Atteggiamenti mistici e impegni ascetici nei giovani
La ricerca sociologica più completa[1] realizzata in questi ultimi anni sulla religiosità giovanile ci offre alcuni spunti per mettere in luce gli atteggiamenti mistico-ascetici dei giovani.
Elementi per un’analisi
Il primo dato è che i giovani più attenti alla problematica religiosa, più sensibili all’esperienza di fede, tendono a soggettivare il comportamento religioso e a riappropriarsi del religioso in chiave individuale e interiore ma non privatistica, bensì misticamente cosmica e solidaristica.
Questo riappropriarsi del religioso conferma quella nuova apertura al trascendente che le nuove generazioni sembrano avere, nonostante la larga fascia di “indifferenti” o agnostici che rappresentano sempre una grossa sfida per le istituzioni religiose; apertura al trascendente che ha la sua radice in una domanda di senso, di significato, che il giovane oggi lascia aperta a tutte le possibili risposte che trova in sé e fuori di sé ma che non riuscendo a saturare in profondità spinge fino alle soglie dell’esperienza religiosa, “fino al possibile incontro col Trascendente, con l’Altro, con la Risposta”[2].
Su questa base, l’atteggiamento mistico sembra evidente anche se poi, nel suo manifestarsi, si presenta con connotazioni autentiche da una parte e devianti dall’altra.
– Le connotazioni autentiche, le possiamo cogliere nel pullulare di gruppi di preghiera o scuole di preghiera in cui molti giovani fanno un’esperienza di comunione con Dio; questa preghiera si accompagna ad un senso di certezza della presenza di Dio, vale a dire Dio è sentito, è sperimentato, toccato da un senso speciale che ha i caratteri della straordinarietà nell’ordinarietà. Con Lui si è spinti lentamente ad instaurare un rapporto che va al di là di quella esperienza di gruppo circoscritta in termini spaziotemporali, per accompagnare il quotidiano e per oggettivarsi in alcuni momenti particolari.
Non c’è da nascondersi però un rischio: l’attenzione che i giovani rivolgono più ad esperienze religiose su “ciò che si sente” e non in riferimento a “ciò con cui si entra in relazione”, più sul soggetto che sperimenta e non sull’oggetto che è sperimentato, può evidenziare la natura psicologica di alcune esperienze religiose ed anche un certo modo di vedere Dio: “un Dio desiderato, voluto, perché rassicurante, la cui rilevanza ultimamente dipende più da ciò che uno aspetta che Dio sia per lui che non da quello che Dio vuole essere per lui”[3].
– Le connotazioni devianti dell’atteggiamento mistico sono velate dietro un titolo: misticismo. Questo misticismo a molti appare una fuga dal sacro, un rifluire verso forme consolatorie e misticizzanti di disimpegno che rasentano talvolta l’evasione[4].
Il fiorire di tanti movimenti neo-estetici e neo-orientali che hanno prevalentemente tra le loro file giovani dai 20 ai 30 anni di varie estrazioni sociali, è il segno estremo di questa tendenza misticistica che coinvolge la condizione giovanile.
– Due piste di motivazioni possiamo percorrere: la prima è la realtà della insicurezza che colpisce i giovani, soprattutto coloro che si sono affidati alla tecnologia sentendola quasi come una forma magica di sviluppo ma che li ha buttati nella delusione; da qui l’esigenza di una compensazione in pratiche di magia[5] o in pratiche politico-sessuali sostanzialmente di tipo religioso, come “valvole di scarico” delle illusioni e delle angosce che la società riserva ed insieme desiderio di restaurare il proprio sé, l’interiorità perduta regolando le frustrazioni e le tensioni[6]. In questo senso vengono praticate forme mistico-ascetiche che conducono al “vuoto”.
L’altra pista si snoda più sul versante politico-culturale. L’orientalismo e il misticismo in genere, assumono una forte carica contestativa/pacifica nei confronti della società perché chi li pratica fa suo uno stile di vita diverso da quello comunemente riconosciuto e usato; tuttavia è vero anche che vive separato, distinto dal sociale al quale cede in fondo un passivo assenso.
