Spiritualità, direzione spirituale e vocazione
Tutta la storia della spiritualità cristiana, in particolare la storia della spiritualità consacrata, registra una stretta connessione tra il cammino vocazionale e la direzione spirituale. “Il ricorso al padre spirituale è uno dei cardini dell’antico monachesimo”[1].
Il padre spirituale è una figura eminente nella vita dei padri del deserto, presso i quali il ricorso all’anziano da parte del giovane forma l’ordito nascosto di quella bellissima tessitura che fu l’esistenza di questi uomini i quali, dal quarto secolo in poi, occuparono il posto che, nella chiesa primitiva, appartenne ai martiri[2].
Le “Regole” di S. Basilio legano strettamente il progresso del giovane monaco alla sua capacità di manifestare “i segreti del cuore a coloro che a ciò sono designati”[3].
La vita della Chiesa in occidente, da S. Ambrogio in poi, registra l’incidenza fondamentale della direzione spirituale nella crescita ecclesiale, nell’approfondimento della vita cristiana e nel cammino delle vocazioni consacrate[4].
Il movimento monastico occidentale ci ha lasciato “nei suoi scritti le migliori lezioni di direzione”[5]. S. Benedetto, in particolare, pone all’inizio della vita monastica un anno di noviziato, durante il quale i monaci vivranno in un ambiente separato sotto la guida di un maestro, a cui è affidato il compito di esaminare “accuratamente il novizio, particolarmente se cerca davvero Dio, se è pronto alla preghiera comunitaria, alla obbedienza e alle umiliazioni”[6].
Anche nella spiritualità delle confraternite medievali è notevole il ruolo del padre spirituale. “La Regula fratrum e sororum continentium o dei Penitenti del 1221 dichiara: “se è possibile farlo comodamente, abbiano un uomo religioso istruito nella Parola di Dio, il quale li ammonisca e li conforti nel perseverare nella penitenza e nel compiere le opere di misericordia”[7].
La spiritualità ignaziana dona un impulso nuovo alla direzione spirituale e prepara la istituzionalizzazione della figura del padre spirituale “nelle costituzioni di parecchi istituti maschili e femminili sorti tra il XII ed il XIX secolo”[8].
Il nuovo Codice di Diritto Canonico pone il direttore spirituale come figura significativa e necessaria nella formazione dei Seminaristi (Can. 239 §2; 246 §4).
Il canone 652 invita i novizi degli istituti religiosi “a collaborare attivamente con il loro maestro in modo da rispondere fedelmente alla grazia della divina vocazione”.
Il Nuovo Codice recepisce le tante indicazioni dei documenti del Vaticano II: nei seminari maggiori e minori deve essere assicurato il servizio della direzione spirituale (cf OT 3.8); i candidati al sacerdozio siano educati nell’arte “di dirigere le anime” (PO 6); la direzione spirituale è un mezzo importante per la santificazione della vita presbiterale (cf PO 18).
Come si è visto in questi brevissimi cenni, la direzione spirituale accompagna tutta la vita della Chiesa fin dai primi secoli; in questo lungo cammino non sono mancati inconvenienti dovuti all’uso indebito della direzione spirituale[9] né momenti di vera e propria crisi[10].
In tempi a noi vicini il confluire di cause diverse (secolarizzazione, rifiuto di relazioni interpersonali predeterminate…), hanno portato ad una attenuazione della stima verso la direzione spirituale; questo atteggiamento ha avuto come conseguenza, da una parte un restringersi della disponibilità di direttori spirituali, dall’altra una richiesta non chiaramente orientata. Ci sembra, però, che questo momento stia per essere superato.
Il Piano Pastorale per le Vocazioni, proposto dalla CEI nella Pentecoste del 1985, mette in evidenza il ruolo del “servizio prezioso della direzione spirituale”[11] nell’accompagnamento delle vocazioni; il Documento finale della VI assemblea nazionale A.C.I. del 22 Giugno 1986 afferma: “L’associazione è luogo di promozione e maturazione di vocazioni laicali, attraverso appositi itinerari educativi finalizzati alla missione. In questa luce la direzione spirituale si configura come via privilegiata per la maturazione della vocazione”[12]. Il documento dell’A.C.I. fa esplicito riferimento alla Lettera ai giovani di Giovanni Paolo II, il quale chiama la direzione spirituale “una scuola sistematica di vita interiore”[13].
