La forza della missione nella vita della Chiesa
La missione può diventare – e di fatto diventa – una forza potente ed irresistibile nella vita della Chiesa solo a una condizione: che la Chiesa stessa, in tutte le sue componenti, in ogni istante della sua vita ed in ogni momento della sua storia, si lasci e si senta chiamare alla missione.
È quanto risulta assai evidente da una rilevazione di tipo letterario del recente documento pastorale della CEI “Comunione e comunità missionaria”. Al primo e all’ultimo numero del documento infatti possiamo notare che, da un lato, la Chiesa è oggetto o destinataria di un preciso e impreteribile comando del suo Signore: “Andate… predicate… battezzate… fate discepoli tutti i popoli…” (cfr. Mc 16,15; Mt 28,20). Dall’altro, come Gesù e dietro a Gesù che accolse la missione dal Padre con un “Ecco, io vengo”, la chiesa seguendo anche l’esempio dei profeti e degli apostoli, reagisce al comando divino con una dichiarazione di assoluta disponibilità: “Eccomi, manda me!” (cfr. Eb 10,7; Is 6,8).
È questo il dinamismo vitale e storico dentro il quale è possibile riconoscere e vivere la missione come una forza, come una “dunamis”, come un’energia che sgorga dal mistero della fede in Cristo, si dipana attraverso il tessuto connettivo della vita della Chiesa e si dilata dalla Chiesa al mondo intero.
Una forza che scende dall’alto
Una delle caratteristiche del documento è certamente quella della sua impostazione schiettamente teologica: il primo capitolo, infatti, intitolato “Alle sorgenti della missione”, delinea stringatamente le tappe fondamentali d’ogni missione: dal Padre che manda il Figlio; per mezzo del Figlio che manda lo Spirito Santo; nello Spirito Santo che rende missionaria la Chiesa; per il mondo e l’umanità intera, destinataria del messaggio di salvezza.
In primo luogo, dunque, la missione-forza scende dall’alto, cioè è dono che la Trinità assicura alla Chiesa. È quanto emerge chiaramente dal riferimento iniziale alla lettera di Paolo ai Romani (5,1 ss). Dal Padre sgorga inesauribile l’amore misericordioso, la pace vera e duratura, l’offerta sempre nuova e sempre fresca della salvezza in Cristo; dal Figlio abbiamo la redenzione, la liberazione di tutto l’uomo, d’ogni uomo; dallo Spirito Santo riceviamo il dono della presenza divina nei nostri cuori e nella storia dell’umanità.
La Chiesa pertanto potrà vivere e beneficiare di questa forza della missione a condizione che essa la attinga sempre ed instancabilmente alle sorgenti della salvezza, alle fonti della grazia. Chiunque nella Chiesa non sta in costante e convinto contatto con l’acqua viva della grazia non può essere missionario secondo il progetto di Dio; chiunque nella Chiesa non si disseta a queste acque zampillanti per la vita eterna non può essere missionario secondo il cuore di Cristo; chiunque nella Chiesa non si mantiene sotto l’ispirazione del dono che scende dall’alto non può essere missionario secondo le autentiche e genuine attese dell’uomo, d’ogni uomo.
In secondo luogo, la missione-forza sgorga da quella triade (fede, carità e speranza) di cui parla lo stesso Paolo “Giustificati per la fede… ci vantiamo nella speranza… l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori” (Rm 5,1-2.5).
Ovviamente all’azione della divina trinità non può non corrispondere l’azione della triade teologica: sono infatti queste le tre virtù teologali.
Per la fede siamo continuamente rimandati alle somme ispirazioni della missione: l’amore che si fa attento e disponibile verso tutti, proprio come il Padre che ha tanto amato il mondo da sacrificare il suo Figlio Unigenito.
Per la carità siamo instancabilmente sollecitati ad esercitare il perdono, la tolleranza, l’amore incondizionato: “Dio non ha mandato il figlio suo nel mondo perché condanni il mondo, ma perché il mondo per mezzo di lui venga salvato” (Gv 3,16s).
Per la speranza siamo tenacemente educati a tenere sempre viva ogni pur minima possibilità di dialogo, d’incontro e di confronto. La speranza infatti, è la più piccola, ma la più preziosa delle virtù, direbbe C. Peguy. “Essa non delude mai, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).
Una forza che sgorga dal profondo
Dopo aver riflettuto sulla sorgente divina della missione, il nostro documento presenta il soggetto umano della missione. Lo dice chiaramente il titolo di questo capitolo “Chiesa comunità missionaria”.
È dunque dal profondo di questa realtà che è la Chiesa che può derivare per ognuno dei suoi membri una rinnovata forza missionaria.
Scopo principale del documento, secondo la mente dei Vescovi, è quello di risuscitare in tutti una lucida consapevolezza circa il ruolo missionario di ogni figlio della Chiesa e, nello stesso tempo, di consolidare quella coscienza missionaria che costituisce una dimensione o una componente irrinunciabile del nostro essere cristiani. Per questo diciamo che la forza della missione sgorga dal profondo: dal profondo del mistero del Dio-fatto-uomo; dal profondo del mistero della Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina (cfr. SC 2); dal profondo del mistero della vita cristiana, che è conformazione all’immagine del Figlio di Dio e appartenenza piena alla vita della Chiesa.
