N.04
Luglio/Agosto 1987

Il ministero dell’animazione vocazionale parrocchiale

Vorrei iniziare questa riflessione proponendo un’esperienza personale. Quando nell’estate del 1986 uscì il Piano Pastorale per le Vocazioni notai con molto interesse che al n. 37 si dice: “Al fine di tenere costantemente viva la coscienza e la responsabilità di tutta la comunità cristiana per le vocazioni, e non certo come delega, è forse opportuno riconoscere il ministero di fatto e curare la formazione dell’animatore vocazionale parrocchiale, come servizio stabile reso da un laico adulto nella fede”.

Mi sono sentito confermato in una scelta ecclesiale che la nostra chiesa aveva fatto fin dal 1980 in modo organico e capillare.

Ora a distanza di alcuni anni, vorrei tentare di rivisitare quella scelta, vederne gli aspetti positivi, ma anche i numerosi limiti o le inadempienze.

Vorrei subito chiarire che la figura dell’incaricato parrocchiale per le vocazioni (IPV) va vista in continuità con la scelta fatta dal nostro vescovo per i ministeri laicali.

Fu proprio una delle sue prime preoccupazioni proporre l’immagine della Chiesa tutta ministeriale dove ogni cristiano è chiamato a vivere e ad esprimere la ministerialità della Chiesa.

Fedele a questa impostazione voglio approfondire la figura dell’ IPV e la spiritualità del suo ministero.

 

 

Chi è l’incaricato per le vocazioni

Essere incaricato parrocchiale (o di gruppo o di comunità) per le vocazioni è un ministero di fatto: deve avere perciò tutte le caratteristiche essenziali per essere tale: “un servizio reso alla Chiesa con una certa stabilità; conferito con esplicito mandato del parroco (o responsabile di comunità); vissuto in collegamento con il CDV; per promuovere nell’ambito della Parrocchia (o comunità), la pastorale vocazionale” (dal doc. dioc. 1980).

A partire da questa sommaria descrizione mi sembra doveroso approfondire il contenuto di ogni singola affermazione.

Attualmente sono circa 30 le parrocchie (su un totale di 130) che hanno scelto questa figura ministeriale.

Credo sia abbastanza facile immaginare che l’intuizione (e la scelta conseguente) per certi aspetti è stata profetica, e sicuramente proficua per l’intera pastorale.

Le iniziative diocesane, gli incontri di proposta e di orientamento vocazionale arrivano in modo preciso e puntuale ai destinatari.

Vengono evitati gli inutili doppioni (nel senso di incontri o iniziative nello stesso giorno).

Questo grosso fermento e circolarità di proposte ha prodotto anche un’altra benefica conseguenza: sono caduti molti pregiudizi sul seminario e sulla vita consacrata in genere.

I ragazzi, i giovani, vengono volentieri in seminario; le famiglie incoraggiano i loro figli a partecipare alle attività vocazionali.

Anche alcuni preti (nei limiti della loro disponibilità) partecipano di persona.

Va perciò sottolineata l’urgenza, che la scelta di ministerialità, è fondamentale per la vita stessa della Chiesa, per realizzare quella immagine di popolo di Dio che il Concilio ci propone.

Dove essa si è realizzata in modo preciso e stabile sono state compiute scelte davvero profetiche e i frutti non si sono fatti attendere (ragazzi e ragazze che scelgono la vita consacrata, famiglie aperte al dono del proprio figlio e della propria figlia, adulti che iniziano il cammino verso il diaconato permanente ecc.).

L’incaricato per le vocazioni non è perciò estraneo a questo clima di generale mobilitazione. Le Parrocchie che hanno fatto sin dall’inizio questo tipo di scelta, hanno poi maturato la necessità di legarla non ad una sola persona, ma ad un gruppo. Nasce così l’equipe vocazionale.

I compiti sono i medesimi, ma le finalità vengono raggiunte sicuramente in modo più organico e preciso.

Ci sono sicuramente stati dei limiti e ci sono tuttora. Penso di poterli riassumere nel rischio costante di isolamento cui l’IPV è esposto. Dove infatti esiste una generica volontà di collaborazione e di coordinamento, è ben difficile realizzare la dimensione vocazionale della pastorale.

 

 

La spiritualità dell’IPV

Il servizio dell’IPV passa anzitutto attraverso la sua testimonianza di vita. Concretamente in “uno stile di vita personale ispirato alla fede (preghiera, moralità, vita di Chiesa, vivere con autenticità la propria vocazione personale); una mentalità ecclesiale di servizio alla Chiesa e alle singole persone; una costante preoccupazione perché la Chiesa esprima tutte le vocazioni e aiuti ciascuno a conoscere la sua chiamata e a rispondervi con generosità e fedeltà” (dal doc. dioc. 1980).

Essere IPV non significa aver raggiunto un ruolo, avere finalmente un compito nella Chiesa della complementarietà e del servizio. In primo luogo significa vivere personalmente quelle dimensioni di gioia, di gratuità, di disponibilità al progetto di Dio che si vogliono proporre agli altri.

Dalla nostra esperienza, emerge questo dato con sufficiente chiarezza: non serve una persona (o più persone) per far funzionare meglio le cose, è necessario un cristiano che dia soprattutto testimonianza con la sua vita. Non è importante ‘fare molte cose’, ma aiutare e incoraggiare ogni operatore a fare la sua parte. La si potrebbe definire la spiritualità del quotidiano, per le sue caratteristiche di essenzialità e di estrema semplicità. Nel nostro CDV troviamo infatti IPV provenienti dalle più diverse esperienze (catechisti, animatori, mamme di famiglia, diaconi permanenti, religiose). Si cerca insomma la persona più adatta in quella determinata situazione pastorale. Non bisogna temere infatti i tempi lunghi, pretendendo risultati immediati.

A conclusione di questa “lettura critica” emergono due limiti abbastanza evidenti. 

Appare abbastanza chiaro il divario numerico tra le Parrocchie che hanno fatto la scelta dell’ IPV e quelle che per vari motivi non vi sono ancora giunte. E doveroso continuare sulla strada intrapresa, anche perché sempre più il sacerdote oggi si trova a perdere contatti con il mondo dei giovani, dei ragazzi. E rimasto solamente il rapporto sacramentale della confessione (o quando c’è, della Direzione Spirituale), ma sono sicuramente insufficienti per un vero e proprio accompagnamento vocazionale.

Il secondo limite è dato dalla scarsa partecipazione dei movimenti alla vita del CDV. La nostra diocesi, sotto questo profilo, si trova ad avere una ricchezza tale, che i frutti di una maggiore collaborazione potrebbero essere proficui per la Chiesa stessa.

Purtroppo ci troviamo di fronte ad un fenomeno che è di portata nazionale (e mondiale) e coinvolge la stessa impostazione teologico – ecclesiale. Non è mia intenzione addentrarmi in questo tipo di problematiche; neppure pretendo di giudicare qualcuno.

Ho semplicemente sollevato dei problemi, per mostrare come un cammino di Chiesa sia anche frutto di comunione e di convergenza di tutti nell’unica missione di salvezza per gli uomini d’oggi.