N.06
Novembre/Dicembre 1987

Giovani consacrati e animazione vocazionale

È sempre difficile definire un percorso metodologico obbligato per la scoperta e la genesi di una vocazione consacrata; essa rimane ancorata nel mistero di Dio[1]; “poi udii la voce che diceva: chi manderò e chi andrà per noi?” (Is 6,8). Tale è l’eterno tormento di Dio, manifestato in Gesù quando chiama i suoi apostoli, manifestato attraverso la Chiesa quando chiama i sacerdoti[2]. 

All’interno di questo misterioso processo di elezione e di discernimento occupa un ruolo particolare tutta la pastorale giovanile e soprattutto quella pastorale giovanile vocazionale attuata dai giovani che stanno già percorrendo la strada della speciale consacrazione.

“Va incoraggiata la proposta vocazionale fatta dai giovani chiamati ai loro coetanei. È un’esperienza che si va diffondendo con frutto in numerose diocesi. I seminari ed altri istituti formativi possiedono per loro natura un ruolo specifico di evangelizzazione e animazione vocazionale. La loro forza di irradiazione deve manifestarsi sempre più efficacemente”[3].

L’interrogativo che, a questo proposito si pone non riguarda tanto la validità di tale forma di proposta vocazionale, quanto il ruolo specifico che si può attribuire ai giovani nei riguardi dei loro coetanei.

 

 

Irradiazione

Si tratta anzitutto di un ruolo e di un contributo che si pone a livello di essere.

Il giovane che percorre con risolutezza la via di una speciale consacrazione si inserisce nell’azione discreta di Dio che chiama, già con la sua risposta, col suo modo di essere e di vivere da chiamato.

Non si può pretendere di far proseliti pensando di conquistarli con uno speciale “savoir faire” o con tecniche particolarmente agguerrite. Si testimonia e si annuncia il Dio che chiama, imprimendo alla propria vita personale ed interiore il ritmo di un reale cammino di conversione, di scoperta, e di libera e gioiosa assunzione del dono della propria chiamata.

Non si tratta nemmeno di evidenziare forzatamente la propria vocazionale. Giustamente il citato documento del Secondo Congresso Internazionale parla di “irradiazione”, quasi a paragonare questa realtà pastorale all’azione del sole che illumina e riscalda col suo stesso modo di essere senza bisogno di una operatività particolare.

Sembra però necessario far riferimento ad alcune caratteristiche positive che permettono di dare spazio ad una irradiazione che abbia il sapore dell’autenticità.

 

– Disponibilità

È l’atteggiamento interiore di chi mette tutta la propria vita a servizio esclusivo di Dio (cfr. Is 6,8b). È l’atteggiamento proprio di chi non sceglie in base a dei pro grammi prestabiliti o ad una offerta ben delineata nei suoi contorni, ma offre solamente la disponibilità della propria vita per qualunque progetto gli verrà offerto. I progetti, infatti, come anche le modalità di attuazione, appartengono al Dio che chiama, non all’uomo che risponde.

 

– Gratuità

Perché ci sia “irradiazione” si esige da parte del giovane, che vive la sua “chiamata”, che la scelta venga vissuta con grande senso di gratuità. Si deve percepire che il suo cammino non deriva da una pretesa umana e neanche da un merito: è solo il frutto della misericordia di Dio. Ciò a cui il giovane si sta avvicinando, non gli appartiene, è un dono. La sua risposta è senza pretese (cfr. Lc 17,10).

 

– Libertà

Il profondo senso di libertà interiore che caratterizza tutta la vita del cristiano, come attuazione del dono dello Spirito, non può non evidenziarsi nella esistenza quotidiana di un giovane chiamato a consacrare tutta la propria vita al regno di Dio. La libertà è frutto di una risposta che ha come unico motivo ed unica molla l’amore. Niente è più libero di ciò che nasce da un amore vero. Il giovane sperimenta ogni giorno che tutto nella sua vita è frutto della benevolenza del Padre, per questo si sente chiamato ad amare. In questa maniera chi vive accanto ad un “chiamato” percepisce il mistero di Dio, che chiama per mandare, e sa che questo mistero può prendere ed afferrare anche lui. Il “chiamato” si fa così strumento di elezione.

 

 

 

Testimonianza

Un secondo contributo di animazione che i giovani avviati alla consacrazione offrono nelle comunità in cui vivono, si pone sul piano della testimonianza.

Essi, infatti, sono oggetto di particolare attenzione da parte dei membri più giovani della comunità; a causa delle singolarità della loro scelta, possono dare molto a questo livello di animazione, a cui i giovani e gli adolescenti si manifestano attenti e sensibili.

Di che cosa si tratta? In un certo senso si potrebbe dire che il giovane impegnato in un cammino di consacrazione trasfonde nelle scelte di vita, come nello stile ordinario dei suoi rapporti, tutto quello che il Signore va realizzando in lui.

In pratica si tratta di manifestare in comportamento tutta la ricchezza interiore di cui è costituita la risposta ad una chiamata di Dio.

Tale forma di animazione vocazionale diventa anche un banco di prova per il futuro consacrato, in quanto gli permette di verificare l’acquisizione progressiva di una “personalità che, per quanto è possibile, sia fonte e non diaframma per gli altri per l’incontro con Cristo”[4].

Di conseguenza, offrire la propria testimonianza vocazionale comporta il dovere di evitare il rischio del presentarsi con sufficienza e quasi con arroganza: atteggiamento tipico di chi pensa di aver raggiunto qualcosa o di avere qualcosa da dire o da insegnare.

