Giovani novizi missionari e animazione vocazionale
È possibile unire la “serietà”, il “deserto” che richiede un noviziato con l’apertura, l’accoglienza che richiede un centro d’animazione giovanile?
I pareri non sono unanimi. Secondo alcuni il noviziato è “disturbato” da troppi giovani in casa. Per altri il noviziato è invece troppo “chiuso” e dovrebbe essere più “aperto”.
Mettere d’accordo tutti non è facile ma i fatti dicono che è possibile e sono molteplici le esperienze di questo tipo in tutta Italia. Faccio riferimento solo a quella che sto vivendo, per non rimanere nel vago e per restare nel campo delle “esperienze”.
Un’esperienza
A Venegono Superiore, in provincia di Varese, esiste ormai da molti decenni, un noviziato dei Missionari Comboniani. Da quasi 20 anni esiste anche, nella stessa casa, un centro di animazione giovanile, chiamato GIM (Giovani Impegno Missionario).
Bisogna dire che la casa (un vecchio castello rimesso a posto) si presta particolarmente alla presenza e alla distinzione delle due attività.
Un’ala della casa è destinata soprattutto al centro di animazione e il resto al noviziato e alla comunità religiosa.
Centro giovanile e noviziato hanno i loro obiettivi e cammini diversi. Al centro giovanile lavorano due padri e una suora mentre i novizi fanno riferimento soprattutto al padre-maestro e alla comunità religiosa.
Ma vi sono momenti di incontro e collaborazione.
Le attività del centro giovanile hanno luogo innanzi tutto nella casa del noviziato. I giovani quindi “vengono e vedono”. Alcuni novizi poi, partecipano alle attività del centro, che hanno il loro fulcro in due giornate mensili che i giovani vivono in casa: una giornata “aperta a tutti”, a cui partecipano in genere un centinaio di giovani e una giornata più specificamente vocazionale a cui partecipano in genere dai 15 ai 30 giovani circa.
Alcuni di questi giovani partecipano inoltre anche ad altri “momenti forti” della vita del noviziato: la veglia natalizia, il triduo pasquale, la professione religiosa dei novizi.
Altri novizi collaborano inoltre alle varie attività di animazione missionaria nelle parrocchie.
I momenti di incontro tra giovani e novizi sono così numerosi e l’esperienza dice che questi incontri sono di reciproca utilità.
È possibile quindi tentare una valutazione, almeno approssimativa, sulla base di diversi elementi.
Valutazione
1. Il primo elemento di valutazione è dato da una constatazione che s’impone: praticamente ogni anno, da quando esiste, sono maturate vocazioni in questo centro giovanile. Ogni anno cioè, al termine di un cammino, qualcuno ha deciso di consacrarsi al Signore come prete, fratello, suora, laico consacrato. Ora i fatti contano più di tante teorie.
2. A questo risultato hanno contribuito senza dubbio molteplici fattori quali le capacità degli animatori, la disponibilità dei giovani, ecc. Ma un fattore importante è stato anche la presenza del noviziato e di giovani novizi in mezzo ai vari gruppi giovanili.
3. Se la testimonianza di un “eroe”, di un “personaggio simbolo” è molto utile in fase di proposta vocazionale (e difatti nelle giornate GIM si ricorre sempre alla testimonianza di uno di questi personaggi), la testimonianza di un giovane novizio “più vicino” alla propria personalità, è molto importante in fase decisionale.
4. È la fase del passaggio dall’ideale percepito, sognato, ma una decisione esistenziale in quella direzione. Per questa fase è molto importante la presenza di “modelli feriali”, di “mediatori”, di persone molto vicine al mondo del giovane che dicono che “quella scelta è possibile”.
5. Il giovane novizio o studente che arriva in un gruppo giovanile non arriva in genere con l’aureola di grandi imprese compiute, né con la fama di un “personaggio simbolo”. All’inizio viene accolto e valutato secondo le sue qualità naturali, “come uno dei tanti”. Ma presto o tardi, nel gruppo sorgono delle domande: “ma perché ti fai prete, missionario?… non hai paura di questo, di quello? e poi, com’è che tu non te la prendi mai, ecc…?”. Per il giovane in ricerca nasce qui in genere un sottile meccanismo che si può ricondurre al famoso “si isti et istae, cur non ego?”. È in genere questa molla a far cadere le ultime resistenze e a condurre il giovane a parlare del suo progetto vocazionale.
6. Se tutto questo è vero per i giovani incontrati dai novizi, posso costatare più direttamente quanto succede nei novizi ed anche qui devo dire che gli effetti sono quasi sempre positivi:
– la preghiera personale e comunitaria ne viene stimolata,
– i novizi si sentono coinvolti nel cammino vocazionale dei giovani,
– questi incontri aiutano i novizi a superare la tentazione di una facile “routine” all’interno dell’ambiente formativo che è raramente “stimolante” come certi “momenti privilegiati” che si vivono nei brevi spazi di un ritiro, di un campeggio o di una tre giorni,
– li aiutano a “vivere” quello che sono chiamati a testimoniare agli altri,
– li aiutano a trovare delle risposte sempre più vere alle domande che si sentono rivolgere dai giovani,
-infine, il ricordo delle difficoltà superate “quando anch’essi stavano per decidere” li aiuta a superare le difficoltà presenti delle nuove proposte del cammino formativo.
Credo quindi di poter concludere che questi incontri, questa reciproca presenza, sono utili sia ai novizi che ai giovani che essi incontrano.Ovviamente ci sono anche le delusioni, i fallimenti, c’è anche il novizio che a un certo punto “lascia”. Ma anche questo ha un suo aspetto positivo: i giovani apprezzano anche la libertà che esiste all’interno di un ambiente e la libertà che un giovane ha di far marcia indietro se verifica che la sua opzione non era quella giusta. La “verità” di una scelta, di un’opzione, ha una sua forza di attrazione e di convincimento che suscita sempre rispetto.