Immagini della vocazione. Risultati di un’inchiesta del C.D.V. di Lucca
Mi è stato affidato il compito di leggere e interpretare i risultati di una rilevazione effettuata dal C.D.V. Alcuni membri del Centro hanno curato la formulazione di un questionario sulle problematiche vocazionali ed hanno raccolto circa 500 risposte tra i giovani della Diocesi, in larga prevalenza appartenenti a gruppi ecclesiali. Non si tratta di una vera e propria ricerca sociologica: eppure questo sforzo conoscitivo mantiene un significato di rilievo ed offre spunti di riflessione estremamente interessanti.
Occorre precisare che ogni considerazione svolta qui di seguito va riferita a giovani studenti in età compresa tra i 16 e i 19 anni.
Articoleremo queste brevi note intorno a due temi fondamentali che emergono dall’indagine: (1) la prospettiva esistenziale dei giovani intervistati, (2) le immagini della speciale consacrazione.
1. La prospettiva esistenziale
Con riguardo ai riferimenti generali di “senso” della propria personale esistenza, gli interrogati manifestano la tendenza ad una “polarizzazione” tra un orientamento pragmatico (“cultura della vita quotidiana”) e un orientamento progettuale (l’esistenza come realizzazione di un progetto intenzionalmente assunto dal soggetto). Infatti soltanto poco più della metà ritengono di “dover” realizzare un progetto nella propria vita, mentre la restante quota di intervistati rivelano la tendenza ad offrire “risposte corte” (“vivo alla giornata”) o manifestano forti incertezze.
Occorre mettere in evidenza la forte differenziazione degli orientamenti tra maschi e femmine: le ragazze evidenziano una prospettiva marcatamente progettuale-totalizzante; tra i ragazzi risultano molto più diffusi orientamenti pragmatici e sintomi rilevanti di indeterminatezza dei riferimenti esistenziali, cosicché solo una piccola parte di essi afferma di possedere un “progetto” per la propria vita.
Con riguardo agli “obiettivi generali” che si intendono perseguire nella propria esistenza (obiettivi centrati sulla solidarietà/obiettivi ego-centrati), si deve rilevare che non raggiungono neppure la metà del totale i giovani che dichiarano di sentirsi coinvolti dai problemi degli uomini del nostro tempo e che manifestano l’intenzione di dare un contributo per la loro soluzione. Gli orientamenti alla solidarietà sociale e “universalistici” appaiono dunque scarsamente diffusi anche all’interno di un subuniverso giovanile – com’è quello dei gruppi ecclesiali – i cui tratti caratteristici dovrebbero essere costituiti non secondariamente proprio dallo “spirito di servizio” e di “condivisione”. A questa solidarietà debole (e universalismo debole) fa riscontro la tendenza ad operare una “integrazione” compromissoria tra orientamenti particolaristici e solidali universalistici. Mantiene rilievo la differenziazione tra maschi e femmine: le ragazze in misura considerevole dichiarano di perseguire obiettivi ispirati alla solidarietà, mentre i ragazzi manifestano una prevalente tendenza a “combinare”, a far convivere percorsi individualistici insieme a meno angusti propositi di “condivisione”.
Va inoltre rilevato che solo tre giovani su cinque palesano una pur generica consapevolezza del progetto di Dio sulla loro personale esistenza e che, quindi, ben il 40% manifestano di non riconoscere la propria vita come “vocazione”. Una quota davvero considerevole dei giovani appartenenti ai gruppi ecclesiali della Diocesi quindi non giunge neppure a percepire la esistenza come personale chiamata e progetto di Dio. Questo dato – preoccupante, più e prima ancora che sorprendente – rivela una vistosa carenza di formazione, una catechesi inadeguata, che manifesta un’esperienza di Chiesa tanto inconsistente (“insignificante”) da rendere non riconoscibile per molti giovani il progetto di Dio sulla propria vita.
Due le considerazioni di sintesi che qui si propongono dopo la lettura di questi primi risultati.