1. Un ministero ecclesiale per l’ascolto dello Spirito
Le motivazioni di fondo che spingono a realizzare quel singolare rapporto che è la direzione spirituale sono, quindi, la ricerca dell’incontro con Dio, la sequela di Cristo e la realizzazione del Suo Regno.
Il Regno di Dio “si manifesta agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo” (LG 5) e viene accolto quando l’uomo ascolta con fede la Parola del Signore.
Questo regno è un evento che ha il suo centro nella coscienza “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (GS 15).
In questa prospettiva, che è l’unica reale, il primo sostegno alla coscienza dell’uomo, il primo “direttore spirituale” è lo Spirito Santo, infatti “col dono dello Spirito Santo l’uomo può arrivare nella fede a contemplare e a gustare il mistero del piano divino” (GS 15). Solo il dono dello Spirito permette all’uomo l’ascolto della Parola del Signore, l’incontro col Cristo nel quotidiano, la percezione della singolare chiamata che il padrone della vigna gli rivolge per indicargli tempi e luoghi del lavoro per il Regno.
La Chiesa, Corpo di Cristo, Sposa dello Spirito e “mistagoga di Dio”[14] è luogo visibile e strumento dello Spirito, essa è la “mediazione fraterna”[15], che il Signore ha posto sulla strada della sequela di Cristo.
Il direttore spirituale è un fratello che la Chiesa pone sul mio cammino, è un discepolo di Cristo, chiamato a dare agli altri, nell’unica sequela del Signore, ciò che gratuitamente ha ricevuto; perciò egli è innanzitutto un testimone della fede della Chiesa, docile allo Spirito, aperto alla scoperta delle ricchezze di Dio. Il suo compito fondamentale è quello di essere un aiuto, perché il discepolo del Signore, renda tutta la sua persona aperta e disponibile all’ascolto interiore.
Ogni vocazione divina, infatti, fa appello al nucleo fondamentale della persona: la direzione spirituale è un sostegno offerto per comprendere che resistenze di vario genere e di diversa provenienza impediscono allo Spirito di parlare al nostro “cuore”[16].
La Parola di Dio, a volte, tocca un “io” convenzionale, artificialmente costruito ed è sempre presente il rischio di un cammino parallelo tra la realizzazione sociale di una vocazione e la realtà autentica della nostra persona. La verifica dell’autenticità di una risposta è nella capacità di riscontrare con cura la volontà di Dio nel quotidiano e nell’attuarla con fedeltà. La salvezza di Cristo, infatti, interpella ogni uomo mentre costruisce la sua esistenza, è presente nello spazio in cui questa esistenza si edifica e tuttavia non la schiaccia, non la travolge tanto che è possibile scorgerla solo rendendo trasparente il visibile.
Questo non significa rinnegare l’umano, ma renderlo autentico rompendo l’involucro opaco dell’egoismo che avvolge la nostra umanità. Leggere, negli avvenimenti e nelle suggestioni del quotidiano, il mistero di Dio che salva, è necessità imprescindibile ed è frutto di attenzione allo Spirito e di confronto onesto con la Chiesa: la direzione spirituale si propone come sostegno “nel vivere la realtà di ogni giorno in senso religioso”[17].
2. Orientare e sostenere l’itinerario vocazionale
La risposta ad una vocazione di speciale consacrazione si iscrive all’interno delle esigenze della fede cristiana, ma comporta delle sottolineature proprie. La direzione spirituale assume, in questo ambito, compiti particolari.
– Il Signore è la mia eredità. Il Salmo 15 traduce la risonanza che assume per il levita lo “Shemà” di Dt 6,4-5; per il ‘chiamato’, il senso del primato di Dio, della unicità e della totalità della Sua ‘Signoria’, investono un significato tale da non permettere spiragli per realizzazioni, sia pure parziali, della propria esistenza al di fuori della costruzione del “Regno”. “Nessun chiamato da Gesù ha la possibilità di diventare attraverso il suo servizio nel Regno di Dio, tranne che se cose contingenti che fa e soffre sono eccedenza di una illimitata disponibilità di impegno”[18].
“Per questo le esigenze tutte le di Gesù quando accoglie i discepoli che Lui ha chiamato sono così dure: abbandonare tutto, essere disposti a tagliare radicalmente anche i legami naturali della famiglia…, fino a non aver nulla su cui posare il capo, puntare tutto sull’unica carta della chiamata, quella di colui che chiama”[19].
