Vocazioni specifiche e spiritualità
L’indice di gradimento, nell’ultimo scorcio del ventennio postconciliare, accanto ad altri temi, verifica anche quello della “spiritualità”.
Spiritualità tra i segni dei tempi
Dopo l’accentuazione più propriamente speculativa del dibattito teologico subito dopo il Concilio, finalizzata a rivisitare le grandi tematiche entro l’orizzonte ecclesiologico e dopo la crescente sensibilità pastorale per una rinnovata azione della chiesa nel mondo, ecco la sorprendente simpatia per la “vita spirituale”. Anche questo è rivelativo di uno spostamento di accento, specie nei cammini di molti gruppi, comunità cristiane e religiose: dall’azione all’essere, dalle strategie all’identità.
Di qui l’inevitabile inflazione delle parole, talora non disgiunta da confusione tra l’uso al singolare della spiritualità cristiana e l’uso al plurale: le spiritualità.
Come la teologia e la pastorale così anche la spiritualità è giustamente preoccupata di assumere e di interpretare le domande dell’uomo del nostro tempo.
Al di là, comunque, della diffusa affezione al tema della vita spirituale, resta pur vera una domanda anche se non esente dai rischi: quella di nuovi contenuti per dare senso alla vita e all’azione, quella di ancoraggi più sicuri, al di là dei frammenti di significato offerti dalla cultura dell’uomo ad una dimensione.
La crescente domanda di preghiera, di Parola di Dio e di contemplazione quale è andata affluendo da più parti nella coscienza del mondo giovanile, non poteva non sfociare in questa diffusa simpatia per la vita spirituale.
Vocazioni specifiche e spiritualità
Qui è a tema il prisma della vita spirituale secondo le vocazioni diverse che configurano il volto nuovo della comunità ecclesiale.
Con tutto ciò non si intende affermare che l’unico criterio per il differenziarsi della spiritualità sia soltanto la dimensione vocazionale della vita.
L’equazione sottesa alla presente riflessione è questa: la vita spirituale del cristiano è il frutto maturo della sua fede battesimale che cresce coerentemente con una scelta vocazionale specifica.
Di qui la promettente novità del Vaticano II: dentro una chiesa compaginata dai doni dello Spirito – dalle vocazioni al plurale – ecco le coerenti espressioni di una vita spirituale secondo modelli diversi. L’emancipazione dal modello monastico ha significato una grande ricchezza per la comunità ecclesiale; una vera primavera. Purché la pluriformità non appanni l’unità.
Il rapporto tra vocazione e spiritualità è fondamentale: e per la natura della vita spirituale e per la natura di ogni vocazione specifica.
– La “spiritualità” è “vita nello Spirito”. Essa, nella sua identità profonda, è “comunione con Dio”, così come viene incisivamente detto nel saluto augurale di Paolo ai Corinti: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito siano con tutti voi” (2 Cor 13,13).
La vita spirituale arricchisce il credente dei grandi beni della “grazia” di Cristo, dell’”amore” del Padre e della “comunione” dello Spirito.
Nel suo dinamismo esistenziale la spiritualità cristiana è “esperienza” della fede nella vita e nella storia, fatta di scelte, atteggiamenti, sentimenti e relazioni.
L’ “esperienza cristiana” è dunque la categoria qualificante di ogni autentica spiritualità. Fare esperienza di Cristo significa poter dire: “Gesù conta per me. È decisivo per la mia vita e non solo per un momento della mia storia”. Tra esperienza e significatività il rapporto è strettissimo.
Ciò comporta l’adesione alla sua chiamata, al suo disegno. La maturità spirituale si identifica con la maturità vocazionale. Per questo la spiritualità richiede l’azione dello Spirito “sorgente” dei doni (cfr. 1 Cor 12,4) e dello Spirito come “pienezza” della verità della vita (cf Gv 16,13).
Dalla “sorgente” alla “pienezza” la sua azione è permanente perché il discepolo sappia discernere, crescere e vivere nella fedeltà alla propria vocazione.
– La vocazione universale e unificante è la santità, la quale è da perseguire “nei vari generi di vita e nei vari uffici”, “secondo i propri doni”, attraverso “l’eccellente mezzo del ministero” per i presbiteri, “le opere apostoliche” per i laici, attraverso “la propria via” per i coniugi cristiani. Insomma tutti i fedeli “nelle loro condizioni di vita… cooperano con la volontà di Dio manifestando a tutti la carità con la quale Dio ha amato il mondo” (LG 41). “La santità è in modo speciale favorita dai molteplici consigli evangelici” (LG 42). Ogni vocazione è via alla santità, ad una vita spirituale piena.
