N.02
Marzo/Aprile 1987

Spiritualità, ascesi e vocazione

L’itinerario della fede è un cammino, una strada da percorrere. È un itinerario che ci viene posto davanti perché lo percorriamo. Il punto di partenza di questo cammino è il nostro Battesimo; il Battesimo è una grazia che ci viene data in ordine a una “vita battesimale”; la vita è questa strada che noi percorriamo. Ma il problema della vita cristiana, se vuole essere tale, non è tanto quella di scegliere… quanto quella di scoprire la scelta della quale noi siamo oggetto.

 

 

Percezione della chiamata

Tutti, per il fatto che esistiamo, solo per questo fatto, siamo oggetto di una chiamata. Il cammino della fede è un cammino con il quale l’uomo progressivamente accoglie questa chiamata di Dio ed entra in un rapporto diretto e cosciente con Dio.

L’inizio del cammino di fede comincia quando interiormente uno si rende conto, percepisce appena intuitivamente che il Signore lo ama; ne prende coscienza. Il Signore ci ha amato da sempre. Il problema è che ad un certo punto noi ce ne rendiamo conto, ci accorgiamo, scopriamo dentro di noi di essere oggetto di un amore particolare.

Il Signore dice “tu”. La vita battesimale diventa piena in questo momento. Il rapporto di fede comincia quando noi incontriamo una persona, incontriamo un tu, incontriamo Dio non come Creatore di tutte le cose, ma come la Persona, anzi Colui che è massimamente importante conoscere e seguire, come Colui al quale il nostro cuore anela senza saperlo.

 

 

L’ascesi di Gesù

Tutta la vita di Gesù viene svolta dagli evangelisti e Marco in particolare, come un cammino, intessuto narrativamente e teologicamente sulla trama di una “ascesa” che porterà Gesù dalla bassa Galilea alle alture di Gerusalemme. L’ascesi o meglio “l’ascesa” di Gesù non va intesa come esercizio pratico di virtù morali, bensì è una ascesi che congloba la totalità stessa della persona di Gesù, il quale operando con tutta la sua persona “sale” verso la città di Dio, e là sulla croce, viene materialmente innalzato fino al cielo.

L’ascesi o ascesa dell’uomo Gesù non ha quindi come punto di arrivo il dominio su se stesso, ma il raggiungimento di Dio stesso: è una ascesa reale che porta l’uomo fuori da se stesso e lo innalza fino a Dio.

È importante notare come questa ascesa di Gesù non ci viene presentata dagli evangelisti in modo prometeico: Gesù non è l’uomo che dà la scalata al cielo… questo fu il tentativo del vecchio Adamo, l’uomo che nel voler innalzarsi fino a Dio scopre la propria impotenza e miseria.

Gesù è il nuovo Adamo che lungi dal somigliare a Prometeo si identifica con la figura biblica del “servo di Jahwé” che si abbassa e si assoggetta come schiavo di tutti. Questo tipo di ascesi, Gesù l’ha compiuta per primo e l’ha aperta a tutti, ponendosi a capo di una numerosa schiera di fratelli.

 

 

L’ascesi del discepolo

Ecco che all’ascesi di Gesù corrisponde la “disciplina” del discepolo.

Disciplina nel suo significato originale strettamente imparentato al termine “discepolo”. La disciplina è l’insegnamento di Gesù nel suo cammino di “servo di Jahwé”; disciplina che viene specificata dall’espressione “andare dietro” o “seguire Gesù”. La disciplina del discepolo non può essere scissa dall’ascesi di Gesù.

In altre parole un cammino spirituale (un cammino vocazionale) non si acquisisce mediante “ascesi” nel senso tradizionale che equivaleva a sforzi personali: un cammino spirituale è dono dello Spirito Santo!

Dono che lo Spirito Santo comunica al credente facendolo partecipe della vita pneumatica presente in pienezza nel Cristo, l’unico da seguire.

“1n lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi avete in lui parte alla sua pienezza” (Ef 2,9). Se la santità sta nell’unione a Dio, assecondando lo Spirito, il dovere primario dell’ascesi cristiana sta nell’interpretare e vivere con autenticità quanto lo Spirito suggerisce come dono.

Discernimento e docilità allo Spirito sono le virtù fondamentali dell’asceta cristiano. La docilità allo Spirito deve apparire quale caratterizzazione di tutta la propria esistenza sia personale, sia ecclesiale e sociale. Direi che tutto questo non include il rinnegamento della propria realtà corporale, anzi prescrive di assumere tutta la propria persona, (anima, corpo, mentalità, affettività) cercando di esprimerla nella prospettiva della carità.

