N.05
Settembre/Ottobre 1986

AGESCI e vocazioni

Lo Scoutismo è un metodo educativo che ha come scopo di aiutare ragazzi e ragazze dagli 8 ai 20 anni a compiere scelte libere e responsabili: a conclusione dell’itinerario educativo essi dovrebbero essere in grado di compiere una scelta globale, ispirata ai valori proposti, capace di orientare la vita futura in campo affettivo, nel lavoro e nei rapporti all’interno della società civile ed ecclesiale.

Il metodo scout parla a questo proposito di “autoeducazione” per mettere in evidenza che l’educatore deve soltanto aiutare, stimolare, accompagnare il ragazzo, attento a far si che le sue scelte siano autentiche e cioè pienamente personali.

Il “sapersi educare da sé” è il fine del compito educativo scout, non dunque un lavoro compiuto, rifinito ma un lavoro in divenire di cui però il giovane è divenuto in proprio provetto architetto. Paradossalmente al termine del ciclo educativo scout non c’è un “arrivo”, un traguardo ma la “Partenza”, è li che per il giovane è giunto il momento di abbandonare il Clan ed attuare al di fuori della Comunità Rovers/ Scolte le proprie scelte di vita, rispondendo in tal modo alla propria vocazione. Termina così l’itinerario educativo proposto dallo Scoutismo e comincia quello di “educazione permanente” dell’adulto.

In termini cristiani la scelta globale di vita è “vocazione” perché è una scelta sempre in risposta ad una chiamata di Dio: chiamata alla vita innanzi tutto e poi alle principali modalità con cui questa vita deve essere vissuta.

Che lo scoutismo educhi alle scelte vocazionali, fra cui da sempre molte vocazioni di vita consacrata, è un fatto evidente che dà ragione oltretutto allo sviluppo dell’Associazione scout in Italia (l’AGESCI ha oltre 150.000 iscritti) e nel mondo (oltre 20 milioni). Nel febbraio 1985 si è svolto in proposito a Roma, un Convegno Assistenti proprio su questo tema: “Come educare alle scelte vocazionali”[1].

La ragione di questa capacità di educare alle scelte vocazionali sta nel fatto che nello Scoutismo è molto importante educare all’“ascolto” della voce di Dio che parla nella natura e nella Bibbia: i due grandi libri, come dice Baden Powell, necessari per dare una base religiosa alla vita, intraprendere la strada verso la felicità, evitare di farsi ingannare dai ciarlatani antireligiosi.

Il gioco, l’avventura, le tecniche e i riti scout possono apparire ad osservatori superficiali soltanto strumenti per divertire i ragazzi. Sono invece una modalità pedagogica profondamente ispirata alla pedagogia biblica, come appare, ad esempio, da alcune parole “chiave” del metodo scout.

Il motto dello Scout è l’evangelico ‘Estote parati’: siate attenti, pronti, disponibili allo stupore, all’avventura, a fare qualcosa.

L’impegno che si rinnova nella varie tappe dell’itinerario scout è la “Promessa” con evidente richiamo alla Bibbia tutta permeata dalla promessa fra l’uomo e Dio (alleanza). Alla Promessa segue (non la precede, né è sullo stesso piano) la “Legge” come necessaria sua concentrazione.

L’obiettivo finale di tutto lo Scoutismo è “servire” di evidente derivazione biblico evangelica. Il servizio del prossimo è mettere in pratica la fede religiosa nella vita di ogni giorno.

Anche la parola “Partenza”  usata per il rito che segna la fine dell’itinerario educativo e l’entrata nella responsabilità della vita adulta, richiama chiaramente l’atteggiamento fondamentale del “partire” di Abramo, padre dei credenti.

 

 

 

Per superare gli ostacoli alle scelte vocazionali

Questa mentalità così radicata nello Scoutismo secondo la quale la vita è una chiamata cui rispondere con un progetto di cui si è responsabili protagonisti è tutt’altro che diffusa nella cultura attuale. I maggiori scogli contro i quali s’infrange sono:

 

* lo spontaneismo

Il mito radicale afferma: solo ciò che è spontaneo è buono, l’uomo liberato da ogni condizionamento non può che fare il bene. Tale concezione che non fa i conti con il problema del peccato che rende ogni realtà umana sì buona in quanto creata ma anche bisognosa di redenzione, finisce per non riconoscere il valore del sacrificio, dell’autocontrollo, della fatica, condizioni essenziali per un cammino di conversione.

Lo Scoutismo, educando in vari modi a questi valori, mostra concretamente quanto sia mistificatorio il mito spontaneistico perché prospetta loro di raggiungere grandi ideali senza insegnar loro la fatica e la coerenza che sono necessari per realizzarli;

 

* il determinismo

Una mentalità di tipo determinista per cui ognuno è frutto della sua storia, che lo condiziona lo rende com’è “inevitabilmente” escludendo quindi una sua diretta responsabilità personale. Questo sentirsi il frutto del proprio passato senza una reale capacità di indirizzare la propria vita è un portato dannosissimo di ideologie tipo la psicoanalisi e il marxismo. Tali concezioni si sono dimostrate false nella storia e sempre più, si evidenzia il ruolo creativo di ogni singola creatura. L’uomo insomma non è rigidamente determinato dal suo passato ma piuttosto improntato dal suo futuro che è capace di reinventarsi continuamente. Allo stesso modo un buon Capo scout è colui che non incasella i ragazzi con giudizi che li fissano al loro passato, ma colui che sa vederli ogni giorno diversi, che li immagina proiettati nel domani;

 

