N.01
Gennaio/Febbraio 1987

I “missionari” nell’animazione vocazionale della Chiesa particolare

Il CDV è un’arte moderna e come tale cammina verso nuove realizzazioni, crea nuove opere d’arte; trovandosi però davanti a costruzioni d’un certo valore s’impegna nella ristrutturazione con quella attenzione, che è propria della Chiesa, della quale è espressione nel settore vocazionale. Diventa “organismo di comunione e luogo d’incontro di persone, istituzioni, associazioni che possano contribuire alla pastorale delle vocazioni, operando con forze unite e rispettando i carismi e le finalità proprie di ciascuno”[1].

Come la migliore ristrutturazione di un Centro Storico viene pensato e proposto il servizio del CDV. In Italia soprattutto, abbiamo un esempio costante quando con tecniche moderne si rifondono vecchie strutture, manifestando in questo una nuova sensibilità e una nuova arte. La Chiesa poi ha una sensibilità propria in questo campo, dando alle impalcature una dinamicità tale da mettere in risalto interesse, intelligenza e gusto in questo lavoro.

Il CDV lavora con arte quindi, non partendo il più delle volte dal nulla, ma proponendosi come punto focale e catalizzatore di tutto un insieme di espressioni diverse. La sua arte consiste nel “ricreare”, rispettando le linee architettoniche preesistenti.

 

 

Quale animazione?

La Chiesa oggi si propone missionaria in teoria e in pratica in uno stile radicalmente nuovo; per cui le “nuove abitazioni di missionarietà” sono senz’altro le chiese particolari. La novità voluta dalla Chiesa, direi meglio riscoperta nella Chiesa, diventa sempre più patrimonio comune dei cristiani: essa ha espressioni non solo verbali, ma di donazione, di scelta di vita. Molte sono le diocesi ormai che lavorano in questo modo. Per la Chiesa, tuttavia, le “comunità missionarie” non sono ricordi di un passato, ma “segno della vocazione missionaria della comunità locale, strumento e stimolo della sua animazione missionaria. È punto d’incontro tra le chiese di diverse nazioni. È testimonianza viva e proposta concreta per i credenti”[2].

La situazione che crea una programmazione basata su: prima-poi; intra-extra; vicini-lontani dà un po’ l’idea del tiro alla fune e poco rispecchia quell’“oggi le nostre comunità corrono il rischio di mortificare questo slancio missionario a motivo di problemi e situazioni difficili alla Chiesa nel nostro Paese. Al contrario vogliamo non solo riaffermare l’importanza e la priorità della missione universale e delle specifiche vocazioni missionarie, ma anche di promuovere ogni forma di cooperazione tra le Chiese sparse nel mondo..”[3].

Un “missionario” lavora in un CDV, è presente in un gruppo vocazionale di zona, s’inserisce nel consiglio pastorale. Fin qui ci siamo, spero. E se non ancora, va data la precedenza assoluta alla meditazione dell’espressione contenuta nel Piano Pastorale per le Vocazioni: “Ogni ritardo nel costituire questo organismo e nel renderlo efficiente si traduce in un danno alla Chiesa”[4]. Questo passo non è il più difficile, ma il primo. È indispensabile.

 

 

Spazi concreti

Circa l’inserimento concreto delle “comunità missionarie” nella Chiesa particolare, l’esperienza ci presenta: comunità pienamente inserite nella Chiesa particolare per il loro specifico; comunità non valorizzate nella specificità e richieste per servizi pastorali; comunità missionarie un po’ isolate, perché la Chiesa missionaria è ben altro; comunità che non sanno proporsi nel loro specifico, che non possono; comunità con programmi propri di animazione vocazionale, senza riferimento alcuno; comunità con programmi accettati dai Centri.

È vero che la Chiesa è aperta alla missione, e qui non si discute di questo. La questione è aperta a livello di prassi, di esempi concreti. È necessaria una lettura della situazione fatta insieme, per non ripetere schemi o esperienze standardizzati. Per questi poi è sufficiente lo scambio di idee che è fatto a ritmo serrato a livello nazionale e di Istituti. Senza una lettura fatta insieme a livello diocesano, a livello di zona, si rischia l’artificiosità, un ritorno ad arrangiarsi, una non crescita di una pastorale vocazionale unitaria.

