Gruppi, movimenti, associazioni e vocazioni
Ecco la finalità di questo numero di ‘Vocazioni’: focalizzare la tematica dei gruppi, movimenti, associazioni ecclesiali – come significativi itinerari di fede in una chiesa particolare missionaria – ed individuarne le condizioni per una qualificazione ulteriore come itinerari di vocazione e di vocazioni.
Il lettore potrà inoltrarsi criticamente sui vari contributi qui di seguito proposti, coglierne i presupposti ecclesiologici, i dati teologici, le condizioni pastorali perché tali cammini di chiesa siano veri e propri luoghi pedagogici per una crescita vocazionale.
È necessario tuttavia richiamare il ‘denominatore comune’ che contestualizza i gruppi, movimenti, associazioni – la chiesa particolare – perché tali aggregazioni rappresentino dei naturali itinerari ecclesiali di crescita vocazionale.
“Proprio perché legati ad un carisma, dono effuso dallo Spirito in vista dell’utilità comune, associazioni e movimenti non hanno senso che nella chiesa e per la chiesa, come luoghi e strumenti per esprimere e promuovere la comunione. Questo implica la loro totale relazionalità alla chiesa locale, che è la ‘catholica’ realizzata ‘hic et nunc’ nella cui vita essi devono inserirsi, al cui servizio devono porsi, portando ad essa l’arricchimento del loro specifico carisma”[1].
Credo che non sia difficile intuire e condividere la ricchezza pastorale di tali affermazioni teologiche, che ci portano a sottolineare alcuni aspetti singolari, fondanti il rapporto ‘aggregazioni ecclesiali e vocazioni’ .
* La totale comunione di gruppi, movimenti, associazioni con la chiesa particolare
È inconcepibile, nella prospettiva dell’ecclesiologia di comunione, la presenza di aggregazioni nella chiesa particolare che prescindano da essa.
Queste aggregazioni non hanno senso che nella chiesa e per la chiesa, a servizio della comunione e per promuovere e farsi carico della missione della chiesa stessa.
Nella prospettiva dell’ecclesiologia di comunione, gruppi, movimenti e associazioni sono chiamati quindi ad una totale relazionalità alla chiesa particolare: prioritariamente essendo fedeli ai bisogni ed agli impulsi di essa “realizzando i propri carismi e compiti, non estraniandosi ma inserendosi sempre più nella comunità ecclesiale ai vari livelli, sentendo e agendo in unità con i responsabili di essa, specialmente col Vescovo”[2]. La chiesa particolare – specialmente attraverso il ministero di unità – non può non essere aperta a sua volta alla pluralità dei doni dello Spirito, quindi allo specifico che un gruppo, associazione, movimento può portare in essa, sempre disponibile a vagliare tutto e a ritenere ciò che è buono.
“Ogni chiesa particolare, e in essa anzitutto il Vescovo, deve aiutare ogni aggregazione ecclesiale a chiarire la sua specificità sia per non appiattirla secondo modelli generici o stereotipi, sia per individuare meglio la specifica competenza e disponibilità delle diverse realtà, sia per evitare inutili doppioni, sovrapposizioni o concorrenze non necessarie”[3].
* Il compito – dei gruppi, movimenti, associazioni – di coscientizzare i loro membri al senso della chiesa particolare
È necessario per tutti nella comunità ecclesiale approfondire costantemente la consapevolezza dell’origine “ex alto” della Chiesa: essa nasce, secondo un’immagine diffusa e cara ai Padri di Oriente, dalla missione del Figlio e dello Spirito. La Chiesa, che si offre nella sua natura più profonda come ‘mistero’, è dunque opera di Dio e non di uomo, e non è pensabile alcun riduzionismo o relativismo pena la sua snaturalizzazione.
La Chiesa particolare – ‘avvenimento’, ‘realizzazione’ della Chiesa universale – ha per dono tutto ciò che ha per dono la chiesa universale: attorno all’apostolo o Vescovo, la Parola, i Sacramenti, la carità, i carismi.
Nella chiesa particolare ciascun gruppo, associazione, movimento non è quindi la ‘roccia’, ma una ‘scintilla’ di essa; nella misura in cui un’aggregazione, più o meno confessatamente, si consideri la ‘roccia’ e l’appartenenza ad essa dai propri aderenti sia vissuta come l’incontro con la ‘verità assoluta’, si dovrebbe dedurre che viene coltivato più o meno consapevolmente il settarismo della verità e non il senso della chiesa nella appartenenza ad una chiesa particolare.