Tutto sommato il misticismo diventa allora un tentativo di dare delle risposte “religiose” a delle esigenze che nella loro natura chiedono altri tipi di risposta.
Sull’onda dei movimenti neo-asiatici, in riferimento agli atteggiamenti ascetici, fa impressione vedere come alcuni giovani seguono scrupolosamente le speciali tecniche di respirazione o le posizioni yoga, chi fa digiuni o segue particolari regimi alimentari, chi si dedica al canto, chi all’incanto delle arti marziali pur di raggiungere uno stato di beatitudine.
Desta curiosità anche “l’ascetismo di sinistra”: “esso esprime un orientamento ‘controcorrente’ rispetto ai modelli culturali prevalenti nella popolazione giovanile, sintetizzatili nelle due tendenze del disimpegno politico e dell’espansione della soggettività… ha anche un suo carattere di contrapposizione a quel processo di espansione della cultura radicale che assume l’autorealizzazione come criterio di giudizio e di valutazione della realtà”[7].
– E nell’area ecclesiale? Oggi la comunità ecclesiale è meno attenta all’ascetica delle mortificazioni corporali, pur giudicandone sempre la necessità; invece è più cosciente che per equilibrare l’io, per farlo entrare nel dinamismo della “vita secondo lo Spirito” non è efficace sottoporre le sue tendenze, occorre spingerlo al dono di sé per gli altri: è la scelta del “fratello” come terreno sul quale lo Spirito spinge e stimola a saper instaurare un colloquio, a cogliere le altrui necessità, ad amare senza riserve o interessi. In fondo la Chiesa oggi proietta verso l’ascetica del servizio, dell’amore maturato in una comunità[8].
I giovani che satellizzano attorno alla comunità ecclesiale sono i primi ad avvertire la verità di questo orientamento e a spingersi verso degli impegni concreti di servizio a favore degli ultimi e dei più piccoli (catechesi, animazioni, gruppi di incontro). Le preferenze che il volontariato cattolico ha ottenuto in questi ultimi anni possono significare qualcosa anche guardandole da questa angolatura.
Così i “nuovi asceti” sono diventati i cosiddetti “impegnati” cioè giovani che cercano un impegno forte, sociale ed individuale nel quale incanalare le proprie energie e sono disposti molte volte ad assumersi una regola e uno stile di vita che richiede sacrifici.
Quali siano i motivi che poi di fatto spingono il giovane ad “impegnarsi” così (o a fare delle esperienze ascetiche neo-orientali) è difficile dirlo, tuttavia su tre elementi si riscontra un certo consenso: il desiderio di vivere una religione “esperienziale” e non “consensuale” che coinvolga tutta la persona, la rinnovata attenzione culturale e religiosa verso l’uomo, in qualsiasi condizione esso si trovi, e il desiderio di autorealizzazione.
Anche da questo versante c’è il rischio dell’ascetismo cioè dell’esaltazione della libertà dell’uomo al punto tale da credere che il proprio realizzarsi è frutto di una conquista che ciascuno opera con le sue sole forze, abbandonando così una vita spirituale ritenuta statica perché impostata solo sulla sequela passiva degli interventi dello Spirito Santo.
Integrazione fede-vita
Finora ho presentato i due atteggiamenti in maniera distinta per ovvi motivi di analisi, ma resta vero però che le scelte mistico-ascetiche nei giovani si compenetrano e in qualcuno sarà più preminente il primo sul secondo mentre per qualche altro il contrario; aggiungo anche che gli inizi di un percorso spirituale che i giovani possono affrontare è caratterizzato da una dimensione ascetica mentre quella mistica viene più in risalto in un secondo momento.
Per entrambi, impegnati o mistici, resta fondamentale l’attenzione a rendere “veri” questi atteggiamenti, per questo l’integrazione fede-vita, posta come obiettivo specifico per la pastorale giovanile, diventa itinerario obbligato per fondare l’autenticità dell’esperienza religiosa giovanile.
