Dal servizio civile alla consacrazione
All’interno di una autoanalisi esperienziale sul mio passaggio da un impegno di tipo “servizio civile” a tempo giuridico determinato a un impegno vocazionale di consacrazione, le variabili da tenere presenti o le costanti decisive non sono poche.
Entrambe le scelte non si improvvisano.
Entrato a far parte del gruppo dei giovani dell’Oratorio all’età di 12 anni, il clima che si respirava era impregnato di impegni concreti su vari fronti: anziani, handicappati, ragazzi dell’oratorio, presenza in cortile, sport, musica, teatro, ecc., con un’adesione costante da protagonista. Quindi un ambiente che nella varietà favoriva l’impegno. La coordinazione del tutto era in mano ad un sacerdote che con l’esempio
era servizio e un servizio sorretto da un forte tratto spirituale.
Una guida coerente che lasciava nell’unità la diversità. Un’educazione a unire (anche per il clima fortemente politicizzato anni 1971-72) teoria e prassi. Quindi l’esigenza a vivere ciò in cui si credeva.
Esperienza cristiana, vita politica e sociale erano i due poli di un’unica realtà che alimentavano le nostre riunioni, il nostro lavoro. Certamente, come per tutti i giovani, anche per me vanno tenute presenti le crisi e l’esaltazione individuale e di gruppo, la dedizione incondizionata e l’esigenza egocentrica di far sentire che esisti.
Un’altra componente a mio vantaggio è stata la mia famiglia che, pur essendo io figlio unico, ha sempre favorito le ragionevoli esperienze che via via proponevo.
Una fiducia contraccambiata da onestà di chiarezza su entrambi i fronti.
Va aggiunto anche l’impegno politico a scuola dove il compromettersi pubblicamente esige il costruirsi di una personalità sempre più coerente.
Una buona guida spirituale mi ha aiutato a camminare da solo, a costruirmi secondo il progetto di Dio su di me. Un grande valore che mi ha trasmesso è stato quello delle “preghiera come vita”. Se il vangelo non è una favola, se le persone non sono oggetti, se il segno di Dio è iniziato (“già, ma non ancora”), se essere cristiani è apertura che spazia dal privato sociale e lo oltrepassa, non dico sia una conseguenza logica, ma è quasi normale che maturi a 18 anni, di fronte a un impegno richiesto dallo stato, una scelta di servizio che riempia di più la tua vita e quella degli altri. Non a caso nel nostro gruppo di età su 10 amici 6 abbiamo fatto obiezione di coscienza.
Dal servizio civile alla consacrazione, non dico che il passo è breve, ma il background esperienziale mi aveva condotto a un’apertura di scelte di campo. Si trattava ora di dare uno sguardo al futuro. Che tipo di uomo? Che tipo di vita? Per chi? Per che cosa?
Oltre alle testimonianze uno incontra le controtestimonianze, la realtà è molto più articolata.
Ma proprio così si diventa attori in primo piano di se stessi.
Il perché di un sì? Penso abbia sempre uno spazio di mistero, insondabile al soggetto stesso, ma certamente la trama si costruisce nel tempo. Testimonianze, esperienze, impegni, positivi e fatti in prima persona, hanno determinato la mia scelta, in particolare sempre aiutato anche da una guida.