Cammino spirituale vocazionale degli Esercizi ignaziani
Gli Esercizi ignaziani possono considerarsi, a ben ragione, un “cammino spirituale”. Il suo migliore commentatore, P. Luis de la Palma (1560-1641) intitolò la sua opera “Cammino spirituale”.
Con queste parole, che fanno riferimento a una ben nota tradizione biblica, patristica e teologica medioevale, si riferiva all’itinerario obiettivo attraverso cui Dio aveva condotto il suo popolo; allo sforzo e alla collaborazione richiesti a ognuno dei pellegrini, com’è proprio degli Esercizi ignaziani (E. 1) e anche al progresso continuo che suppone l’intimità con Dio (la Salita al Monte, nel linguaggio di S. Giovanni della Croce, e le “tre vie” a cui allude S. Ignazio) (E. 10).
L’aggettivo “spirituale”, nel contesto ignaziano, è necessario capirlo, non nel senso psichico, ma pneumatico: cioè non nel senso spiritualista come opposto al corpo, ma come allusione diretta allo Spirito Santo, che dev’essere l’agente animatore della nostra vita.
Nella presente esposizione ci riferiamo inoltre al cammino “vocazionale”: perché, in effetti questo cammino degli Esercizi conduce, come a suo fine, all’accettazione piena della volontà di Dio “nella disposizione della nostra vita” (E. 2).
Questo suppone abbracciare un “nuovo” genere di vita, se così ci fa sentire Dio nostro Signore: o un nuovo adattamento, con responsabilità e radicalità, al piano già conosciuto, ma tuttavia imperfettamente accettato. Questi sono gli Esercizi ignaziani.
Vogliamo adesso indicare “come” gli Esercizi ignaziani contribuiscono a realizzare specificamente questo programma “spirituale-vocazionale”.
Una disponibilità gioiosa
Nella prima tappa degli Esercizi (Principio e Fondamento) la presentazione che fa l’accompagnatore, la preghiera e la riflessione dell’esercitante dovrebbero mirare a fargli acquistare una disponibilità gioiosa nel compimento della volontà di Dio.
Non basta rassegnarsi a compiere la volontà di Dio, senza opporre resistenze. Neppure si richiede uno sforzo volontarista e sacrificato per accettare quello che Dio dispone.
Si deve aspirare a far sì che l’esercitante scopra la bellezza e la grandezza, la provvidenza e l’amore con cui Dio dispone tutto per il suo bene.
Così l’esercitante, senza sapere ancora concretamente quello che Dio vuole da lui, deve sentire fin dal principio la serenità e la gioia di porsi nelle mani di Dio, che vuol farlo felice perché lo ama, e aspira solamente a seguire le sue vie.
Purezza di cuore
Dobbiamo persuaderci che le vie di Dio non ci si nascondono “appositamente” e che non dobbiamo affannarci inutilmente per trovarle. “Guarda, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30,15). È qualcosa di molto evidente.
La nostra incertezza proviene dai nostri occhi, che non sono ancor capaci di riconoscere una cosa così chiara ed evidente.
Per un cuore puro, illuminato dalla fede e attento ai segni di Dio non è un enigma. La difficoltà consiste nel non avere un cuore libero, puro, senza ambiguità: “perché coloro che hanno il cuore puro vedono Dio” (Mt 5,8).
Da questo deriva l’importanza di una purificazione profonda non solo dal peccato che rompe la nostra relazione finale con Dio, ma anche dai nostri affetti disordinati che deformano i nostri giudizi sulla realtà e sull’ambiente esterno (il mondo) che fa pressione su di noi con i suoi criteri e perverte la sincerità con cui leggiamo il Vangelo. Questo è l’obiettivo della prima settimana degli Esercizi ignaziani.
Attenzione alla Parola
L’esercitante impara così a farsi sempre più silenzioso e trasparente, più attento all’ascolto della Parola di Dio.
La preghiera, alla quale deve dedicare fedelmente quattro ore al giorno, si centrerà ogni volta più nella lettura e nell’ascolto della Parola.
Richiederà lo sforzo paziente e tranquillo di tutte le sue facoltà spirituali (memoria, intelligenza, volontà) e dei suoi sensi corporali o psichici.
Così si farà contemporaneo della Parola, la penetrerà più profondamente e l’assimilerà salutarmente: “Dio manifesta se stesso e manifesterà il mistero della sua volontà” (Dei Verbum 2, cfr. Ef 1,9).
Ma soprattutto, mediante la lettura del Vangelo, centrato sulla persona di Cristo, “Verbum abbreviatum”, che porta “a compimento tutta la rivelazione e la conferma con la testimonianza divina” (Dei Verbum 4).
In questo clima della seconda settimana l’esercitante impara a conoscere “il carattere di Dio” (Santa Teresa del Bambino Gesù); la volontà di Dio; i criteri sicuri per assumersi la propria responsabilità; l’atteggiamento personale necessario per mettersi in sintonia con i segni della volontà di Dio.
Ermeneutica della volontà di Dio
Una persona esperta nel cammino spirituale non ignora che i “segni” della volontà di Dio si prestano a una interpretazione confusa.
Questa confusione non dipende dall’ambiguità con cui Dio ci parla, ma da altri segni che interferiscono la sua Parola e dal nostro modo di coglierli e interpretarli.
Gli errori provengono dalla nostra ignoranza o dai nostri pregiudizi; dalle nostre fobie e simpatie incoscienti; dall’ambiente che ci circonda; o dagli inganni del Maligno.
Tutto ciò esige non solo la purificazione interiore, di cui parlavamo prima, ma una capacità di conoscere obiettivamente la realtà; per non sentirsi capaci, ad esempio, di realizzare quello di cui non si è capaci o di sentirsi incapaci di affrontare le difficoltà.
Questa è la difficile arte del “discernimento”: saper distinguere la verità pratica di quello che devo fare, cioè, di quello che Dio, che mi vuol bene, desidera che io accolga liberamente.
Così il discernimento trova la sua migliore scuola nel processo degli Esercizi ignaziani.
Un accompagnatore del cammino
Il cammino degli esercizi offre, inoltre, un’altra opportunità: un compagno di cammino.
Gli Esercizi ignaziani non esigono un gruppo numeroso, ma richiedono una comunità piccola: l’esercitante, colui che dà gli Esercizi e… lo Spirito Santo.
“Colui che dà gli Esercizi” (S. Ignazio lo designa sempre con questo nome generico, mai con il nome di “direttore” che riserva solo per lo Spirito Santo) deve trasmettere personalmente la Parola di Dio “con breve e sommaria spiegazione” (E. 2); e, inoltre, deve essere il confidente intimo, che, senza penetrare nel campo della coscienza dell’esercitante, lo aiuti a comprendere il significato reale delle esperienze, pensieri e sentimenti che l’esercitante vive.
Questo aiuto personale è di un valore insostituibile, perché l’esercitante risolva in modo obiettivo e responsabile le difficoltà del cammino e, soprattutto, il problema della sua vocazione.
Questo compagno porta in sé anche il compito di rappresentante della Chiesa: non come un’autorità gerarchica che giudica autorevolmente o che impone una decisione, ma come presenza della chiesa-comunione, che trasmette la coscienza viva del corpo mistico e, quindi, delle necessità degli altri membri reali o potenziali della Chiesa e l’urgenza di offrire gioiosamente un servizio specifico, secondo la propria vocazione, la particolare condizione storica personale, le circostanze concrete e i doni ricevuti da Dio.