Contenuti per una spiritualità giovanile realizzante il progetto di Dio
Parlare di spiritualità giovanile non può essere inteso come un generico riferimento a non meglio precisate realtà spirituali e neppure può intendersi come qualcosa di attinente al modo di sentire dei giovani. Il punto di partenza è invece lo Spirito Santo e la sempre più completa docilità alla sua luce da parte di un battezzato in età giovanile.
L’arco di tempo che va approssimativamente dai 17 ai 25 anni è quello in cui di solito si manifesta in modo spesso inatteso, attraverso un travaglio di luci e di ombre, il disegno di Dio sul giovane. Si tratta di una fase della vita in cui forse più che in ogni altra avviene una rivelazione fondamentale per la vita. Non si può fare a meno, perciò, di parlare di spiritualità giovanile senza intenderla in termini decisamente vocazionali.
Dire vocazione significa prima di tutto riconoscere che ogni uomo è chiamato da Dio a realizzare un disegno che è disegno di amore e di salvezza. Se è soprattutto a 18-20 anni che il giovane scopre la sua vocazione, sarebbe però errato credere che da parte di Dio quella vocazione dati solo da quell’epoca. La rivelazione biblica parla chiaramente di una volontà divina che è da sempre ben chiara nella mente di Dio (cfr. Ger 1,4 e Gal 1,15). Se dunque il giovane scopre ad un certo punto la sua vocazione, non fa altro che arrivare a conoscere ciò che Dio nel suo eterno presente vuole.
Il valore dell’obbedienza a Dio
Siamo qui ad uno dei primi contenuti di un’autentica spiritualità giovanile: il valore dell’obbedienza radicale a Dio.
Questa parola è una di quelle che indicano determinate virtù chiamate passive, che costituiscono una tipica caratteristica della morale e della spiritualità cristiana. Passività eminentemente attiva, passività che diventa risposta ad un’iniziativa che non parte dall’uomo ma da Dio: passività che è un sentire e ricevere l’iniziativa divina, la quale a sua volta suscita una generosa e spesso gioiosa risposta, proprio perché percepita come iniziativa di grazia e di misericordia.
La cultura contemporanea post-rinascimentale e post-illuministica è forse la meno pronta a capire un discorso di obbedienza: oggi è guardato con sospetto, e anche con un pregiudiziale rifiuto, tutto ciò che sembra attentare all’assoluta autonomia dell’uomo, così come tutto ciò che può far apparire il destino dell’uomo come già deciso da qualcuno; l’uomo d’oggi, e il giovane in particolare, vuole essere artefice del proprio futuro e vuole essere anche colui che decide in piena autonomia quale debba essere la propria realizzazione nella vita. Bisogna perciò tenere ben presente questa realtà quando si parla di obbedienza a Dio e di vocazione.
L’obbedienza cristiana, infatti si collega strettamente al concetto di fede e bisogna far attenzione a non proporre un concetto di fede di tipo luterano-kierkegaardiano, ma il genuino significato cattolico. È infatti possibile (per non dire probabile) che i giovani d’oggi finiscano per avere un concetto di fede più luterano che cattolico, soprattutto quelli che per i loro studi umanistici hanno incontrato pensatori come Kierkegaard e registi come Bergman, per cui fede è essenzialmente rischio, salto nel buio, fidarsi cieco e perfino irrazionale di un Dio che resta fondamentalmente misterioso e incomprensibile nei suoi decreti.
È noto come Kierkegaard, riprendendo Lutero e conformemente a tutta una tradizione protestante, assolutizzi certe pagine della Bibbia, soprattutto dell’Antico Testamento. In questi pensatori la gratuità della grazia (che è concetto biblico, pienamente accolto dal Cattolicesimo) tende a confondersi con l’arbitrarietà (cfr. Es 33,19): in questo, Lutero e in genere il Protestantesimo è discepolo di Occam.
Il concetto biblico-cattolico di fede, e quindi di obbedienza, è invece un concetto eminentemente positivo: l’atto di fede deve essere pienamente umano, oltre che soprannaturale (frutto cioè della grazia divina): deve cioè suscitare la attiva collaborazione dell’uomo. Non solo, ma l’atto di fede non esclude a priori la ragione, ma quest’ultima ha diritto di cittadinanza anche all’interno del dato rivelato (che è oggetto di fede), non per spiegare il dato rivelato, ma per aiutare la fede a indagare su se stessa e a darsi ragione di se stessa. È questa la grande acquisizione di S. Tommaso d’Aquino, non sempre ben compresa.
Il valore di una fede consapevole
La fede e l’obbedienza alla volontà di Dio dovrà perciò esser presentata soprattutto ai giovani come una luce che progressivamente invade la coscienza dell’uomo e lo chiama a collaborare con Dio. Da parte sua Dio concede sempre all’uomo quel tanto di comprensione dei suoi decreti, per cui, come minimo, l’uomo arriva a capire che è ragionevole fidarsi della Parola che Dio gli rivolge.
