Cana: la scoperta di una vocazione
Per capire il significato del gruppo di spiritualità familiare “Cana” occorre rifarci alla spiritualità del fondatore della Nostra Famiglia e dell’Istituto secolare delle Piccole Apostole della Carità, don Luigi Monza. Personalmente egli non aveva avuto particolari spunti innovativi in merito. Era stato parroco a Lecco e fino alla morte (1954) aveva animato la sua parrocchia secondo i criteri associativi e pastorali della maggioranza dei preti italiani. La famiglia non aveva un posto di particolare rilievo. Essa in fondo, nella società degli anni quaranta e cinquanta, non era messa generalmente in questione.
Don Monza però aveva intuito che per arginare la marea della scristianizzazione (esprimeva questa idea affermando: “il mondo diventa pagano”) non servissero interventi dall’alto. Non bastano gli accordi di vertice per animare la società. Pensò profeticamente che solo la costituzione dei piccoli nuclei cristiani, animati dalla carità della Chiesa apostolica, avrebbe permesso al Vangelo di essere fermento. Questi piccoli centri pulsanti di vita, legati da un amore intenso avrebbero permesso di risvegliare il senso della nostalgia di Dio costituendo nella città dell’uomo un germe di irradiamento. Naturalmente il piccolo germe deve seguire la tipologia della crescita pasquale di ogni seme: prima è scelto (vocazione), poi gettato nel solco (invio in missione), ove muore (marcimento), per diventare spiga, impastata nell’unità di un unico Pane (Chiesa), che dev’essere “spezzato e dato” (servizio).
Un gruppo di famiglie, raccolto attorno a un sacerdote aveva intuito la validità di tale spiritualità. Non voleva però che la costituzione di un gruppo fosse immediatamente intesa a livello operativo. Ciò che definisce un gruppo cristiano non è quello che fa, bensì quello che è, non è l’azione ma la carità. Così il gruppo voleva mantenersi fuori dalla logica dell’efficienza delle scelte immediatamente pastorali, anche per essere più pronto, eventualmente, agli appelli di Dio.
Si scelse pertanto di escludere ogni inutile preoccupazione per la prassi. Si misero a fuoco dei principi molto semplici: la famiglia è una piccola Chiesa. Quindi una comunità raccolta dall’amore trinitario, una comunità eucaristica e di preghiera. Il primo prossimo da amare è il coniuge o i figli. La prima azione apostolica è quella all’interno della stessa famiglia. L’apostolato essenziale non è costituito da azioni esterne, dall’esasperata presenza nei più svariati settori della vita apostolica (quante volte nasce una crisi sorda in famiglie onnipresenti nei più diversi ambiti della vita parrocchiale). L’apostolato primo è costituito dall’unione fra i coniugi. È il germe sconvolgente che già alle origini della Chiesa faceva aprire i cuori dei pagani alla meraviglia di un amore scambievole ritenuto impossibile.
Non si escludeva la possibilità di dedicarsi ad attività più importanti: ma esse avrebbero dovuto manifestarsi col tempo, essere ricevute come dono, e non come scelta nostra.
Dal 1979 il gruppo si avviò in un cammino insieme povero e ricco: povero di risultati, ma ricco d’attese. I momenti formativi per il gruppo sono costituiti da un incontro mensile (di solito è una domenica dalle 10 alle 16) e da un periodo di convivenza d’estate (nel 1985 il gruppo ha passato oltre una settimana alla Verna).
Una delle famiglie che aveva costituito il nucleo iniziale s’incontrò con il mistero di una chiamata a una speciale consacrazione di una delle sue figlie. Fu l’occasione che permise al gruppo di comprendere che nessuna vocazione è mai chiusa in se stessa, ma è inserita in un’orbita di forze gravitazionali.
Un’altra famiglia accolse una ragazza madre e permise alla propria figlia un’esperienza di missione.
Altri componenti del gruppo s’impegnarono in iniziative in difesa della vita, per gli handicappati, per la catechesi, ma sempre nel rispetto delle priorità richieste dalla vita di famiglia.
Infine una famiglia si sentì interpellata dalle richieste sempre pressanti di istituire casefamiglia. E così una giovane coppia, con una bambina di 5 anni, s’interrogò se non fosse il caso di trasformare la loro esistenza e di aprire la casa a ragazzi handicappati senza famiglia. Dopo un periodo di maturazione, un insieme di circostanze propizie ha permesso la realizzazione di una casa famiglia a Mandello Lario (Lecco). Ora la casa di Mandello è un po’ il centro del gruppo.
È interessante osservare come all’interno della casa è stata creata una cappella, che il gruppo ha voluto chiamare con il nome di Oreb. Il richiamo ad Elia non è casuale. Il profeta, scoraggiato dai molteplici fallimenti, voleva lasciarsi morire presso il cespuglio di ginepro. Ma l’angelo del Signore portò pane e acqua per il viaggio fino all’incontro con Dio sul Monte (1 Re 19, 1-18). Il gruppo in occasione di un incontro ha sentito il bisogno di realizzare con diversi segni questi contenuti. Nell’altare della cappella c’è l’immagine scolpita dell’angelo che porta all’uomo scoraggiato il pane e l’acqua. Sul tabernacolo c’è il tema del “carro di fuoco” (1 Re 2, 11-13). Si è voluto in tal modo indicare il tema della consegna della vocazione eucaristica del fondatore, don Luigi Monza, alle famiglie che si troveranno a pregare nella cappella. Al centro della cappella è stata collocata un’immagine scolpita in legno d’ulivo che rappresenta il Padre che sorregge la croce del Figlio. Sul cuore del Padre e sopra la croce c’è il simbolo dello Spirito. Qui non ci si è ispirati a Duerer o a Masaccio, perché si è cercato di esprimere l’idea della dimensione trinitaria della vocazione familiare e del fatto che anche il dolore “è entrato” nella famiglia di Dio.
Da ultimo un cenno al nome del gruppo: “Cana”. Più che riferirsi al banchetto nuziale, il gruppo ha sempre riflettuto piuttosto sul fatto che la parola di Cristo ha chiamato anche l’acqua a trasformarsi, a diventare una realtà nuova, un segno nuovo: come la famiglia (è stata questa l’esperienza del gruppo) che riscopre dopo un certo numero di anni che non è insieme per un contratto o perché ci sono i figli, ma per una chiamata.