Il dono di sé esclusivo e senza condizioni richiede un cammino di ascesi così forte da permettere di dare al primato di Dio tutto lo spazio possibile. L’aiuto spirituale è necessario non solo perché, in questa ascesi, si mantenga un giusto equilibrio della persona[20], ma soprattutto perché la rinuncia ed il dono abbiano le dimensioni di un reale abbandono a Dio, sia nel discernere che nel realizzare la ‘chiamata’.
“Bisogna partire dal realismo di sé e dalla conoscenza della propria storia personale e psicologica. Questa si acquista non solo attraverso l’introspezione, che talora nei giovani può diventare eccessiva, ma nel dialogo con persone che ci permettono di oggettivarsi, in modo che la nostra storia emerga non in maniera fantasiosa, donchisciottesca, ma reale. Il colloquio spirituale è molto utile a questo proposito”[21].
– Verginità e celibato per il Regno dei Cieli. La chiamata a consacrare la propria vita si concretizza nel “prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni, di votarsi a Dio solo, più facilmente e con un cuore senza divisioni, nella verginità e nel celibato” (LG 42).
Una vita consacrata al servizio di Dio nasce nella fede e trova il suo coronamento nella carità, ma ha bisogno del clima di libertà interiore e di orientamento verso lo Spirito, che viene dal dono della verginità e del celibato.Esso ingloba la corporeità e l’affettività umana nei suoi molteplici aspetti e si realizza come dono invocato ed accolto nella preghiera, ma anche come fatica vigile e decisa di ogni giorno; infatti tutto ciò non si attua sul fondo di uno stato neutrale della persona, ma spesso, come lotta contro la tendenza ad assolutizzare le esigenze della corporeità e dell’affettività. Far penetrare in noi la Parola fino a renderla punto discriminante delle nostre scelte, in questo campo, non è operazione facile né spontanea perché l’autogiustificazione ed il compromesso appaiono in maggiore sintonia con le nostre esigenze. Si rivela perciò quanto mai necessario l’aiuto del direttore spirituale, il quale incoraggia, aiuta a giudicare, sostiene ma soprattutto illumina la coscienza, offrendo le ragioni profonde di questo particolare cammino, attingendole alla Parola di Dio ed alla ricca tradizione di santità della Chiesa.
– Il ‘sensus ecclesiae’. Dono totale, verginità e celibato hanno il loro significato storico nel servizio di salvezza cristiana che la Chiesa, per mandato di Cristo, rende al mondo.
Particolarmente forte dovrà essere, perciò, il ‘sensus ecclesiae’ nella vita del consacrato; la sua vocazione non è semplice autorealizzazione, ma realizzazione di sé, in un progetto divino, che ha la sua concreta attuazione nella Chiesa.Ogni vocazione consacrata esprime un dono particolare di Dio alla Chiesa per cui il consacrato è ‘chiamato’ a sentire come suo, tutto il tessuto del Corpo di Cristo, fatto di santità e di desiderio di purificazione. È necessario accogliere con fede ed amore i limiti della realizzazione storica e visibile della Chiesa ed assumere lo stile ecclesiale come stile proprio di vita, perché riflette i sentimenti e le scelte di Cristo: la scelta della via della povertà e delle persecuzioni per realizzare la redenzione, “l’affettuosa cura per quanti sono afflitti dalla umana debolezza e mostrano più viva l’immagine di Cristo povero e sofferente” (LG 8).
Il direttore spirituale è uomo di chiesa, interpreta e presenta alla persona le concrete domande della Chiesa e del mondo, aiuta a valutare con serenità ma con linearità le realizzazioni settoriali colorate di universalismo e l’individualismo rivestito di generosità. Anche qui, la voce del direttore spirituale è richiamo all’oggettivo del progetto di Dio, al reale della vita della Chiesa.
3. Con quali caratteristiche?
– Vivere un dono. La direzione spirituale viene dall’amore paterno di Dio e dalla cura materna della Chiesa. Non sembri ovvia questa affermazione; l’impellenza con cui si è costretti a presentare la direzione spirituale nelle comunità di accompagnamento vocazionale, può portare a sentire la direzione spirituale più come dovere ‘giuridico’ da compiere che come dono da accogliere.
Da quanto sopra si è detto, risulta chiara l’impossibilità di realizzare un cammino vocazionale senza un valido aiuto spirituale; questo significa che il lavoro di apprezzamento e di stima della direzione spirituale, dovrebbe precedere l’ingresso in una comunità di accompagnamento vocazionale, dovrebbe essere attuato in una situazione strutturale di maggiore libertà. La direzione spirituale è dono che riceve anche il direttore spirituale: il dono di vedere e condividere l’opera di Dio nell’uomo.