L’ascesi in senso tradizionale (austerità, sforzo personale, pratiche varie) ha solo un valore funzionale. Noi con i nostri sforzi, con le nostre forze siamo assolutamente incapaci di seguire Gesù; questo va detto a chiare lettere. Con le nostre forze è impossibile seguire le beatitudini evangeliche. Con le nostre forze è impossibile amare la povertà, una vita di conversione. Questa è opera dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è davvero l’energia, il motore che ci fa camminare in questa strada della sequela di Gesù e della ricerca della mia peculiare vocazione nella comunità ecclesiale.

Non si può camminare dietro a Gesù, solo perché noi lo vogliamo. Non basta averlo capito, occorre avere la grazia: questa grazia il Signore solo ce la dona. Non sarebbe il nostro Padre che ci ama se accanto al desiderio profondo di giungere a Lui non ci desse il modo concreto per attuarlo.

 

 

Funzionalità dell’ascesi

Una volta chiarito che un cammino di fede alla sequela del Signore è un suo dono, proviamo a toccare il senso di una ascesi personale secondo la visione più comune e tradizionale.

Chi conosce la tradizione monastica antica non può non restare stupito leggendo le imprese di “quegli atleti di Cristo”. Il motivo per cui tanti uomini e donne si ritiravano nel deserto era quello di affinare se stessi, purificarsi per rendere il loro corpo uno strumento docile per accogliere in pienezza il dono dello Spirito. Mai “le pratiche” furono fine a se stesse; una volta affinato lo strumento che è il proprio corpo, il credente può aprirsi al suo Signore per essere strumento efficace della propria maturazione, della propria crescita.

La tradizione più ortodossa afferma che non si può edificare l’uomo di fede, l’uomo di Dio se alla base non c’è un uomo capace di autocontrollo, di tenersi in pugno. Tuttavia tutto questo escludeva la convinzione di potersi salvare con i propri sforzi: solo bisogna offrirsi al Signore eliminando il più possibile gli ostacoli che impediscono la piena accoglienza del suo dono. Per arrivare a questa liberazione previa, bisogna conoscere cos’è un amore divorante per il Signore: quando si ama, nulla conta se non l’amato.

Qualche esemplificazione.

Uno matura il suo cammino vocazionale se si mantiene fedele ad una vita di ascolto della Parola nel suo quotidiano; diventa una ascesi trovare il tempo preferenziale per leggere, meditare e pregare la Parola perché trasformi una vita; è ascesi saperla collocare in posizione strategica nella propria giornata perché influisca, illumini e diriga la propria esistenza; è ascesi impostare la vita secondo uno stile che non emargini il fatto primario della fede: l’ascolto orante. È ascesi accettare la fatica del continuo rinnovamento esistenziale che il Vangelo esige, rifiutando l’obbedienza culturale della dispersione, e della frammentazione in mille rivoli della propria vita; è ascesi trovare spazio e tempo per “abitare nella propria interiorità” come il luogo in cui vive e si alimenta la vita spirituale, un’esistenza di ascolto e di dialogo.

È qui che maturo una vocazione: con questi mezzi (che mi costano = ascesi), che maturo e cresco secondo quella affinità con Dio, capace di sintonizzarmi pienamente con la sua volontà e il suo modo di progettare il futuro.

Si tratta di imparare ad assimilare l’orientamento di Gesù al Padre, la sua obbedienza docile; consegnarsi a Lui come persone vive.

Se lasceremo a Cristo e allo Spirito il protagonismo della nostra vita, conosceremo la nostra vera identità, quella che si riempie e si appaga fino in fondo, quella che vive davanti a Dio senza divisioni, senza dispersioni.

 

 

Conclusione

All’interno di una viva spiritualità cristiana, una vocazione che vuol crescere non può prescindere da un discorso di ascesi così come è stato annotato: è un esprimere la propria partecipazione al mistero pasquale di Cristo; è un affinare e purificare la propria persona in vista del dono della salvezza offerto dallo Spirito.

Non sforzo personale, ma creare spazi per l’azione in noi dello Spirito che matura l’identità di una persona.

Il modo dell’ascesi, il suo contenuto di “pratiche” può conoscere un divenire, forme sapienziali diverse, sempre viste nella loro funzionalità all’accoglienza del dono del Signore.

Non si vuol dire che in passato si sbagliava: ogni epoca deve saper permettere l’esercizio dello Spirito pasquale all’interno di ogni credente che vive i valori culturali e spirituali presenti nel suo tempo. Questo comporta una continua ricerca e, se vogliamo anche questa è una nuova forma di ascesi.