I dati raccolti indicano la forte differenziazione degli orientamenti tra ragazzi e ragazze, che appare come una sorta di “separazione”, nei gruppi ecclesiali della Diocesi, tra una subcultura maschile (pragmatica, incerta, flessibile, con deboli riferimenti di senso) ed una subcultura femminile (progettuale, aperta alla solidarietà, capace di riconoscere il senso della personale vocazione). Si potrebbe dire che i ragazzi si avvicinano assai più delle ragazze al modello della “generazione della vita quotidiana”, che emerge dalle più recenti ricerche sulla condizione giovanile. In prima approssimazione si può ipotizzare che i maschi del campione considerato siano, rispetto alle femmine, maggiormente “esposti” ai processi sociali di differenziazione (tipici delle società ad elevata complessività), che producono su vasta scala la perdita di forti riferimenti di senso e la crisi degli “universi simbolici integrati”[1].
Ciò che in questa sede interessa sottolineare è la scarsa incidenza e significatività dell’esperienza ecclesiale proprio per quei soggetti che subiscono le più forti pressioni ad adeguarsi ai modelli della “normalità” socioculturale (il cui numero è destinato a crescere, con l’intensificarsi e il consolidarsi dei processi sociali di differenziazione).
Da qui nasce la seconda considerazione. I soggetti intervistati, che appartengono alla generazione nata dopo il Concilio Vaticano II, mostrano in misura consistente una prospettiva esistenziale individualistica e pragmatica, in cui scarso è lo spazio per il progetto di Dio. Domandiamoci: in quale Chiesa hanno vissuto per giungere a maturare tanto diffusamente una visione della propria vita, come quella appena ricordata? E ancora: quale confidenza con la Parola si è appresa nella Chiesa? Quali le esperienze significative di preghiera e di fraternità compiute nella comunità cristiana?
Come spesso accade, si ragiona intorno alle questioni dei giovani e si scoprono i problemi degli adulti. Nel nostro caso il quadro complessivo delle risposte raccolte induce a considerare che la “qualità” della vita della comunità cristiana (a livello di catechesi, liturgia, preghiera, servizio e fraternità) costituisca il fattore più rilevante che incide sulla maturazione di una piena consapevolezza della personale vocazione e della “ministerialità” di tutta la Chiesa[2].
Con queste premesse, non deve sorprendere che alla domanda “come pensi di conoscere il disegno di Dio su di te?” le risposte manifestino una prevalente mancanza di consapevolezza della “chiamata” personale che Dio rivolge ad ognuno nella Chiesa (113 casi). Anche quando si riconosce che Dio ha un progetto sulla propria vita, si resta in una indeterminatezza (52 casi), che manifesta un’esperienza ecclesiale e spirituale assai modesta, tanto da far pensare ad un’immagine della vocazione ispirata più al fatalismo (il destino, i segni della vita) che alla fede in Dio, che chiama alla costruzione del Regno. Una quota di giovani molto ridotta (45 casi) dichiara di aver maturato la consapevolezza della propria vocazione attraverso la preghiera. Tuttavia il dettaglio delle risposte fa apparire questa esperienza di ascolto e di silenzio come rapporto pressoché esclusivamente “privato” con Dio e rivela la presenza di una religiosità “invisibile” (proprio perché tutta privata), piuttosto che una piena e consapevole partecipazione alla vita ecclesiale. Non manca poi una visione prevalentemente psicologica e riduttivamente esistenziale della problematica vocazionale (39 casi), con punte di forte individualismo (ad esempio: “il progetto di Dio è aderente alle mie ambizioni”) e di sola espressività (ad esempio: “conosco il progetto di Dio seguendo il mio istinto, mirando alla felicità”). Va rilevato che tra le vie che in concreto vengono seguite per discernere il disegno di Dio, gli ultimi posti sono occupati dall’ascolto della Parola e dalla piena partecipazione alla vita della Chiesa. Questo dato sconcertante, oltre a confermare le considerazioni critiche sin qui fatte, “qualifica” le esperienze di preghiera e tutto ciò che viene indicato come “approfondimento della fede”, “impegno di servizio”, “vita di gruppo”. Lontano dalla Parola, la ricerca del proprio personale cammino – quando esiste – può divenire ripiegamento intimistico; e il generico impegno da “buon cristiano” lascia intravedere una staticità dell’essere, che prelude al trionfo del fare.