– Aiutarsi nell’ascolto. Il dialogo spirituale[22], che forma il tessuto della direzione spirituale è un aiuto reciproco nell’ascolto, nella scoperta e nell’attuazione del progetto di Dio. Il ‘direttore’ ne è coinvolto quanto il ‘diretto’, perché quanto lo Spirito costruisce nella persona che a lui si rivolge, gli sta a cuore, è la realtà per cui spende la sua esistenza.
– Accogliersi nel Signore. Molti praticano la direzione spirituale, ma per quanti essa costituisce un fatto vitale? La formalizzazione del rapporto di direzione spesso trova le sue radici nella mancata accoglienza della persona.
La istituzionalizzazione della figura del direttore spirituale può far correre questo rischio. Tuttavia non è facile trovare formule alternative, forse è possibile trovarne solo di più elastiche. La mancata accoglienza è possibile anche da parte di chi dirige, ciò avviene soprattutto quando non si accettano le caratteristiche di una generazione.
La direzione spirituale è posta come aiuto e sostegno nella fede, ma è resa possibile solo da un’accoglienza reciproca che parte dalla fede. Sono sempre da rispettare le autentiche esigenze di libertà della persona, ma, al di fuori di questa ottica, il rapporto diventa sterile e appena tollerato.
– Obbedire insieme. Il direttore spirituale non è né il superiore né il maestro delle anime[23]; “egli deve guidare le anime lungo la strada che Dio riserva loro; non tocca a lui scegliere questa strada”[24].
Egli, per primo, deve obbedire a Dio, vincendo la tentazione di legare gli altri alla propria persona o alla propria spiritualità o quella di assumere atteggiamenti da consolatore. L’obbedienza a Dio nella direzione spirituale diventa, da parte del diretto, docilità al direttore e verifica seria della propria linea di condotta, perché l’obbedienza sia cammino efficace secondo Dio.
– Un manifestarsi sempre più profondo per costruire l’uomo nuovo. Una direzione spirituale che rifletta la vita dello Spirito in noi, ha come condizione ed insieme come risultato un dialogo sempre più aperto e profondo; esso ha come punto di partenza la manifestazione leale della propria storia da una parte e la presentazione autentica delle esigenze di Dio dall’altra, ma si approfondisce e si allarga perché la persona possa presentarsi di fronte a Dio con quella libertà interiore che è condizione indispensabile per “rivestirsi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,24).
– Realizzare la comunione. Il rapporto che si attua nella direzione spirituale è, in definitiva, una concretizzazione della comunione ecclesiale, quella che parte dalla comunione con Cristo e ad essa vuole giungere, perché in ogni uomo sia piena la gioia, che deriva dall’esperimentarsi poveri e peccatori, ma amati e salvati e, addirittura, chiamati ad offrire le proprie energie per questa grande opera di Dio. Questa singolare comunicazione, che è la direzione spirituale, vuole condurre ad una esperienza, non saltuaria ed emotiva ma profonda e costante, di comunione con Dio.
4. Guardando alla condizione giovanile: elementi per una rifondazione
L’aver presentato alcuni tratti fondamentali della direzione spirituale non significa ignorare che la realtà giovanile presenta una domanda di direzione spirituale che, mentre esige l’autonomia[25] come ultima parola, presenta “un’ambigua richiesta di sicurezza e di sostegno”[26].
Come conclusione, ma è solo l’inizio di un discorso, presentiamo qualche breve indicazione.
– Dall’assenza di radici al radicarsi in Dio. È fin troppo noto che l’assenza di radici, la crisi di memoria e di futuro appare come la caratteristica dominante della cultura giovanile contemporanea.
La direzione spirituale si pone al servizio del recupero esistenziale del radicarsi ultimo; la nostalgia delle radici storiche ed ambientali non basta infatti a dare unità alla persona. Il giovane vive la difficoltà di una vita quotidiana senza riferimenti e senza significati: aiutarlo a leggere, in questa situazione, l’esigenza ineludibile di trovare la sua radice ultima e di conoscere il suo progetto, è compito primario ed urgente della direzione spirituale, perché al crollo del sogno del superuomo non segua il crollo della persona.
– Partire dalla persona per decidere secondo Dio. L’esigenza del radicarsi in Dio ha un unico vero ambito di attuazione: la coscienza.
