N.03
Maggio/Giugno 1986

Parrocchia, famiglie e vocazioni

La parrocchia in questi ultimi anni è stata sovente “nell’occhio del ciclone”. Da una parte la piena riscoperta, contenuta nei documenti del Concilio, della dimensione comunitaria della vita cristiana ha sottolineato l’importanza basilare di questa “cellula primaria” della Chiesa. Dall’altra sono via via andati in crisi molti schemi e strutture su cui la “vecchia parrocchia” si basava.

La scoperta, attraverso una forte spiritualità comunitaria come quella del Movimento dei Focolari, che era davvero possibile mettere Dio al primo posto nella vita ed amare concretamente, ha portato la mia piccola parrocchia a gustare alcuni frutti di quel rinnovamento della Chiesa che il Concilio ha desiderato e sperato.

Anche dall’albero antico della parrocchia ha fatto capolino la nuova primavera. Lo sforzo di attuare il Comandamento Nuovo, di ritrovarci per approfondire e vivere la ‘Parola di Vita’ ha fatto sì che Gesù prendesse posto, a poco a poco, nella vita di ognuno e il gruppo che fin dai primi anni del dopo Concilio si è impegnato in questo stile di vita più comunitario ha sperimentato di essere sempre di più una famiglia, Corpo Mistico di Cristo, fino a coinvolgere l’intera parrocchia.

Tutto acquista un’aria diversa, dall’armonia dei riti, della chiesa e delle case, alla capacità di accoglienza e di aiuto verso i casi più difficili. Si scopre che è veramente possibile vivere certe dimensioni che sembravano sepolte per sempre, dal “cuor solo e anima sola” nel crescere spiritualmente insieme, alla effettiva comunione dei beni.

In mezzo alla normalità della routine quotidiana, con le consuete difficoltà di vita di relazione sia pubblica che privata, Dio è diventato un protagonista che è costantemente coinvolto dalla vita della comunità.

Si è scoperto che la chiave d’oro della vita cristiana è la croce, come spessore e misura dell’amore vissuto. I singoli e la comunità acquistano così in qualche modo le caratteristiche spirituali di Maria, in particolare nella [unzione di essere Madre di Gesù, generando quella presenza di Cristo, promessa dal Vangelo: “dove due o tre sono uniti nel mio nome, là sono Io in mezzo a loro” (Mt 18,20) che veramente – come ebbe a dire Paolo VI – è il “cemento costitutivo” della comunità cristiana.

La presenza viva di Gesù nella comunità non può non coinvolgere, non far sentire la sua chiamata, non suscitare un fascino. È perciò naturale che ognuno percepisca il senso vocazionale della vita, l’importanza di ricercare e di fare la volontà di Dio, di scoprire e di realizzare il disegno di Dio su di sé, visto come traguardo massimo della propria realizzazione umana e cristiana, personale e sociale.

 

Così, infatti, Eugenio, oggi missionario in Brasile, alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale mi scriveva: “Ho sempre considerato la comunità di Vallo come il mio secondo seminario. A Vallo ho scoperto una dimensione nuova, dimensione dell’amore che costruisce la Chiesa. Qui mi si è allargato il cuore sul mondo. In questo clima di Chiesa viva anche la mia vocazione specifica di religioso missionario si è illuminata sempre di più. Questa vita di comunione mi ha dato modo di gustare gli studi di teologia, perché quello che mi veniva insegnato, lo vedevo vissuto, e in qualche modo lo vivevo anch’io”.

 

Roberto nel fortissimo clima soprannaturale che aveva caratterizzato i funerali di una ragazza molto impegnata e viva nella comunità, ha sentito sorgere in sé una domanda: “Perché non ti consacri totalmente a Dio, diventando sacerdote? Cercai a lungo una risposta, ma non ne trovai nessuna valida, per cui dissi a Dio: se Tu vuoi diventerò sacerdote; in Te troverò la forza”, e nel 1976 riceveva l’ordinazione sacerdotale.

 

Giovanni, diacono permanente che oggi svolge il suo servizio in una parrocchia di Torino, scriveva sul nostro Bollettino Parrocchiale: “Capisco che questa vocazione e quanto riesco a donare lo debbo, oltre che al Signore che tanto mi ama, a questa mia comunità che mi ha fatto riscoprire la bellezza del cristianesimo, che mi è vicina, mi sostiene, mi aiuta nell’impegno e che sempre più è diventata la mia seconda famiglia”.

