La gloriosa ricchezza di questo mistero (Col 1,27)
Col 1,26 τὸ μυστήριον τὸ ἀποκεκρυμμένον ἀπὸ τῶν αἰώνων καὶ ἀπὸ τῶν γενεῶν — νῦν δὲ ἐφανερώθη τοῖς ἁγίοις αὐτοῦ,* 27 οἷς ἠθέλησεν ὁ θεὸς γνωρίσαι τί τὸ πλοῦτος ⸋τῆς δόξης⸌ τοῦ μυστηρίου ⸀τούτου ἐν τοῖς ἔθνεσιν,* ὅ ἐστιν Χριστὸς ἐν ὑμῖν,* ἡ ἐλπὶς τῆς δόξης
CEI 26il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. 27A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria.
Traduzione mia: 26 il mistero, quello che è stato tenuto nascosto dalle età e dalle generazioni, ora invece è stato manifestato ai suoi santi, 27 ai quali Dio ha voluto far conoscere quale [sia] la ricchezza della gloria di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, la speranza della gloria
Fuori posto. Ci danno fastidio le cose – e soprattutto le parole – fuori posto, e se non le possiamo cambiare allora impariamo in fretta ad abituarci, pur di smorzare quel fastidio. Con le parole funziona così: le facciamo diventare parole-soprammobile, da chiudere in credenza (o in sagrestia). All’inizio fanno la loro figura, poi le accumuliamo, le disponiamo bene, le teniamo in ordine, e quando ne abbiamo abbastanza finiscono per fare arredamento. E l’arredamento, quando è troppo familiare, non lo si guarda più: da parole che disturbano a parole composte, rassicuranti, e terribilmente deludenti.
Alcune parole però resistono alla nostra patina di assuefazione, e si ostinano a rimanere fuori posto: se si ascolta bene, le si sente ancora scalciare anche sotto un dito di polvere, perché sono più che parole, sono storie. Parole fuori posto nate da storie fuori posto. Come se ad aprire la porta a tutti, proprio tutti, ci si mettesse un rigorista religioso che aveva passato la vita a tracciare confini. Come se ad ascoltare e accompagnare la domanda che ci batte in petto ci si mettesse un falegname.
Questa manciata di parole in apertura, guardata da vicino, è decisamente fuori posto. Interroghiamola piano, con la calma che si deve a un vecchio amico. Paolo parla di gloria, δόξα (doxa), in un mondo greco in cui la parola indicava la fama: nel codice eroico dell’onore, la gloria è uno status da difendere in una logica competitiva, dove la mia gloria cresce a scapito della tua. Paolo – sulla scia degli ebrei che con la traduzione della Settanta vollero rendere in greco i propri testi sacri e la loro esperienza di Dio – usa δόξα per rendere il termine ebraico כָּבוֹד (kābôd), che indica la “pesantezza” della presenza e della manifestazione divina. Il peso del kābôd fa pressione sulla δόξα greca, e ne scardina il significato: la gloria non è più qualcosa da possedere, è qualcosa che si dona. La parola passa dall’indicare una quantità di prestigio sociale da accumulare a parlare di un Dio che si svela, entra in relazione, si comunica. Dire δόξα, allora, non è gridare: «guardate quanto Dio è potente», ma «guardate chi è Dio nel modo in cui si dona». E poco dopo, un’altra parola fuori posto: μυστήριον (mysterion), una parola che indicava un segreto custodito e trasmesso solo agli iniziati, legata a una religione che era privilegio per pochi. Paolo però ne rovescia la logica: il mistero non è più un segreto riservato a pochi, ma una realtà rivelata alle genti, qualcosa da mettere ‘in mezzo’. Paolo reinterpreta mysterion, e lo fa diventare ciò che esce dal recinto dei pochi e diventa dono per tutti: fuori posto è dir poco.