In realtà, si tratta solo e sempre di apprendere. Il giovane si sente pellegrino, in cammino, ancora in via di definizione e di ricerca e cercherà di leggere le persone che Dio gli fa incontrare come segni di autenticazione della sua risposta e del suo stesso cammino. Ciò poi è tanto più vero quanto più la testimonianza si muove all’interno di un tessuto e di uno spazio propriamente giovanili.

Brevemente, due atteggiamenti che qualificano in maniera positiva tale testimonianza sono certamente quelli della discrezione e del rispetto, oltre a quello fondamentale della gioia di vivere[5].

 

 

Servizio

Nell’ambito più specifico ed operativo delle cosiddette “esperienze pastorali”, che formano un aspetto non secondario del cammino di consacrazione[6], troviamo il terzo ed ultimo aspetto di questa animazione vocazionale: è il livello dell’azione concreta. Il legame interno che il giovane saprà esprimere tra questa dimensione e le altre due darà forza ed incisività alla sua presenza operativa nella comunità.

Sotto questo aspetto il fare esperienza pastorale sarà il modo con cui egli manifesterà la sua unità interiore e la sua passione per la Chiesa e non si ridurrà ad un frammentario operare privo di forza significativa.

In tale prospettiva sembra importante che, mentre si impegna con serietà sul versante dell’azione, la sua opera sia tale da non imporsi come efficientismo ma come desiderio di comunicazione e di annuncio.

Proprio l’efficientismo infatti è il rischio maggiore da evitare; tuttavia la comunità che accoglie il giovane consacrato porrà ogni sforzo nel dare concretezza e incisività alla presenza vocazionale del giovane consacrato, accogliendolo come annuncio vocazionale (cfr. Gv 1,40-42.45-46) e come testimonianza della sconfinata benevolenza di Dio. 

D’altra parte, il giovane stesso, senza perdersi in parole ed in fronzoli, favorirà il proprio coinvolgimento in tutta la pastorale della comunità, in modo da porre a vantaggio di tutti ciò che è utile a molti.

Anche a questo livello di presenza non mancano veri e propri orientamenti che rendono l’esperienza concreta, di azione e di servizio, trasparente dal punto di vista vocazionale, ed aiutano ad evitare il rischio sopra accennato.

Ne segnaliamo alcuni che appaiono particolarmente urgenti e fondamentali.

 

– Conoscenza

Il giovane consacrato che fa esperienza pastorale deve anzitutto avere coscienza che la sua azione deve tendere prevalentemente a conoscere più che a cambiare o trasformare la realtà. L’atteggiamento di partenza sarà dunque di tipo conoscitivo: si metterà sempre nella predisposizione di chi vuole capire, comprendere, ascoltare, vedere.

 

– Apprendimento

In secondo luogo, il giovane consacrato vive la sua esperienza pastorale nella consapevolezza di chi ha bisogno di ricevere più che di dare. Perciò, non gli basterà conoscere ma vorrà apprendere, imparare, accogliere. In tal modo, forse darà anche il suo contributo; ma, in ogni caso, il suo “dare” avrà sempre i toni del discepolo; sarà un dare di tipo fortemente esperienziale secondo la logica della condivisione.

 

– Servizio

Infine, non pretenderà niente. Sarà presente dentro una dinamica di animazione vocazionale senza speciali attese di gratificazioni o apprezzamenti ma in maniera “diaconale” e gratuita, di una diaconia soprattutto esistenziale più che immediatamente operativa[7]. Al termine di questi brevi spunti, di carattere metodologico e spirituale ribadiamo la interconnessione dei vari livelli e caratteristiche sopra enunciati. Essi, infatti, si realizzano in un processo unitario di evangelizzazione ed animazione vocazionale che ha i suoi momenti specifici ma complementari nella vita personale interiore, nel modo di essere e nel testimoniare ciò che si vive, nella azione pastorale diretta. Infatti, solo se si annuncia ciò che si sperimenta come realtà che si “irradia” e trabocca dal profondo del cuore e della vita, si ha un annuncio vero, anche vocazionale, si fa testimonianza (cfr. Gv 1,19-51), si è credibili nell’azione. In questa luce l’animazione fatta dai “giovani per i giovani”, non è solo una maniera metodologicamente più efficace di fare la proposta ma diventa una dimensione necessaria di ogni animazione vocazionale, perché, proprio per i giovani, assume il tono di una proposta agganciata alla vita.

 

 

 

 

 

 

Note

[1] Cfr. H.U. Von BALTHASAR, Vocazione, Rogate, Roma 1981.

[2] MARCUS E., Le ministère des prêtres: une brève exploration théologique, in “Jeunes et Vocation” n. 46, juillet 1987, p. 44.

[3] CEI, Vocazioni nella Chiesa italiana. Piano pastorale per le vocazioni, n. 43.

[4] CEI, La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana. Orientamenti e norme per i seminari, n. 133.

[5] CEI, La formazione…, o.c. n. 134; cfr. anche n. 117.

[6] Cfr. CEI, La formazione…, o.c., nn. 174-178; a tale riguardo ci permettiamo di far riferimento, nelle considerazioni che seguono, anche a ciò che in questi anni si va pensando e attuando nel Seminario Regionale Teologico di Molfetta, sia pure in via sperimentale: cfr. per questo, Insieme per conoscere, imparare, servire, Piano per l’Iniziazione pastorale, Pont. Sem. Reg. “Pio XI” – Molfetta 1985, ciclostilato pp. 16 e Piano formativo di base, Molfetta 1985, ciclostilato p. 3-4.

[7] CEI, La formazione..,. o.c., n. 178.