante che si avverta, all’interno del gruppo, di fronte al manifestarsi di una vocazione speciale (per il ministero ordinato, per la vita religiosa maschile e femminile, sia con carisma apostolico che con carisma contemplativo, per la consacrazione secolare o per una vocazione missionaria)?

Sono cose estremamente collegate. Se cioè all’interno del gruppo finisce per prevalere una vera centralità della Parola, un vero amore per la chiesa e un vero interesse per gli uomini visti sempre e comunque come fratelli, allora, il manifestarsi di queste vocazioni (per altro inevitabile) sarà accolto con gioia, con trepidazione, con orgoglio e con la voglia di ‘dare una mano’ a questi fratelli che si incamminano per strade dalle risposte tanto impegnative.

Ricordo con piacere come fosse vista come naturale la manifestazione di certe vocazioni tra i miei ragazzi e come avesse finito per far fare un salto di qualità a tutto il gruppo il manifestarsi di queste vocazioni. D’altra parte per coloro che avevano incominciato a percepire tale chiamata poche cose furono di autentico incoraggiamento a continuare seriamente nella ricerca come l’accoglienza che ad esse riservava l’esperienza del gruppo nel suo complesso…

 

 

Quali specificità?

Una delle cose che permettono al gruppo di diventare autentico cenacolo vocazionale, ricco di identità vocazionale e contemporaneamente capace di generare vocazioni, è stata – per la mia esperienza – il particolare rapporto concreto che il gruppo di fatto ha avuto con queste realtà. La presenza del prete fra i suoi ragazzi è un invito chiaro; il rapporto con le altre vocazioni consacrate fa togliere immediatamente ad esse quell’alone di “stranezza” che normalmente hanno nella mentalità corrente.

La specificità vocazionale di un gruppo giovanile diventa a questo punto quella di far in modo che l’ignoranza sui vari stati di vita e sulle varie vocazioni non finisca per precludere qualche strada… E la tentazione è forte!

I nostri ragazzi vorremmo sempre tenerli in parrocchia… Sono i nostri catechisti del futuro, le nostre famiglie, i nostri educatori, i nostri migliori genitori…

E poi perché ‘sfuggire’ dalla storia, si sente dire, quando c’è tanto bisogno di bravi laici nel mondo…

Come se la vocazione fosse qualcosa che diamo noi… La chiamata è da Dio, noi dobbiamo fare in modo che si crei il contesto ideale perché ciascuno possa seguire la sua via. Nessuna strada va colpevolmente preclusa ai nostri ragazzi. Ed il gruppo giovanile, nel suo cammino, deve fare chiara esperienza della possibilità delle varie vocazioni comprese quelle che esigono un ascolto più sottile e attento e una risposta certamente più generosa e convinta, come quelle di speciale consacrazione.

La pastorale vocazionale passa anche di qui…