Di qui il rapporto di coerenza, tra vocazione specifica come adesione al disegno di Dio e spiritualità come esperienza matura. La vita nello Spirito non si realizza ordinariamente fuori o nonostante la propria scelta, bensì attraverso essa: con quella identità e con quei mezzi. La relazione tra vocazioni e vita spirituale si sviluppa in un cammino di crescita che prevede l’acquisizione di contenuti precisi: quali la scoperta della vocazione alla vita, la configurazione a Cristo, la partecipazione ecclesiale, la missione nel mondo, la testimonianza specifica dell’amore di Cristo.
Stimolante per la fedeltà di ciascuno alla propria vocazione è l’interazione feconda tra doni e spiritualità diverse che presentano il volto variegato della comunità ministeriale quale immagine profetica della chiesa del Vaticano II.
Fedeltà allo Spirito e fedeltà alla storia
Se la categoria entro cui si colloca e si qualifica una spiritualità è quella dell’esperienza, la duplice fedeltà, allo Spirito e all’uomo, è d’obbligo: come per tutta la chiesa che cammina nel tempo degli uomini e si ricomprende nel vivo dei loro problemi e attese.
Sembrano essere quattro i dinamismi che caratterizzano ogni spiritualità coerente con le vocazioni specifiche che vogliano assumere e interpretare i segni del nostro tempo.
– Il primo si esprime nel “recupero delle sorgenti”. È il ritorno all’acqua pura della Parola di Dio che alimenta l’esperienza spirituale attraverso la meditazione, la contemplazione, la “lectio”. Così c’è la riscoperta dei Padri e dei Santi quali maestri della vita nello Spirito.
La preghiera diventa la ricchezza sotterranea o palese di una fede come testimonianza del Mistero al di là delle sue infinite forme storiche.
– Il secondo dinamismo si caratterizza come “ascetica dell’incarnazione”. Ogni vocazione è missione. Soprattutto la scelta di Dio nelle diverse forme di vita consacrata significa opzione per i poveri, sul modello di Cristo totalmente dalla parte del Padre e totalmente dalla parte degli uomini.
La legge dell’incarnazione si concretizza sul versante dell’esperienza personale, là dove ogni valore umano va assunto, vissuto e trasfigurato. Una persona vocazionalmente realizzata non rifiuta alcun valore umano, ma lo reinterpreta alla luce delle beatitudini.
Così l’incarnazione non isola dai problemi, dalle attese, dalle paure dell’uomo, ma impegna in una presenza “vicina e diversa” insieme. Insomma l’incarnazione fa delle persone vocazionalmente adulte dei testimoni capaci di dare corpo alla nostalgia nascosta nel cuore della storia o dei testimoni di molti valori defraudati.
– Il terzo impegno di una spiritualità vocazionale è la “testimonianza della differenza feconda” nella comunione. Oltre l’indifferenza e la tolleranza illuministica tra movimenti, comunità e vocazioni diverse.
La chiesa è un’immagine vera se esprime tutti i doni. Senza mortificarne alcuno. Di qui l’atteggiamento spirituale dell’accoglienza, del riconoscimento, della stima, della conoscenza dei doni degli altri e il mutuo scambio, non come confusione, ma come stimolo alla fedeltà di ciascuno al proprio carisma. Per questo urge in ogni vocazione, una spiritualità di comunione per “essere e fare chiesa” e divenire sempre di più epifania del volto trinitario di Dio.
– Il quarto ed ultimo movimento è la “fedeltà dinamica al carisma”, alla propria scelta fondamentale. Il n. 41 della Lumen Gentium è di una chiarezza solare. Quanto più ciascuno ritrova dentro la propria vocazione i mezzi e le sorgenti della vita spirituale, tanto più intensamente percorre la via della santità.
Ogni chiamato è coartefice del piano di Dio, serve la chiesa e promuove il Regno così: mai nonostante o fuori dalla propria vocazione, ma attraverso la piena adesione ad essa. Con i suoi mezzi di grazia e con la sua fisionomia spirituale.