N.06
Novembre/Dicembre 1986

Un vescovo educa alla preghiera ed al discernimento vocazionale

Confesso che mi è difficile parlare di una esperienza, che non ha nulla di singolare e che altri realizzano certamente con più competenza di me.

C’è stata sempre in me una profonda convinzione: la preghiera e l’incontro con la persona di Gesù sono la via più adatta per suscitare nei giovani chiaro interesse al problema di una possibile chiamata alla consacrazione, al sacerdozio.

Da cinque anni pastore di due diocesi del Lazio (Veroli-Frosinone e Ferentino) ho continuato una attività che si era già sviluppata negli anni di apostolato in seno alla comunità palermitana.

Come inizio c’è stato l’invito ai giovani di scuola superiore indicati da alcuni parroci o conosciuti in qualche circostanza anche casuale. Si è stabilito di trovarci insieme periodicamente (ogni tre settimane) intorno all’altare della cappella nella mia residenza.

Il primo momento è costituito dalla recita dei vespri (o delle lodi), a cui fa seguito una riflessione sulla vita di Gesù, cercando nel Vangelo i diversi aspetti della sua straordinaria personalità (divinità – umanità – uomo per gli altri – la Sua preghiera – il Suo sacrificio – le Sue virtù – i suoi rapporti con il Padre e con lo Spirito Santo, ecc.) o facendo oggetto di studio di una pagina del Vangelo.

Dopo una mezz’ora di mia meditazione si sosta per qualche minuto in silenzio. Fioriscono poi le riflessioni personali, vero arricchimento per tutto il gruppo e incoraggiamento a conoscere Cristo per vivere in Lui. Ricordo che, un giorno, mi avvicinò uno che forse era presente per la prima volta e, ammirato di ciò che aveva ascoltato dagli altri, mi disse: “Non credevo che ci fossero giovani così!”.

L’incontro si conclude con alcune invocazioni spontanee o con altre già preparate, sempre attinenti al tema trattato.

I giovani hanno spesso gradito una o l’altra preghiera del Quoist.

Esso si esaurisce nello spazio di un’ora e mezzo, ma tre volte l’anno (vacanze di Natale, di Pasqua e fine dell’anno scolastico) si prolunga per tutta una mattina con un programma più ricco, dove c’è sempre del tempo in cui ciascuno riflette e scrive in un foglio ciò che ha meditato.

Ma questo non è tutto. Il momento più importante per l’educazione alla preghiera e al discernimento vocazionale è un altro: il contatto personale di ogni giovane con me nella direzione spirituale, a scadenza normalmente mensile.

Mentre nella riunione comunitaria vengono indicate le grandi linee della spiritualità che derivano dalla conoscenza di Gesù e del Suo Vangelo, a tu per tu con il singolo il discorso si personalizza e la stessa proposta vocazionale trova opportuna espressione quando mi accorgo che il momento è propizio. Accertata poi l’esistenza del problema o l’attenzione ad esso, il giovane viene guidato a considerarlo come fatto rilevante per trarne le conclusioni a tempo opportuno. Ed è ancora in questi contatti personali che si tratta con frequenza (quasi sempre!) il tema della preghiera. Insieme concordiamo le tappe successive di un impegno che non è solo di crescita quantitativa. Ho ben presente la norma che non a tutti si può chiedere tutto e subito: la legge della gradualità vale per ogni aspetto del cammino spirituale e, quindi, anche per la preghiera.

Dato il tema che mi è stato chiesto di trattare non parlerò d’altro, ma è logico che in un cammino spirituale, nella imitazione di Cristo, i giovani vengono continuamente stimolati a vivere per gli altri e a donarsi anche con specifici impegni di apostolato.

Mi si chiederà: e i frutti vocazionali? Per grazia di Dio sono confortanti. Diversi giovani sono ormai sacerdoti (esperienza precedente) o avviati al sacerdozio, e più di uno ha scelto la vita religiosa.

Ma debbo concludere con una importante informazione, che spiega tutto: per questa opera vocazionale pregano con insistenza tre monasteri di clausura delle mie Diocesi.