Qui il discorso della spiritualità giovanile si interseca inevitabilmente con il problema della direzione spirituale. È bene ricordare, a questo proposito, che se neppure Dio esige dall’uomo un’obbedienza immotivata, cieca, o addirittura irrazionale, tanto meno potrà pretenderla il confessore o il direttore spirituale. Suo compito, invece, sarà quello di aiutare un cammino nella direzione di una fede consapevole e responsabile, come risposta alla chiamata di Dio, nella quale nessuno sostituisce nessuno. Il discernimento spirituale è perciò quel paziente lavoro di ascolto, di riflessione, di preghiera, di dialogo, attraverso il quale emerge sempre più chiaramente sia nella coscienza del direttore, sia in quella di chi è da lui guidato, la luce della volontà di Dio e la generosa volontà di aderirvi.
Un’obbedienza così intesa non toglie nulla alla libertà dell’uomo e alla sua responsabilità di coscienza.
Il valore della purezza di cuore
C’è ancora un altro contenuto importante di una spiritualità non solo giovanile, quello della purezza di cuore. È una beatitudine evangelica molto necessaria soprattutto per chi incomincia il cammino della fede. Dire cuore puro significa dire prima di tutto cuore in cui non c’è doppiezza. Chi parte per percorrere la strada del Signore deve ambire di poter arrivare a meritare l’elogio che Gesù fece a Natanaele (cfr. Gv 1,47).
La sincerità è indispensabile nella sequela di Cristo: sincerità con Dio, con se stessi, con gli altri. La Parola di Dio quotidianamente accolta e meditata e il dialogo spirituale con chi svolge il ministero di guida esige un’apertura d’animo che deve portare all’autentica povertà di spirito, cioè alla semplicità di cuore. Ordinariamente partiamo tutti, o quasi, da uno stato di confusione e di complicazione: è il peccato che ci rende complicati e difficili; la grazia di Dio invece purifica e semplifica.
I giovani in genere apprezzano molto questa virtù: basti vedere il successo che soprattutto ai nostri giorni gode la figura di S. Francesco. Ma apprezzare la semplicità non vuol ancora dire essere semplici. Di fatto nel mondo giovanile molto spesso troviamo il gusto del sofisticato, dell’eccessivo e dell’originale: un semplice sguardo ai modelli estetici dei giovani ci può servire da conferma.
Ma come educare alla conquista del cuore puro?
Puro è quel cuore che si lascia continuamente ferire dalla Parola di Dio. È il vangelo che ci obbliga a continue revisioni; è il vangelo letto francescanamente “sine glossa”, cioè senza furbeschi accomodamenti, che ci fa diventare veri, sinceri, disponibili alla grazia di Cristo.
È ovvio che in questo cammino trova spazio anche quella forma di purezza che è la castità. Difficilmente quest’ultima sarebbe oggi compresa da sola, staccata cioè dall’esigenza più generale di sincerità con Dio e con se stessi. Oggi meno che mai la castità gode di qualche particolare successo tra giovani e tra adulti. Nondimeno essa è un’esigenza per chi voglia seguire Cristo, sia nel matrimonio, sia nel celibato.
Senza assumere toni apocalittici e dando sempre largo spazio al tema della pazienza e della misericordia di Dio, bisogna accompagnare i giovani anche all’acquisto di questa virtù, facendo leva sulla liberazione dall’idolatria del sesso e sulla esigenza di una capacità di amare che non sia tarlata da sottintesi obiettivi egoistici di piacere.
Il valore della preghiera
Quanto è stato detto fin qui sarebbe impossibile da raggiungere, se non si facesse leva su una costante essenziale della spiritualità: l’esigenza della preghiera. Per quel che riguarda la spiritualità giovanile il pregare non è solo una esigenza generale, ma è qualcosa di più: l’esperienza orante diventa cioè un mezzo di discernimento spirituale. Già S. Ignazio di Loyola suggeriva questo metodo per quel che riguarda il cosiddetto “secondo tempo” per fare elezione (cfr. Esercizi spirituali, n. 176): nel confronto fra le aspirazioni e le luci che emergono nei momenti in cui l’anima è più sensibilmente visitata dallo Spirito Santo, e lo stato in cui si trova l’anima quando subentra l’aridità o la semplice mancanza di luci particolari e di consolazioni, è possibile intravedere la direzione che Dio vuol imprimere a quella persona.
In questo campo l’educatore deve insistere sulla fedeltà giornaliera ai tempi di preghiera: qui non è tanto la straordinarietà che conta, ma la perseveranza nel quotidiano.
È ovvio che al raggiungimento di questa perseveranza molto gioveranno esperienze particolari, quali il soggiorno in un monastero o un corso di esercizi spirituali. Non bisogna dimenticare che ai giovani fa molto bene vedere una comunità che prega ed essere inseriti nel suo ritmo costante e martellante di preghiera.
Parlando di preghiera, dobbiamo riconoscere che sono essenzialmente due le forme da proporre ai giovani: la preghiera liturgica e la meditazione della Parola. Un educatore deve essere capace di guidare con competenza un giovane in queste forme di preghiera: ma la competenza non la si acquisisce solo sui libri!
Non possiamo, concludendo, dimenticare che tutto questo lavoro a fianco dei giovani deve trasudare di amore: è l’amore di Cristo che si riversa sulle sue pecorelle. In questo dobbiamo esser simili a Dio stesso che non si è accontentato di amarci, ma ha voluto anche render visibile il suo amore con l’incarnazione del Figlio. Anche Don Bosco diceva ai suoi salesiani che non basta lavorare per i ragazzi, ma bisogna che i ragazzi si accorgano e scoprano l’amore che l’educatore ha per loro. È una buona regola, e vale la pena metterla in pratica anche noi.