2. La speciale consacrazione
Per una lettura delle immagini della speciale consacrazione, i dati non presentano particolari difficoltà. È sufficiente qui evidenziare che solo una minoranza ha pensato “almeno una volta” ad una speciale consacrazione e che tale prospettiva è sorta, in prevalenza, all’insegna dell’espressività o nell’ambito di rapporti interpersonali. Si deve sottolineare che la reazione più diffusa, di fronte alla prospettiva della speciale consacrazione, è stata di tipo individuale (“ho chiarito da solo il problema”) o ha manifestato la tendenza alla “rimozione” del problema vocazionale (“ho cercato di non pensarci”). Questi atteggiamenti risultano adeguatamente comprensibili se collocati all’interno di uno “stile” delle nostre comunità, che fa della chiamata personale un fatto privato. Ne è testimonianza la scarsa quota di giovani che, di fronte alla prospettiva della speciale consacrazione, hanno affrontato il problema cercando con altri di verificare l’autenticità di una particolare vocazione nella Chiesa.
Anche se ben tre intervistati su cinque non hanno mai pensato alla speciale consacrazione per la propria vita, la grande maggioranza dichiara che vale la pena, per un giovane di oggi, consacrarsi a Dio. Sembra di poter leggere in ciò una frattura tra immagini e esperienza, una sorta di “ideologia della speciale consacrazione”, in cui la coscienza è separata dalla vita.
La mappa dei motivi per i quali la speciale consacrazione ha ancora oggi valore, delinea un immagine del consacrato carica di ambiguità e di incertezze, che mette conto sottolineare. Riemerge puntualmente il tratto individualistico di ogni rappresentazione intorno alle problematiche della vocazione nella Chiesa. Il consacrato, inoltre, è visto come “esperto di umanità” (“filantropo”, nell’espressione di Giacomo Lercaro), più che uomo e donna donati totalmente a Dio e ai fratelli. Allorché si sottolinea la dimensione dell’annuncio della Parola e della diffusione della fede – come elementi caratterizzanti la vita del ministero ordinato – affiora in molte risposte l’idea che l’impegno missionario e la funzione profetica siano ambiti di esclusiva pertinenza di “figure particolari” nella Chiesa. Colpisce soprattutto l’incapacità diffusa di definire il consacrato entro una Chiesa scompaginata, per cui alla genericità va a sommarsi una assoluta indeterminatezza. Non si riesce a riconoscere e “chiamare per nome” il consacrato nella Chiesa.
La straordinaria diffusione di un’immagine del consacrato che resta al di fuori del contesto ecclesiale suggerisce qualche interrogativo. Muovendo dalla considerazione secondo cui sono le figure concretamente presenti e operanti, anche nella Chiesa, che forgiano in larga misura le immagini, c’è da chiedersi se il consacrato si presenta ed opera come membro di una comunità di fratelli nella fede, nella speranza e nella carità, con una funzione specifica in una Chiesa “tutta ministeriale”. C’è da chiedersi se la comunità cristiana riesce a vivere come Chiesa il dono (e il mistero) della vocazione: “I cristiani come membri della Chiesa, sono tutti, sebbene in modo diverso, dei segregati(non separati) per la missione: perciò dei chiamati. La vocazione, che è personale e dialogica, ha la sua origine nell’iniziativa di Dio, è legata alla Chiesa, per genesi, per destinazione e per collocazione” (Bartoletti, 1973). C’è da chiedersi, infine, se la Chiesa non debba riscoprire essa stessa la funzione del “proporre” e del “chiamare” (come ci è ricordato in At 1 e 6, a proposito dell’elezione di Mattia e Stefano).
Non ci sono conclusioni, al termine di queste brevi note, ma un cammino di fedeltà all’Evangelo, che, come Chiesa, siamo chiamati a compiere. È la dimensione “esemplare”, di cui parla il Vescovo nel PPV al paragrafo 11: “Siamo tutti chiamati a farci una Chiesa tutta ministeriale”. Il che vuol dire far riscoprire ad ognuno il proprio dono, farlo esercitare a bene di tutti e far emergere così lo specifico e preciso splendore delle vocazioni di speciale consacrazione.
Note
[1] Si pensi, ad esempio, alle pressioni che la famiglia opera “selettivamente” nei confronti del figlio o della figlia, in vista dei loro percorsi lavorativi, con i risvolti soggettivi in termini di responsabilizzazione – colpevolizzazione: da ciò una forte sollecitazione per il figlio ad adeguarsi a modelli pragmatici e flessibili, che consentono di limitare i costi immediati della non-consequenzialità tra percorsi formativi e sbocchi lavorativi.
[2] Si veda in proposito il Piano pastorale Diocesano per le Vocazioni ai paragrafi 7-9 e si ricordi, più in generale, “lo spirito” dell’intero piano pastorale per gli anni ‘80.