Un messaggio dei Vescovi Piemontesi alle loro Chiese sulle vocazioni
La celebrazione dell’ultima giornata mondiale di preghiera per le vocazioni ha offerto l’opportunità alla Conferenza Episcopale Piemontese di una approfondita riflessione sul problema vocazionale nella nostra regione.
Ne è nato un messaggio articolato in sei punti che cercheremo di presentare in questo contributo. Il Card. Ballestrero nell’ introdurre il documento individua subito una triplice costante che ne fa da ideale chiave di lettura: la “profonda preoccupazione pastorale”, l’ “affettuosa partecipazione” e la “speranza” che è fermento di attività e sguardo fiducioso al futuro.
La necessità di un’autorevole proposta programmatica per una rinnovata attenzione vocazionale non nasce come una tavola fuori testo nella pastorale piemontese. Un occhio realistico alla situazione attuale regionale fa emergere non solo il preoccupante calo nelle file del clero diocesano e degli istituti religiosi e secolari, ma pure la pressante necessità di rinnovate personalità vocazionali, formate alla luce dei nuovi problemi sociali e umani di cui la nostra regione è cifra emblematica (informatizzazione ed industrializzazione, e conseguenti problemi del lavoro, crisi della famiglia, della struttura psicologica della persona…).
Tutte sfide che la Chiesa deve raccogliere e che quelle persone che in essa hanno ricevuto il carisma di una speciale consacrazione non possono disattendere. Lo stesso richiamo fatto da Giovanni Paolo II nella recente visita ad limina dei Vescovi Piemontesi alla complessa situazione vocazionale fa intravedere in questo documento un necessario punto di riferimento per la pastorale dei prossimi anni.
La ragione di un titolo
La titolazione del messaggio desunta dal celeberrimo loghion evangelico “La messe è molta, ma gli operai sono pochi” focalizza ciò che poco prima abbiamo cercato di spiegare. La scarsità di “operai” nel campo del mondo e della Chiesa va rapportata non tanto ad un raffronto con età “più felici” sotto questo proposito, ma con le necessità oggettive di una concreta regione, necessità che domandano la dedizione piena ed appassionata alla causa del Regno.
Questa preoccupazione si precisa al n. 1 del documento che viene proposto come pagina di riflessione a tutta la comunità ecclesiale e non solo agli addetti ai lavori.
In partenza i Vescovi precisano i due luoghi insostituibili per una pastorale ed una maturazione vocazionale: una comunione viva e la famiglia.
Una comunità viva
È il pilastro fondamentale per l’azione dello Spirito. Colui che dà i doni e soffia dove vuole, tuttavia “ordinariamente non salta le persone e le situazioni, ma le coinvolge facendole partecipi del suo mistero di fecondità per la vita della Chiesa e del mondo”.
In particolare l’immagine che le comunità dovranno assumere per essere più “vocazionali” e capaci di “offrire alla storia il Mistero di Cristo” comprende la pluralità ministeriale compaginata nella comunione alla luce dell’ esempio ecclesiologico trinitario e la “missionarietà” quale “concreta circolazione dei doni dello Spirito”.
La famiglia
La famiglia è anch’essa una comunità scaturita non solo dal consenso umano, ma in profondità dal sigillo sacramentale. Così essa diventa luogo di maturazione vocazionale per i figli solo se non si lascia irretire dal “consumismo dilagante” e non delega il suo ruolo insostituibile di educatrice alla vita e alla fede. Allora si potrà creare quell’humus di attesa paziente di un “dono di Dio”, di un progetto che non sarà totalmente avulso dai valori creduti ed insegnati, ma naturalmente si inserirà nella storia di fede che il ragazzo o il giovane avrà assimilato dai genitori.
Le tappe
Il documento al n. 4, sulla scorta delle indicazioni conciliari (LG 4;44) passa a considerare la necessità di vocazioni di speciale consacrazione (“doni carismatici”) e del ministero ordinato (“doni gerarchici”). “Entrambi – si precisa – sono necessari, anche se a titolo diverso alla natura della comunità ecclesiale”.