Accanto a δόξα e μυστήριον, qualche passo prima era caduta una parola, quasi di sfuggita: ἁγίοι (agioi), i santi. Chi sono? Se δόξα si è riscoperta ‘relazione’, e μυστήριον ‘dono per tutti’, allora anche i santi, gli ἁγίοι, chiedono di essere riletti: santo non è chi si guadagna a fatica un piedistallo di perfezione, ma uno a cui è cambiato lo sguardo, uno che vede Cristo ἐν (en) ‘in’, e che ha il grembo gonfio. “Origene di Alessandria (III sec.) afferma che l’immagine più vivida e bella del cristiano è quella di una donna incinta, che porta in sé una nuova vita. E non occorre che parli, è evidente a tutti ciò che accade: è viva di due vite, battono in lei due cuori. E non li puoi separare. Il cristiano passa nel mondo gravido di Dio, “ferens Verbum” (Origene) portando un’altra vita dentro la sua vita, imparando a respirare con il respiro di Dio, a sentire con i sentimenti di Cristo, come se avesse due cuori, il suo e uno dal battito più forte, che non si spegnerà più. Ancora adesso Dio cerca madri, per incarnarsi.” (E. Ronchi, Maria casa di Dio) La santità è una maternità che non sai da dove viene ma che ti occupa le viscere. Santità è sacramento: presenza reale che preme e spinge, viva perché stupisce e regala passi sconosciuti e pensieri mai fatti, efficace perché ti scomoda, ti sposta, fa fare scelte controcorrente. Un sacramento di carne vissuto in una liturgia clandestina, fuori posto: come se un bar a mezzanotte nella periferia operaia, comunista e atea di Parigi diventasse luogo dell’appuntamento con Dio. “Allora il bar non è più un luogo profano, quell’angolo di mondo che sembrava voltarti le spalle. Sappiamo che, per mezzo di Te, noi siamo diventati la cerniera di carne, la cerniera di grazia, che lo costringe a ruotare su di sé, a orientarsi suo malgrado e in piena notte verso il Padre di ogni vita. In noi si realizza il sacramento del Tuo amore. […] Ti amiamo, li amiamo, perché si faccia di noi tutti una cosa sola. (Da ‘liturgia laica’ di Madeleine Delbrel) I santi sono coloro che si accorgono di questo mistero rovesciato, che si lasciano destabilizzare da questa liturgia ‘laica’, da questo sacramento inopportuno, da questa Sua presenza dove meno te l’aspetti.
E dopo questo lungo interrogare, la domanda che sta al centro di quel versetto, e di tutto il resto: chi è Cristo? È il sempre-fuori-posto, l’uomo che cammina, e “l’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte. […] la sua parola è vera solo in quanto disarmata. La sua potenza è di essere privo di potenza, nudo, debole, povero: messo a nudo dal suo amore, fatto povero dal suo amore. Questa è la figura del più grande re d’umanità, dell’unico sovrano che abbia chiamato i propri sudditi a uno a uno, con la voce sommessa della nutrice. Il mondo non poteva sentirlo. Il mondo sente solo quando c’è un po’ di rumore o di potenza. L’amore è un re privo di potenza, dio è un uomo che cammina ben oltre il tramonto del giorno.” (C. Bobin, L’uomo che cammina). Eppure solo Cristo non basta, per lo meno a Paolo: Χριστὸς ἐν ὑμῖν (Christos en ymin) ‘Cristo in voi’, scrive. Non ‘Cristo in me’ o ‘Cristo in te’, un singolare rassicurante e comodo, ma ‘Cristo in voi’: un plurale scomodo, che riconosce una presenza nel corpo così fastidiosamente concreto del fratello accanto. Anche le poche parole di questo articolo vorrebbero essere un intreccio di voci – un testo che si fa specchio di ciò che dice, e cioè di una santità che non è un’esperienza individuale, ma un cammino vissuto insieme, un gesto di comunità.
Ecco che la parola di Paolo e del suo vangelo torna a vivere: torna a far inciampare, a mettere disordine nell’apparente ordine delle nostre vite, a portare disequilibrio nelle comodità che puzzano di stantio e indifferenza. Questa vita viva, questa gloria scardinata e questo mistero spalancato ci fanno tornare a dire, ancora una volta, parole fuori posto: “Sacre le cose minute, minutissime,/ le sorelle dell’invisibile” (Franco Arminio, Sacro Minore).