“Quando un’aggregazione ecclesiale accetta la sostanziale validità del cammino pastorale della diocesi, così come è configurato, allora può trovare più facilmente, e con grande utilità comune, il suo posto ministeriale, nell’ambito della chiesa locale, con la sottolineatura dei suoi particolari carismi. Se però ci fossero delle aggregazioni che, esplicitamente o implicitamente, o non accettano o non condividono se non in parte questo ambito e questo cammino pastorale, è chiaro che la loro inserzione risulterà sempre difficile e la loro richiesta di spazio sarà in realtà la richiesta di un diverso quadro pastorale. Un metro pratico di giudizio sull’oggi sarà dunque dato anche da come una data aggregazione ecclesiale valorizza e fa sue alcune grandi iniziative diocesane: come le scuole della Parola, gli esercizi in Duomo, il convegno sul ‘Farsi prossimo’, la giornata della pace, la catechesi degli adulti, gli oratori ecc.”[4].
Non è difficile cogliere come una collocazione diversa di tali aggregazioni nella vita della chiesa particolare può condurre conseguenzialmente, esemplificando, al fenomeno di vocazioni consacrate, cresciute nel cammino di fede da esse espresso, che si sentono alla prova dei fatti vocazioni a servizio del gruppo-movimento-associazione e non per la Chiesa.
Nello stesso filone, se mi è permesso in merito una considerazione personale, si collocano eventuali ipotesi che tali aggregazioni ecclesiali coltivino vocazioni al ministero ordinato in propri seminari, o istituzioni analoghe, paralleli al seminario diocesano, quindi paralleli all’iter di formazione della chiesa particolare.
* Gruppi, movimenti e associazioni a servizio della comunione e missione della chiesa particolare
“La comunione è la prima forma della missione”[5].
Credo che la lapidarietà e la verità di queste affermazioni – espresse dall’Episcopato Italiano nel documento pastorale, programmatico per il prossimo biennio, ‘Comunione e comunità missionaria’ – serviranno a verificare non poche situazioni od espressioni di vita nelle nostre chiese particolari ed anche a discernere il cammino da fare.
In merito al tema delle aggregazioni ecclesiali significativo è anche questo criterio pastorale proposto dallo stesso documento: “Anche l’azione di una comunità, gruppo, movimento o associazione, perché sia veramente credibile ed efficace sul piano missionario, deve esprimere piena comunione ecclesiale”[6].
Così pure, in forza dell’inscindibile rapporto fra comunione e missione, è ovvio che gruppi, movimenti, associazioni non servono la comunione se non promuovono e non sostengono la tensione missionaria della chiesa particolare.
Tale criterio pastorale è passibile di riferimenti a svariate situazioni pastorali reali della vita dei gruppi, movimenti, associazioni in una chiesa particolare.
Propongo a proposito alcune riflessioni del Card. Martini, cercando di cogliere alcuni nodi o snodi concreti, sarei per dire della vita quotidiana, che segneranno ulteriormente o meno la maturità ecclesiale di tali aggregazioni.
– Dal protagonismo all’umile partecipazione alla missione della chiesa.
“Per quanto riguarda le aggregazioni che stanno sinceramente sforzandosi di collocarsi nel quadro della chiesa locale, si richiede sempre da esse di non scambiare vivacità con protagonismo, di sapere qualche volta abbassare un po’ i cartelli, di saper fare il bene anche senza diritti d’autore: perché è più importante che il bene si faccia rispetto al fatto che esso ci venga attribuito.
Dovremmo sempre ricordare che il bene fatto dagli altri vale almeno quanto il nostro: altrimenti siamo lontani dal Regno”[7].
– Dall’enfatizzazione del proprio metodo all’amore per la pedagogia della chiesa.
“Il dialogo – come ha ricordato più volte il papa – non può mai avvenire a prezzo dei nostri valori e con la rinuncia anche minima della nostra identità… Non è mai ammissibile, ad esempio, allo scopo di sottolineare il valore dell’autorità, sminuire quello della ragione; non è mai permesso ipotizzare chiesa del futuro sostanzialmente diversa da quella che ci ha generato, né è possibile accontentarsi di una chiesa fatta solo su misura di alcuni eletti, passati attraverso esami la cui severità non è sopportabile dalla gente comune, chiamata tutta quanta alla conversione e alla salvezza”[8].
– Dalla retta intenzione allo spirito evangelico della chiesa.
“Tutti i momenti del cammino di un’associazione o di un movimento devono potersi dire, almeno nelle intenzioni, evangelici. Deve essere evangelico lo stile, il linguaggio, evangelici i metodi e gli strumenti; tutto va sottoposto al criterio della croce, dell’umiltà, della verità (cfr. discorso di Giovanni Paolo II a Loreto, n. 6).