* la mentalità assicurativa

Ancora un grosso ostacolo è la mentalità assicurativa che si diffonde ad ogni livello per cui in ogni cosa devo essere garantito, non posso rischiare. Attraverso lo Scoutismo, che si pone in un clima costante di avventura, il ragazzo impara quanto sia importante l’avventura per rispondere alla propria vocazione. Il nostro è un mondo che gioca in difesa preoccupato soprattutto di non perdere ma se a livello generale di garanzie sociali ciò può essere giustificato, a livello personale diventa un modo di rinunciare a vincere, ad essere fino in fondo se stessi;

 

* la diffidenza

Accanto alla mentalità assicurativa c’è l’elogio della diffidenza. Il messaggio che passa dovunque ai giovani è “bada a farti i fatti tuoi, gli altri sono comunque dei potenziali nemici” anche dove queste cose non si dicono esplicitamente, nelle famiglie cristiane e nello Scoutismo, il messaggio che si respira è talvolta questo. Lo Scoutismo invece si fonda sulla fiducia che è proprio l’inverso della diffidenza, e la fiducia, in fondo, altro non è che parente povera della fede;

 

* lo scetticismo

Anche gli ideali sono in crisi: non solo questo o quell’ideale ma lo stesso concetto di ideale. I giovani vivono un’estrema frammentarietà di ambienti diversi, senza una proposta organica ed esplicita e dovunque prevale il relativismo, la confusione, per cui non è considerato giustificabile. I giovani non hanno più neppure da abbattere e criticare, non hanno nulla cui contrapporsi e finiscono in una posizione scettica in cui l’unica cosa che conta è la propria soddisfazione personale. Lo Scoutismo ha un’enorme potenzialità proprio in quanto proposta ideale, fortemente motivante, ed è in questo che fonda il suo successo. Non si fanno le attività degli scout (che peraltro sono in molti oggi a fare) ma si è scout. Lo Scoutismo per essere vincente non deve preoccuparsi di essere competitivo con altri modi di impegnare il tempo libero, ma deve continuare a proporre una forza e nella concretezza ai giovani gli alti ideali cui si ispira;

 

* la complessità

Un altro scoglio che i giovani trovano ad interpretare la loro vita come protagonisti di un progetto è l’enorme complessità e talvolta complicazione della realtà in cui viviamo. Mentre un tempo i rapporti tra cause ed effetti erano più evidenti, oggi tutto è più oscuro, difficile, incomprensibile persino per meccanismi di cui continuamente si parla e che condizionano la nostra vita.

Tale situazione può suscitare nei giovani un senso di inadeguatezza, di piccolezza di fronte alla complessità delle cose per cui si ha l’impressione di non poter nulla nel bene e nel male, di essere ininfluenti e si rinuncia quindi ad invertire e persino a capire “tanto cosa posso farci io”.

Lo Scoutismo sceglie la vita all’aria aperta proprio come ambiente a dimensione del ragazzo, in cui il suo intervento, la sua competenza e lo spirito d’osservazione siano efficaci strumenti di cambiamento della situazione e crea una vita comunitaria trasparente a tutti in cui il contributo di ognuno è indispensabile al buon andamento del gruppo.

Lo scout impara che da tutte le difficoltà può uscire se si mette a faticare per migliorare la situazione e che questo lo si può fare con gusto, sorridendo e cantando e che ognuno ha il dovere di lasciare questo mondo un po’ meglio di come l’ha trovato.

 

 

 

La centralità del rapporto educativo

Abbiamo esaminato solo alcuni degli scogli più evidenti che impediscono lo svilupparsi della capacità di ascoltare, essere disponibili e progettare la propria vita come una risposta e lo Scoutismo sembra un buon antidoto ma solo se…

Solo se il ragazzo incontra nello Scoutismo degli adulti che siano persone significative. Il successo dello Scoutismo non sta mai in un’alchimia metodologica ma solo nel rapporto Capo-ragazzo. La chiamata per il ragazzo deve prendere le parole di qualcuno che sia autorevole, si deve incarnare, la scintilla che cambia la vita è sempre data dal rapporto con un’altra persona, e non certo da questa o quell’attività.

È dunque indispensabile un rapporto Capo-ragazzo che sia autentico, profondo, coinvolgente, duraturo nel tempo anche se si modificherà a seconda dell’età dell’educando: più parentale, di guida, di insegnamento delle regole in età Lupetti/Coccinelle (tipo Dio dell’A. T.); più intimo di amicizia, di condivisione, tipo fratello maggiore in età Esploratori/Guide (tipo il Cristo del N. T.); più paritario, di animazione, impercettibile per lasciare spazio ai giovani in età Rovers/Scolte; il timone della canoa va affidato progressivamente alle sole mani del ragazzo.

Compito del Capo non è semplicemente quello di indicare ai suoi ragazzi la strada da percorrere ma di camminare insieme a loro per dare sicurezza e fiducia nel cambiamento perché testimonia la gioia che deriva dallo sperimentare l’amore incondizionato di Dio.

1 ragazzi hanno bisogno di un uomo che si dedichi totalmente a loro non di animatori che diano briciole del loro tempo. Lo Scoutismo dà ai ragazzi un ideale ed uno spirito, li abitua ad interrogarsi per scoprire il progetto che Dio ha fatto per loro, gli fornisce occasioni per concretizzarlo e per tirar fuori le energie di cui dispongono, lavorando sodo e con gioia, ma ciò avviene solo se qualcun altro prima di loro ha capito che la felicità vera sta nel far felici gli altri ed ha sentito la voglia di donarsi a loro; è così che lo Scoutismo attacca e provoca movimento.

 

 

 

 

Note

[1] AGESCI, Educare alle scelte vocazionali, Borla 1985.