N.04
Luglio/Agosto 1987

Dall’animatrice vocazionale alla comunità vocazionale: indicazioni pratiche

Un’esigenza emersa e consolidata dall’esperienza è diventata il tema del Convegno annuale delle religiose animatrici vocazionali: “Dall’animatrice vocazionale alla comunità vocazionale”. (Convegno USMI 6-8 Febbraio 1987 – Relatori: P. Amedeo Cencini; D. Italo Castellani; D. Luca Bonari)[1].

Si è arrivati a maturare la consapevolezza che l’animazione vocazionale non è una “attività” delegata all’iniziativa di un “cireneo vocazionista”, che ne deve portare da solo il peso e la responsabilità, ma un dovere e una testimonianza legati intrinsecamente alla stessa consacrazione e perciò compito di ciascun consacrato.

Innanzitutto P. Cencini ci ha invitato a prendere sul serio – e non sul tragico – il fenomeno del calo delle vocazioni (stagione dell’ indigenza) e a cercare di leggerne invece attentamente le cause: la flessione numerica può essere vista anche come salutare, se pur dolorosa, opera di purificazione…

Si rende quindi necessario un primo atteggiamento di conversione, da parte nostra, che generi una nuova coscienza vocazionale e ci aiuti a valutare in maniera più obiettiva la realtà, ad intuire e far nostri alcuni criteri essenziali in ordine ad una corretta impostazione della Pastorale per le Vocazioni:

– pastorale vocazionale unitaria, intesa non come strategia, ha detto don Castellani, ma come modo di sentire la Chiesa e di sentirsi Chiesa, che sostiene con un’azione concordata i singoli cammini vocazionali che lo Spirito indica alla Comunità;

– condivisione della programmazione unitaria diocesana: con la loro diversità i religiosi sono una testimonianza della ricchezza carismatica e ministeriale della Chiesa;

– testimonianza di comunione frutto dello sforzo e della fatica del lavorare e del crescere insieme e della quotidiana ricerca di comunione con Dio nella preghiera e nella vita comunitaria.

 

Dobbiamo inoltre valorizzare i segni positivi che la crisi stessa ha provocato:

– la fioritura di nuove forme di vita consacrata, superando nostalgie di un certo passato, di un vecchio concetto di vita, di carisma e di vocazione;

– la riscoperta del carisma come determinante l’identità e la realizzazione della persona;

– una rinnovata e più positiva visione del mondo e della storia;

– un nuovo tipo di rapporto con la Chiesa, più partecipativo, che consente una maggiore più vasta condivisione;

– la centralità dei valori della persona, più responsabilizzata e coinvolta nella propria formazione e nei vari spazi operativi;

– una nuova immagine di comunità religiosa meno chiusa nei suoi problemi domestici e più aperta sul mondo.

 

Tutto questo ci deve aprire alla speranza. “Un popolo che cammina sperando, per le vie del mondo, è un popolo profeta”. L’immagine del popolo in cammino delinea anche la stagione vocazionale che caratterizza il nostro tempo: non più delega al singolo, ma neppure solo alla “Comunità vocazionale d’accoglienza”, che rimane pure luogo privilegiato per un’esperienza significativa in ordine al discernimento vocazionale, ma tensione verso il momento in cui ogni comunità di un Istituto diventa centro di annuncio e proposta vocazionale, e capace di accoglienza.

Una comunità diventa vocazionale quando e nella misura in cui il carisma la definisce nelle sue componenti strutturali e funzionali: se un carisma ispira davvero la vita, il pensiero, le scelte… nasce una realtà nuova; quando i suoi membri scoprono la convergenza di fondo tra progetto individuale e collettivo e la rendono operativa; quando ogni suo membro agisce con stile comunitario, cosciente cioè, che anche quando opera da solo egli agisce in nome della comunità e grazie ad essa.

E tutto questo vissuto nella Chiesa e per la Chiesa perché è in essa che un carisma nasce, e viene sempre donato in risposta a sue esigenze e a necessità della comunità degli uomini; è la Chiesa che lo riconosce come dono dello Spirito e ne è la depositaria e l’interprete.

Il dono di Dio non può restare chiuso in uno spazio ristretto: ha bisogno di ecclesialità, è missionario per sua natura. Dobbiamo allora immergerci nel mondo (nella mondanità) più di quanto facciamo; vivere non più i valori della nostra fede, della nostra consacrazione, della nostra spiritualità… per conto nostro, ma per gli altri; rischiare maggiormente, entrare nella storia, entrare là dove l’uomo costruisce la sua storia.

Per dire ad un giovane: “Vieni!” occorre incontrarlo, farsi trovare sul suo cammino – così ha concluso don Luca Bonari – e per dire: “Vedi!” bisogna essere trasparenti, credibili…

La nuova pastorale vocazionale sta allora non tanto in un nuovo modo di fare, in tecniche più o meno indovinate e aggiornate, quanto in un più qualificato modo di essere che dovrebbe già parlare da sé.

 

 

 

 

 

Note

[1] Sono riportate in questo breve articolo alcune delle istanze emerse dal convegno; chi fosse interessato a conoscere per intero le relazioni, peraltro interessanti, le può trovare nel N. 4 di “CONSACRAZIONE E SERVIZIO” – Aprile ‘87 – la rivista del Centro Studi USMI. Vi troverà inoltre “Progetti ed esperienze di Pastorale vocazionale” di tre famiglie religiose.