Nessuna strategia, anche provvisoria, può giustificare l’assunzione di metodi propri del conflitto politico.
Occorre bandire ogni forma di denigrazione, autosufficienza, calunnia, menzogna, a parole o negli scritti.
Occorre coltivare la trasparenza nei fini e nei mezzi.
Occorre non dirsi soltanto bravi, ma riconoscere qualche volta anche i nostri peccati.
Occorre saper usare i mezzi a nostra disposizione con umiltà e distacco, guardandosi da ogni tentazione di potere.
La retta intenzione di utilizzare il potere per il servizio non è sempre sufficiente per difendere dalla prevaricazione che l’uso del potere facilmente comporta; occorre una continua correzione di rotta e una sincera obbedienza e ascolto che difendano dalle tentazioni ricorrenti.
Non per il fatto che una realtà sia carismatica si deve ritenere esente da tentazioni o deviazioni e non bisognosa di correzione e di vigilanza.
I carismi più belli si sono corrotti quando hanno perso il sale dell’umiltà!”[9].
* Gruppi, movimenti, associazioni, itinerari per una crescita vocazionale nella chiesa particolare
Ciò che nella comunità ecclesiale fa maturare una persona verso un’armonia spirituale stabile e verso una scelta vocazionale è l’oggettività di un cammino di fede.
Nella misura in cui gruppi, movimenti e associazioni vivono una naturale relazionalità alla chiesa particolare – inserendosi nella sua vita e ponendosi al suo servizio – realizzano ed esprimono di fatto nella comunità ecclesiale tale oggettivazione di educazione alla fede e alla vocazione cristiana.
Perché tali aggregazioni siano veri e propri luoghi di educazione alla fede devono però presentare una forte capacità di educazione alla preghiera, all’ascolto metodico della Parola di Dio, ad una profonda esperienza sacramentale ed una reale disponibilità al servizio in un’abituale apertura missionaria ai bisogni della comunità.
In breve si può anche dire: gruppi, movimenti e associazioni educano alla fede i giovani nella misura in cui propongono la completezza di un cammino di chiesa, i cui dati costitutivi appunto sono la Parola, i Sacramenti, la testimonianza-carità.
La completezza di un tale cammino di base e la relativa educazione integrale – espressi in un gruppo ecclesiale dal profondo clima di fede, da una reale passione missionaria e dalla viva presenza di una guida spirituale matura – rappresentano di per sé e di fatto un vero e proprio luogo di crescita vocazionale soprattutto per le giovani generazioni.
Forse la condizione ulteriore perché gruppi, movimenti, associazioni educhino dichiaratamente alla vocazione e alle vocazioni specifiche i giovani, è la consapevolezza dichiarata, sia negli animatori sia nei giovani stessi, che l’identità ecclesiale di un gruppo, movimento, associazione offrendo il servizio di educazione alla fede naturalmente deve educare alla vocazione personale. Educazione alla fede ed alla vocazione personale non sono infatti due realtà separate o forzosamente coniugate, ma rappresentano nel messaggio cristiano e nella vita di una persona un’unità inscindibile. Ecco perché “movimenti, gruppi, associazioni, comunità ecclesiali di base, mentre costituiscono a livello parrocchiale e diocesano significativi itinerari di fede, devono qualificarsi sempre meglio come itinerari di vocazione”[10].
Concludendo, propongo due quesiti riassuntivi, che potranno esser di guida nello studiare i contributi che seguono, ma che in ogni modo dovranno, a mio avviso, essere presenti nella ricerca e nel servizio educativo di ogni operatore pastorale:
– A quali condizioni un gruppo, movimento, associazione è stimolo per una legittima crescita vocazionale specialmente delle giovani generazioni?
– L’animatore di un gruppo, movimento, associazione quale annuncio, proposta e accompagnamento deve costantemente coltivare per favorire una reale e graduale maturazione vocazionale tra le giovani generazioni?
Note
[1] B. FORTE, Laicato e laicità, Marietti, 1986 p. 84.
[2] CEI, Commissione Cooperazione tra le Chiese, “L’impegno missionario della Chiesa italiana” n. 52.
[3] C.M. MARTINI, Criteri per discernere, in Settimana Documentazione e Strumenti, 22 giugno 1986 n. 25, p. 3.
[4] C.M. MARTINI, idem p. 1.
[5] CEI, Comunione e Comunità missionaria, n. 15.
[6] CEI, idem n.15.
[7] [8] [9] CEI, idem n. 15.
[10] CEI, Vocazioni nella Chiesa italiana, Piano pastorale per le vocazioni, n. 39.