Ecco l’originalità della lettura della situazione fatta insieme! È qui dove ai missionari non viene richiesto di parlare come a uomini di altri tempi o di altri luoghi, ma dove essi sono un po’ il punto di confronto della apertura alla missionarietà della Chiesa stessa. È dalla lettura fatta insieme e da questo confrontarsi con i “missionari” (e qui sorge la necessità per le diocesi che non hanno comunità missionarie di coinvolgerle in qualche modo) che l’urgenza di lavoro nei diversi settori, il creare mentalità e stile missionario ricevono un’impronta efficace. Altrimenti a che cosa servirebbe scrivere ancora: “Tutti questi ministeri e carismi costitutivi di una Chiesa missionaria trovano efficace espressione nella presenza significativa di coloro che, per carisma specifico, consacrano la propria esistenza al servizio della missione universale. Questa scelta radicale fa dei missionari il segno più manifesto di dedizione all’annuncio del Vangelo”[5]. Il che cosa fare, il come fare più in concreto è frutto spontaneo di questa premessa fondamentale. Sono a conoscenza di centri diocesani che programmano mostre vocazionali in diocesi, dove la proposta vocazionale ha vere dimensioni ecclesiali… si potrebbero realizzare un po’ dappertutto! Sono a conoscenza di seminari dove il discernimento vocazionale ha un’apertura ecclesiale, nel pieno rispetto delle esigenze missionarie della Chiesa, ma anche con l’attenzione al dono di vocazioni particolari. Esistono Rettori di seminari preoccupati dell’ambito troppo ristretto in cui i giovani maturano la loro vocazione al sacerdozio, senza proiezioni ecclesiali, suggerite e volute dai vescovi stessi… L’animazione missionaria potrebbe contribuire a una maggiore apertura. Interi settori: oratori, campi scuola, campeggi, dove la presenza dei missionari può dare e dà in effetti forza all’animazione vocazionale stessa. Non è tanto la tecnica, la conduzione originale, ma la completezza espressiva della loro missionarietà ad arricchire l’esperienza. Quanti gruppi paralleli alle parrocchie, ecclesiali soltanto per un tenue legame dovuto all’iniziativa privata del missionario… I tentativi di comunione potrebbero aumentare in uno studio programmato insieme. E i gruppi che lavorano nella parrocchia? Generosissimi, ma spesso chiusi in se stessi, sia come numero sia come prospettive, e che avrebbero bisogno d’essere rilanciati alla luce della missionarietà! E il mondo della scuola: niente d’irregolare se in un programma interno alla scuola stessa si offrisse l’opportunità di visite di piccoli e grandi e importanti musei, che sono un po’ dappertutto nelle case dei missionari… Le parrocchie si pensa che abbiano bisogno di un aiuto nelle confessioni, nelle celebrazioni di messe, ma perché non si vede anche la necessità di presenze nuove, di esperienze vive, per uscire da situazioni di blocco, d’incoerenza, dando al semplice cristiano l’opportunità di confrontarsi, con una certa continuità, con esempi concreti di missionarietà? Questo è senz’altro lavoro di parroci, di laici, ma dove ci sono comunità che lo possono fare, sono forse essi esclusi? E per quali motivi?

Spazi di lavoro, questi, che vanno tenuti presenti nel voler tentare una pastorale unitaria, dove unitaria vuol dire anche preoccupazione d’insieme della vocazione della e nella Chiesa, e vuol dire ancora valorizzare lo specifico.

 

 

Specialmente per i giovani

“Nella figura del ‘‘Missionario”, infatti, si scopre non solo la dimensione missionaria della Chiesa universale, ma anche l’urgenza dell’impegno missionario e del servizio verso i Paesi poveri. Questi problemi hanno notevole incidenza nel mondo giovanile di oggi”[6].Quando è che l’animazione vocazionale, progettata in modo unitario, si proietta fuori dagli schemi di una volta, senza ritorni al lavoro individuale, se non quando il missionario avverte di poter lavorare nel suo specifico? Se la Chiesa italiana non limita in nessun documento il lavoro specifico di animazione vocazionale tra i giovani per i poveri. Se nel piano pastorale vocazionale l’attenzione agli ultimi ha un ruolo di primaria importanza. Se le Comunità missionarie hanno nel loro fine l’evangelizzazione del povero. Continueremmo noi a fraintenderci a livello pratico? Noi vogliamo andare verso una vera pastorale vocazionale unitaria, chiedendo ad ogni centro diocesano e a ogni comunità missionaria e religiosa di lavorare insieme. Se veramente la chiesa particolare è missionaria, balza subito all’evidenza che gli sforzi vanno programmati in modo tale da avere “chiamati” per ogni situazione, senza un prima e senza un poi, senza un intra e senza un extra, come affermano chiaramente i nostri vescovi: “Mentre lavora ed opera per far sorgere nuove comunità nel mondo, la missione promuove anche una salutare rigenerazione delle Chiese e comunità cristiane del nostro Paese. Il generoso impegno verso le giovani Chiese e la forte testimonianza che esse offrono avrà un effetto positivo per le nostre comunità aiutandole a ritrovare slancio evangelico, iniziativa e fiducia nella forza della Parola di Dio, ricchezza di vocazioni e ministeri”[7].

La Chiesa non è missionaria dopo l’essere-Chiesa; essa è costituzionalmente missionaria e ciò significa che si pone missionaria costituendosi Chiesa. La Chiesa italiana non ha dubbi circa la vocazione missionaria: come sacerdoti diocesani come laici, come missionari in Istituti.

 

Gli Istituti

Forse non è inopportuno accennare appena più esplicitamente alla presenza degli Istituti. Essi sono forza viva di una Chiesa missionaria. Se rimaniamo a considerarne l’origine, senza valutare il loro modo d’essere oggi, in particolare il loro essere “anche” chiesa particolare, avremo sempre delle grosse difficoltà a valorizzarne la presenza. Difficoltà che d’altra parte sarebbero riscontrabili in qualsiasi altra organizzazione a lungo andare, anche nella più genuina collaborazione tra due Chiese particolari. Se una Chiesa particolare, oltre ad avere sacerdoti e laici fuori dal territorio nazionale, non intensifica e non alimenta una autentica sensibilità missionaria al suo interno, avverte che il suo modo di essere missionaria è ancora limitante. Gli Istituti missionari sono espressione della Chiesa particolare, come qualsiasi altra organizzazione. È necessario rimanere in un concetto unitario di missione e di conseguenza rafforzare l’idea dell’urgenza di un lavoro vocazionale unitario per la missione. Direi in conclusione: cresciamo insieme in una Chiesa missionaria! Con l’entusiasmo del nostro carisma, diventiamo per la Chiesa che è in Italia e per la Chiesa Universale un vero vantaggio.

 

 

 

 

Note

[1] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana, n. 54.

[2] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Cura Pastorale delle Vocazioni nelle Chiese Particolari, n. 36.

[3] CEI, Comunione e Comunità Missionaria, n. 28.

[4] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana, n. 54.

[5] CEI, Comunione e Comunità Missionaria, n. 23.

[6] Congregazione per l’Educazione Cattolica, o.c. n. 36.

[7] CEI, Comunione e Comunità Missionaria, n. 28.