 

Anche nel ringraziamento che il nostro diacono Valeriano rivolgeva al Card. Ballestrero al termine della sua ordinazione si coglieva l’entusiasmo di appartenere ad una comunità che “ti stimola a vivere il Vangelo e ti accompagna nel portare a maturazione i doni di Dio”.

 

Domenica 20 aprile u.s. Carlo è stato ammesso al diaconato permanente e nell’incontro settimanale di catechesi parrocchiale confidava agli amici: “… sono gioioso e felice. Mi sento chiamato da Dio a fare questa scelta ed è una cosa meravigliosa. Però sarei rimasto solo se non avessi trovato questa comunità parrocchiale. E da solo che cosa avrei fatto? ”.

 

La Parola di Dio vissuta, forza aggregante dell’amore scambievole, ha determinato quindi quel terreno fertile su cui crescono e maturano le vocazioni. Molti hanno trovato un loro modo tipico di servire nella comunità e ho visto gradatamente fiorire varietà di carismi e di misteri.

 

Anche lo sposarsi nel Signore viene colto e vissuto come vocazione. 

Claudio e Tiziana nella formula del loro matrimonio esprimevano il desiderio di “iniziare insieme un cammino di santità, impegnandosi con l’aiuto del sacramento e il sostegno della comunità ad amarsi nella volontà di Dio, per significare e partecipare così all’amore che Cristo ha per la sua Chiesa; e poter essere un cuor solo e un’anima sola in donazione ai fratelli”.

 

E così nel matrimonio di Giorgio e Gianna si coglieva come nel sacramento, che fonda la famiglia cristiana, è Dio che entra nella vita di questi sposi in modo nuovo, costituendoli nella società e nella Chiesa in una realtà ontologicamente nuova: essere marito e moglie, consacrati insieme all’Amore.

Mi sembra d’aver colto più volte come la preparazione degli sposi in un fidanzamento vissuto nell’apertura più totale a Dio e agli altri, nella purezza e nel servizio attivo alla comunità, esploda poi nella celebrazione del loro matrimonio in una “festa” veramente cristiana ricca di frutti.

La compiutezza di Claudio che manifestava la comprensione più piena del passo che stava compiendo di fronte a Dio, a loro stessi e alla Chiesa; il suo atteggiamento sempre vigile perché mai l’ambiente scadesse dal suo tono di festa soprannaturale e delicata, e la gioia semplice, contenuta ma sprizzante di serenità e di freschezza di Tiziana mi hanno fatto balenare alla mente la definizione che Papa Giovanni diede del Concilio: la primavera della Chiesa. Qui intravedo la chiesa e la sua primavera. Ho colto come i due sacramenti sociali dell’ordine e del matrimonio concorrano insieme ad edificarla. Sovente noi preti siamo chiesa, ma non primavera, perché disancorati dal tempo e clericali; oppure si è estemporanei, attivisti effervescenti delle cose di Dio, ma non si dà al popolo del Signore il vero senso della Chiesa.

In occasione della giornata mondiale delle vocazioni mi ha colpito leggere su un settimanale diocesano questo trafiletto: “Il mistero della chiamata di Dio si fa presente là dove la Chiesa si lascia fecondare dallo spirito. Non è tanto importante che generi preti, suore, laici consacrati, ma che generi soprattutto santi”.

La famiglia che cammina in questa tensione verso la santità, per la grazia di comunione e di fecondità che ha, è sorgente di vita per la comunità ecclesiale, è dono dello Spirito che concorre a generare la Chiesa.

I genitori, crescendo i figli nell’amore a Dio, alla Chiesa, ai suoi sacerdoti in un clima ecclesiale vivo e sereno, sono sensibili a cogliere i primi palpiti di una vocazione che nasce e che sboccia.

E la famiglia stessa, così inserita in un contesto di comunità viva nella fede e sostenuta dalla sua solidarietà e dalla testimonianza quotidiana di vita, non si sente sola nell’assolvere a questo delicato compito di collaborare con Dio perché sui propri figli si realizzi il suo disegno di amore.