La maturazione verso una scelta di questo tipo, e più generalmente, ad una visione della vita non in termini di autoprogetto, ma come avente la sua scaturigine dall’alto (vocazione) e vissuta nella fedeltà progettuale conseguente, passa attraverso 4 tappe:
– La percezione della vita come dono (l’Amore che chiama ciascuno alla vita).
– La fede come chiamata alla Chiesa (età della preadolescenza ed adolescenza viste come tempo per far maturare il senso di partecipazione alla comunità cristiana).
– La chiamata “nella Chiesa” (definizione della propria identità vocazionale: passaggio dalla giovinezza all’età adulta).
– La “chiamata dalla Chiesa al Regno” (la meta del camminare della Chiesa nella Storia, cioè la comunione piena con la Trinità).
In particolare sono le ultime due tappe che dovrebbero essere maggiormente approfondite – secondo i Vescovi – nelle catechesi. La terza perché un preciso progetto di vita per troppi giovani è ancora casuale e dato per scontato secondo l’ideologia del “tutti fanno così, dunque mi adeguo”; l’ultima perché fa cogliere la relatività di ogni esistenza quando viene posta alla luce della richiesta di quel Dio che ci chiederà la fedeltà nell’amore là dove e come ci ha chiamati.
Da una corretta articolazione delle quattro tappe dipenderà la felicità e la percezione della propria realizzazione che ogni giovane più o meno visibilmente ricerca superando la tensione del desiderio continuo destinato a stancare presto e a non offrire gioia.
Gli operatori
I Vescovi riconoscono e precisano con una certa diffusione il ruolo decisivo del prete chiamato a dire con la vita il senso pieno dell’essere incorporati in Cristo e chiamati alla sua sequela.
Realisticamente però, avvertono le difficoltà che i sacerdoti trovano nel loro ruolo di animatori vocazionali:
– la controproposta allettante della cultura reclamizzata;
– la difficoltà di aggancio con i giovani, che non è solo un problema di linguaggio, ma vera e propria distanza fra due mondi;
– il timore reverenziale nel fare proposte di consacrazione.
Non di meno si reclama dai preti – e così pure dai religiosi/e – la testimonianza trasparente e il coraggio della “proposta” per non spegnere le intuizioni che il Signore non lascia mancare nel cuore dei giovani. Si tratterà anche di evitare progetti formativi “a bassa quota”, a corto respiro, ma di aprire ad essi – attraverso la direzione spirituale, l’impegno del servizio… – gli orizzonti ampi del campo del Regno.
Le proposte operative
Il n. 6 del documento (si tratta della parte più ampia e dettagliata) si sforza di tradurre secondo l’ottica della concretezza un “progetto vocazionale” nei suoi singoli elementi.
Ci limitiamo ad elencarli perché si tratta di argomenti già ampiamente dibattuti nella rivista:
– la preghiera come invocazione e come discernimento, luogo essenziale e vero di maturazione vocazionale;
– la Parola di Dio e la Carità quali “respiri” insostituibili di ogni progetto;
– i gruppi visti come luoghi pedagogici per impostare cammini autentici di formazione (superando la “frammentazione” delle esperienze). In particolare sia quelli aperti ai ragazzi (chierichetti, ACR,…) perché già in loro è possibile cogliere segni di vocazionabilità; sia quelli giovanili, associazioni e movimenti mirati alla formazione di una fede matura;
– la funzione guida degli istituti di formazione (seminari e case religiose) come luoghi aperti e fraternità di accoglienza per alimentare la ricerca;
– la formazione di animatori vocazionali (non solo sacerdoti e religiosi!) nel concreto tessuto diocesano e zonale;
– la crescita di esperienze già collaudate e “tipiche” della nostra Regione: i “gruppi diaspora”, le “scuole di preghiera”, gli incontri vocazionali per i ragazzi (e la conseguente preoccupazione per i seminari minori).
L’anno mariano
La supplica finale dei Vescovi rivolta a Maria, madre tenerissima e modello di ogni vocazione, colloca idealmente questo messaggio nella grazia dell’Anno Mariano che tutti stiamo vivendo.
La Madonna, orante con i discepoli nel giorno di Pentecoste, diviene motivo carico di affetto per implorare dallo Spirito nuovi doni per una efficace stagione pastorale.