Integrare fede e vita diventa un impegno a portare la personalità del giovane verso una unificazione interiore attorno alla persona di Gesù e lasciare che i Suoi criteri valutativi, i Suoi criteri operativi diventino i loro, non come dati imposti dall’altro ma come conseguenza di quella domanda aperta che ha trovato la “Risposta”[9].
Rischio dell’animazione
Sia nell’esperienza ascetica che in quella mistica i giovani oggi, più o meno coscientemente, guardano a dei “capi”, a dei modelli in cui specchiarsi che diano sicurezza sulla “strada” da percorrere.
Ci possono essere però dei casi estremi, simili alla “sindrome del guru”, specie lì dove l’animatore è dotato di una personalità forte, dominante. Tale animatore sarà una persona sulla quale il giovane potrà fare affidamento sicuro, che potrà dargli un senso di sicurezza nelle scelte che ha operato o che deve operare, ma probabilmente può cadere nella rete di un servizio educativo non più di animazione (che tiri fuori le potenzialità del giovane e le metta a confronto con le reali esigenze del vangelo) ma di indebolimento del giovane che si è reso disponibile ad un cammino spirituale.
Come anche il semplice “laisser-faire” può diventare condizione per il fiorire di atteggiamenti non autentici.
A questo punto un servizio educativo autentico, realizzato in stile di animazione ha un duplice indirizzo concreto: il primo è quello di stimolare i mistici ad assumere maggiori responsabilità personali sul piano del vissuto quotidiano, alla luce del grande evento cristiano dell’Incarnazione di Cristo Gesù che è l’inabissarsi del Divino nell’umanità (nella nostra storia).
Stimolare a vivere la comunione con Dio come radice e sorgente di amore verso ogni “altro” fatto ad immagine e somiglianza dell’”Altro”.
Un amore che si fa perfetto perché diventa parola vissuta: “Chi osserva la sua Parola, in lui l’Amore di Dio è veramente perfetto” (1Gv 1,5).
Il secondo, rivolto agli “impegnati”, è la richiesta di una maggiore disponibilità a “lasciarsi fare da Dio” abbandonando la convinzione che la realizzazione sul piano religioso (salvezza) dipenda unicamente dal proprio impegno: “Per grazia siete stati salvati mediate la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo per le opere buone che Dio ha predisposto” (Ef 2,8-10).
Anche qui l’intervento dell’educatore tende ancora ad educare l’io al dono di sé all’altro, e l’attività concreta, non è solo promozione delle proprie potenzialità ma anche promozione dell’altro che trova la sua giusta collocazione nell’imperativo: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a Me” (Mt 25,40).
Note
[1] G. Milanesi (a cura di), Oggi credono così. Indagine multidisciplinare sulla domanda di religione dei giovani, vol. I-II, LDC, Leumann, 1981.
[2] F. Mastrofini – A. Nanni, Giovani oggi. Una generazione tra utopia e disincanto, Coletti, Roma, 1984, p. 92.
[3] G. Milanesi, o.c., vol. II, p. 143.
[4] F. F. Mastrofini – A. Nanni, o.c., p. 95.
[5] Milanesi ha rilevato che nel mondo giovanile sono praticate più la chiromanzia e l’oroscopo che lo yoga o la meditazione trascendentale (G. Milanesi, o.c., vol. I, p. 158-160).
[6] P. Montespereli, La maschera e il “puzzle”: i giovani tra identità e differenza, Cittadella, Assisi, 1984, p. 165.
[7] F. Garelli, La generazione della vita quotidiana. I giovani in una società differenziata, il Mulino, Bologna, 1984, p. 289-290.
[8] T. Goffi, Ascesi, in “Nuovo Dizionario di Spiritualità” a cura di S. De Fiores e T. Goffi, EP, Roma, 1982.
[9] Cfr. R. Tonelli, Pastorale giovanile. Dire la fede in Gesù Cristo nella vita quotidiana, LAS, Roma, 1982, p. 138.