N.06
Novembre/Dicembre 1986

Preghiera e vocazioni

L’uomo di oggi prega? Sente il bisogno della preghiera? Come educare le giovani generazioni alla preghiera? Che rapporto c’è tra preghiera e vocazione?

È difficile poter offrire dei dati documentati in merito e, forse, anche delle risposte esaurienti a un’esperienza così personale, qual è appunto il dialogo tra l’uomo e il suo Dio nella preghiera.

I contributi di studio ed esperienziali che seguono non mancheranno di offrire un notevole apporto in merito.

Partiamo tuttavia, nell’introdurre il presente numero di ‘Vocazioni’ dalla situazione.

 

 

 

L’umanità in stato di ‘invocazione’

Se mi è permessa e mi si passa l’analogia, l’uomo contemporaneo, e in particolare le giovani generazioni, mi sembra trovarsi nella situazione di colui che si cimenta al gioco del trapezio: l’ebbrezza del salto mortale, le mani elevate nel vuoto, l’attesa e la ricerca del ‘punto fermo’ cui agganciarsi…

Intendo dire che l’umanità contemporanea fa registrare, nelle forme più svariate sino alla devianza, un diffuso e intenso stato di ‘invocazione’ ovvero di anelito, più o meno confessato e consapevole, verso significati più profondi per la vita, al di là di quelli inventati dall’uomo stesso.

Sul versante ecclesiale un esito interessante è espresso dalle numerose esperienze – personali e collettive – che pur non assurgendo certo a fenomeno di massa e restando pur sempre un fenomeno statisticamente circoscritto, documenta un certo ‘risveglio religioso’ e, concretamente, la ricerca di una certa qualità di vita cristiana ed ecclesiale. Si pensi, ad esempio, al cosiddetto ‘associazionismo invisibile’ ovvero al prolificare in questi anni di numerosi gruppi giovanili, alla diffusione di movimenti, all’affermarsi di diverse comunità ecclesiali di base e, soprattutto, al sorgere di centri di spiritualità e di vere e proprie scuole di preghiera.

Da un’indagine[1] condotta da Piergiorgio Colombo, responsabile dell’Ufficio Statistica della Curia di Milano, circa l’esistenza e la metodologia delle scuole di preghiera nell’Italia del Nord, emergono i seguenti dati: in diocesi di Milano nel 43% dei decanati sono in atto scuole di preghiera o della Parola che coinvolgono 54 preti animatori (di cui 8 religiosi). A Bergamo 6; a Como 12; a Mantova 1. Altrove in Lombardia risulta l’esistenza di Scuole, ma, ai fini della ricerca, non sono pervenute le esatte segnalazioni.

In Piemonte, a Torino 9 preti e 2 centri; ad Asti 1 centro; a Cuneo, Aosta, Ivrea, Alessandria, Alba, Pinerolo, Saluzzo: 1 prete per ciascuna diocesi anima la Scuola; 1 prete a Vercelli e 1 centro; 2 preti a Novara.

In Emilia Romagna, a Reggio Emilia 8 preti; a Ferrara 2 centri; a Imola 1 prete e 7 Scuole; a S. Marino 1 prete con 5 Scuole; a Cesena 1 prete.

Nel Triveneto, 2 preti (Bolzano e Padova).

In Liguria, a Genova 4 preti e 2 centri.

Circa i destinatari delle ‘scuole di preghiera’ tale ricerca rileva i seguenti dati: prevalgono come utenti delle ‘scuole di preghiera’ i giovani (in 48 casi su 90, pari al 53,4 per cento), seguiti da ‘tutti’ (quando si invitano indistintamente coloro che vogliono fare un cammino di fede: 28,9 per cento), e quindi vengono gli adulti (in 11 casi, pari al 12,2 per cento). Categorie particolari si riscontrano in pochissimi casi; catechisti (3), operatori pastorali (1), animatori liturgici.

Questi dati, seppure sommari e riferiti ad un campione, credo che ci documentino almeno una certa domanda e disponibilità di ‘educazione alla preghiera’ e, forse, anche una denuncia alla incapacità della cultura egemone – al suo linguaggio tecnologico e alle ideologie – di ‘andare oltre’.

Qualcuno potrebbe obbiettare che a certe esperienze o proposte di preghiera manca la progettualità di vita e la comunionalità – com’è nello spirito della autentica preghiera cristiana – ovvero chi prega frequentemente prega ancora troppo individualmente.

Bisogna riconoscere la possibilità reale di tale rischio: spetta agli educatori alla preghiera far sì che la preghiera non sia un ripiegamento narcisistico dell’uomo sull’uomo ma l’educazione ad una graduale, permanente apertura e disponibilità alla volontà di Dio: la preghiera cristiana, come esperienza che dà forma reale al progetto cristiano di vita della persona, consapevoli appunto che la preghiera autentica smonta il ‘personaggio’ e costruisce la ‘persona’.