Di fronte all’aggregazione facile e superficiale, il direttore spirituale non si pone come elemento aggregante alternativo, ma al servizio del recupero dell’autonomia della persona nel groviglio frammentario delle spinte aggregazioniste. Si tratta di un servizio umile e, a volte, non riconosciuto come valido nemmeno dagli stessi interessati, ma non per questo meno valido ed urgente.
“Con altre parole: orientare verso la decisione… puntare sulla formazione della coscienza e della responsabilità, rendere critici sulle decisioni che frequentemente vengono indotte…”. Così “solamente è possibile quel processo di interiorizzazione dei valori e delle proposte cristiane che devono diventare il riferimento continuo delle scelte”[27].
– Offrire la santità della Chiesa. Si denuncia spesso la mancanza di disponibilità e di tempo per la direzione spirituale e, contemporaneamente, ci si augura un orientamento diverso soprattutto da parte di coloro che operano nella pastorale giovanile.
Non credo, però, che basti disporre di maggior tempo per risolvere il problema. Certo, la direzione spirituale va offerta come disponibilità di persone e di tempo, ma, soprattutto ed essenzialmente, come esperienza di santità da comunicare: la santità della vita cristiana vissuta, nelle contraddizioni della propria persona e della propria comunità, come adorazione riconoscente dell’amore di Dio e come un protendersi dell’esistenza verso Lui solo, tanto da diventare, come Lui, dono gratuito per i fratelli. ‘Rifondare’ la direzione spirituale, significa farne il luogo privilegiato per presentare e comunicare, da persona a persona, la santità della Chiesa.
Note
[1] E. Ancilli, Dalla mistagogia alla psicoterapia, in Mistagogia e Direzione spirituale, a cura di E. Ancilli, Roma 1985, p. 11.
[2] I. Hausherr, Direction spirituelle, in Dictionnaire de Spiritualité, c. 1008.
[3] E. Ancilli, Dalla mistagogia…, o.c. p. 14.
[4] Cfr. G. Bardy, Direction spirituelle, in Dictionnaire de Spiritualité, c. 1062-1071.
[5] Ivi, c. 1072.
[6] S. Benedetto, Regola n. 58.
[7] A. Rayez, Direction spirituelle, in Dictionnaire de Spiritualité, c. 1102.
[8] E. Ancilli, Dalla mistagogia…, o.c., pp. 36-37.
[9] Cfr. E. Ancilli, Dalla Mistagogia…, o.c., p. 37.
[10] Cfr. E. Ancilli, La direzione spirituale ieri ed oggi, in Seminarium, 1987, p. 1131; Cfr. E.G. De Cea, Las funciones especificas del director spiritual en la formaciòn de los futuros sacerdotes al sentido ecclesial, in Seminarium, 1986, pp. 694-699.
[11] CEI, Vocazioni nella Chiesa italiana, Roma 1985, n. 32.
[12] Presenza Pastorale, 9/10, 1986, p. 93.
[13] Lettera ai giovani, n. 9.
[14] Cfr. T. Federici, La mistagogia della Chiesa, in Mistagogia…, o.c., p. 196 e SS.
[15] Cfr. ivi, p. 210 e ss.
[16] Usiamo il termine nell’accezione biblica; cfr.“Cuore” in Dizionario di Teologia Biblica, a cura di X. Leon-Dufour, Torino 1965.
[17] A. Martinelli, Fare “direzione spirituale” nella pastorale giovanile, in Note di Pastorale giovanile, Maggio 1984, p. 12.
[18] H.U. Von Balthasar, Vocazione, Roma 1981, p. 31.
[19] Ivi, p. 33.
[20] Cfr. C.A. Bernard, L’aiuto spirituale personale, Roma 1981, pp. 87-107.
[21] C.M. Martini, È il Signore, Milano 1983, pp. 71-72; Cfr. E. Masseroni, Direzione spirituale e accompagnamento vocazionale, in CNV, Annuncio, proposta, accompagnamento vocazionale, Napoli 1986, p. 69 ss.
[22] Cfr. C. Perez Milla, Il dialogo nella direzione spirituale, in Mistagogia…, o.c. pp. 481 e ss.
[23] G. De S. Marie Madeleine, “Direction”, in Dictionnaire de spiritualitè, c. 1183.
[24] Ivi.
[25] Cfr. E. Masseroni, Direzione spirituale, o.c., pp. 74-76.
[26] A. Martinelli, Fare “direzione spirituale”…, o.c., p. 6.
[27] Ivi, p. 12.