Nello stesso n. 2 della “Sacrosanctum Concilium”, si dice della liturgia che mentre ogni giorno edifica quelli che sono dentro (“qui intus sunt”) in tempio santo del Signore… così a coloro che sono fuori (“qui foris sunt”) mostra la Chiesa come segno innalzato sui popoli… La stessa cosa vale anche per la missione: mentre da un lato essa manifesta la vera natura missionaria della Chiesa dall’altro esprime l’atteggiamento obbedienziale della Chiesa stessa verso il comando del suo Signore; mentre da un lato edifica nel vincolo della comunione tutti coloro che vivono l’obbedienza della fede, dall’altro si fa proposta di comunione per tutti coloro che ancora non condividono la gioia del credere.
Ma è anche dal profondo del cuore del singolo credente che la forza della missione deve continuamente sgorgare: e non può non essere così se è vero, come lo è, che lo Spirito geme dentro di noi e sussurra quel nome “Padre-Abbà” che è il primissimo sacramento della salvezza e l’approdo ultimo per ogni pellegrino, ricercatore di salvezza.
Ogni membro della Chiesa partecipa a suo modo a questo universale anelito alla missione: ecco perché il documento, dal n. 16 al n. 23, passa in rassegna, dal Papa fino ai semplici battezzati, l’immensa e varia schiera dei missionari. Ma è soprattutto istruttivo cogliere il taglio particolare con il quale viene articolato questo discorso. Qui infatti, dopo aver affermato che “tutta la chiesa è inviata” e che “la Chiesa particolare è soggetto della missione”, si viene ad illustrare “la missione nella pluralità dei ministeri”. I ministeri, a loro volta, richiamano quella varietà dei carismi attraverso i quali lo Spirito del risorto Signore rinnova continuamente il volto della sua sposa, la Chiesa, e conseguentemente vuole rinnovare la faccia della terra.
In questa prospettiva possiamo affermare che la missione diventa una forza efficace e propositiva, solo se i singoli battezzati si rendono conto della preziosità del dono ricevuto, solo se essi si coscientizzano intorno all’imprescindibile dovere di comunicare ciò che hanno ascoltato e di donare ciò che hanno ricevuto. Ora questo dovere diventa un bisogno vitale e incontenibile soprattutto per coloro che, per una libera e gioiosa scelta personale, hanno consacrato la loro vita alla causa del Regno, alla edificazione della Chiesa e all’ideale missionario. Sono queste vocazioni di speciale consacrazione che dicono riferimento più forte e più esigente alla missione. Se le mancasse questo carisma del tutto speciale, se le venisse meno la presenza di uomini e donne totalmente dediti alla causa del Regno, la Chiesa non potrebbe essere quel segno levato tra i popoli, quel sacramento di comunione e di salvezza che costituiscono invece la sua originaria ed irrinunciabile vocazione.
Una forza che sale dal basso
A dire il vero il documento pastorale che stiamo commentando non presenta, come avevano fatto tanti altri precedenti documenti, una parte dedicata esclusivamente alla situazione socio-religiosa in cui si trova a vivere e ad operare la Chiesa di Dio pellegrina in Italia. Tuttavia non mancano svariati e complementari riferimenti alla situazione storica, alla condizione reale in cui vive, soffre e spera il nostro Paese (cfr. nn. 2. 9-10 ecc.). Nell’orizzonte tracciato da questi brevi ma significativi accenni è possibile mettere a fuoco un terzo aspetto dell’azione missionaria della Chiesa in Italia, oggi; quell’aspetto che assume rilevanza e spessore a partire dalle situazioni concrete e dalle attese storiche della nostra gente.
Innanzi tutto si tratta di una attesa di carità nella verità (cfr. n. 29). Posti dinanzi a talune situazioni di estrema indigenza, non solo materiale ma anche e soprattutto spirituale e religiosa, i credenti non possono non interrogarsi circa le prime e più genuine richieste di tanti uomini e donne che, oggi più che mai, invocano la luce della verità e chiedono il pane dell’amore con tale insistenza e con tale urgenza che spesso non lasciano adito a tergiversazioni o a dilazioni nel tempo.
Parimenti sale dal basso una pressante richiesta di giustizia, dono originario di Dio ad ogni creatura e promessa di beatitudine fatta da Cristo ai suoi discepoli (cfr. n. 29). Chiaramente, qui per giustizia non si intende solo quell’atteggiamento per il quale a ciascuno deve essere riconosciuto ed assicurato il suo: questa giustizia, direbbe Paolo VI, costituisce la misura minima della carità ed è indispensabile. Ma si intende fare riferimento anche alla “giustizia del Regno”, cioè a quel modo di vivere nuovo, che è basato sulla comunione totale di ciò che siamo, di ciò che abbiamo e di ciò che facciamo, una superiore qualità di vita che vale più del cibo e del vestito.
Infine sale dal basso un appello all’unità, cioè alla pace vera, duratura e rassicurante sotto ogni aspetto. Questa è il primo e l’ultimo obiettivo della missione in nome di Cristo e secondo la sua preghiera. Il recente incontro di Assisi del Papa con i rappresentanti delle principali religioni del mondo costituisce un segno promettente sulla lunga ma non infida strada che porta verso la fraternità universale, verso la pace dei popoli, verso l’unità del genere umano (cfr. LG 1.9).