 

 

 

Preghiera e discernimento vocazionale

La preghiera cristiana, quando supera il rito, diventa incontro con il Signore e, quindi, plasma la vita e rivela la vocazione personale.

Credo che a tale fine siano necessarie alcune attenzioni pedagogiche e, soprattutto, alcune condizioni spirituali di base.

 

– Disponibilità a lasciarsi fare da Dio

La preghiera è il contesto privilegiato per fare verità dentro la vita – per far crescere la persona verso la verità piena di sé – educando la persona concreta ad essere verità di fronte a se stesso.

Tale ‘verità’ non è frutto della volontà di colui che prega, ma dono dello Spirito.

Prima condizione, quindi, della preghiera è il riconoscere che alla sorgente della nostra vita c’è la chiamata del Padre – come nell’esperienza stessa di Gesù la comunione con il Padre precede la missione – e che da tale chiamata, dalla sua grazia, dal suo perdono non si può prescindere: il perdono di Dio – quindi il ‘lasciarsi fare’ da Lui – l’invocazione e l’accoglienza dello Spirito di Dio diventano la condizione essenziale della preghiera cristiana. La verità sulla vita dell’uomo è, quindi, dono dello Spirito, non opera dell’uomo, anzi frutto dell’affidamento totale a Dio e della maturata consapevolezza dell’uomo di ricevere da Lui tutto. 

L’uomo nella preghiera si consegna a Dio, donandole il proprio cuore, lasciandosi imprigionare dal suo mistero, chiamandolo all’interno dell’avventura della propria vita: rinunciando ai suoi alibi e alle proprie difese, nella certezza che la preghiera non è mai evasione o fuga ma futuro. Chi infatti prega dimenticando le sofferenze della realtà storica in cui è inserito non prega veramente.

Pregare significa, in questa ottica, non imparare a pregare un Dio, ma a pregare in Dio.

 

– Accoglienza dell’oggettività della Parola di Dio

La preghiera cristiana è accoglienza dell’oggettività della Parola di Dio. La Parola di Dio ha forza sacramentale: ha, quindi, una progettualità unica per la vita dell’uomo.

È sempre più urgente pregare – in una cultura che relativizza tutto e dove l’uomo prende se stesso come misura di tutto – a partire dalla Parola, criterio oggettivo “di cui non si conosce l’eguale”.

Una preghiera che – ‘dalla Scrittura, con la Scrittura e nella Scrittura’ – nascendo dalla Bibbia dona risposta a cosa dice il testo ‘in sé’, a cosa dice il testo ‘ad ognuno di noi’ rivelando il piano di Dio sulla persona, ispira cosa dire a ‘Lui’ ovvero la risposta da dare alla sua chiamata.

Da questo incontro con la Parola nella preghiera nasce la possibilità di discernimento, la capacità cioè di riconoscere l’azione di Dio sul cuore dell’uomo, nasce la sensibilità e la prontezza che permette di ‘decidere’ – di fare anche scelte contingenti, operative – ma soprattutto matura una scelta di vita, per la vita: la scelta vocazionale. E ciò non in base a principi astratti o a ragionamenti di uomo, ma come uomini ‘condotti dallo Spirito’.

Il presente numero – nello spirito di quanto detto – intende, in definitiva, approfondire il trinomio ‘preghiera – vocazione – giovani’, consapevoli che la preghiera non è solo ‘il’ mezzo essenziale comandato dal Signore per le vocazioni, ma la natura stessa di ogni vocazione: ogni vocazione è storia di preghiera!

Non s’intende tuttavia riflettere sulla ‘preghiera delle e per le vocazioni’ – ‘comando’ esplicito del Maestro e, quindi, essenziale per la comunità cristiana – ma sulla ‘preghiera come cammino vocazionale’, che i giovani appunto sono chiamati a fare pregando e lasciandosi educare alla preghiera.

Da qui l’urgenza non solo di pregare per la vocazione dei giovani, ma di coinvolgere i giovani nella preghiera come luogo pedagogico dello Spirito (che matura, discerne, alimenta la perseveranza vocazionale), come incontro-cammino con Dio (che chiama l’uomo), come occasione reale per i giovani di liberazione, autodiscernimento, esame di coscienza, per ‘fare verità’ sulla propria esistenza, sulla vocazione personale.

La preghiera, e la scuola di preghiera dunque, come ‘luogo vocazionale’ in quanto propone Dio: ove il giovane è invitato a conoscere la bontà di Dio, ad ascoltare ed a rispondere; che si offre come cammino con Dio: lungo il quale il giovane è invitato a cogliere la propria vita come itinerario vocazionale e a conoscere il ‘piano di Dio’ sulla propria vita; e che, infine, aiuta a fare esperienza di chiesa e a cogliere la ricchezza della Chiesa: per cui il giovane, come risposta alla chiamata del suo Signore, è invitato a dare la propria vita.

 

 

 

 

Note

[1] PIERGIORGIO COLOMBO, Le scuole di preghiera in Alta Italia, Curia di Milano, Maggio 1985.