N.01
Gennaio/Febbraio 1987

Le comunità ecclesiali di base: luogo pedagogico alla vocazione-missione del popolo di Dio

 

 

Cosa sono

Non essendo un nuovo movimento nella Chiesa (tutt’al più vogliono essere “per” una Chiesa in movimento) né nuove associazioni (non hanno infatti statuti o tesseramenti vari) e neppure gruppi ecclesiali (i gruppi sono più di tipo categoriale: solo giovani o solo intellettuali o solo operai o solo handicappati…) le CEB vogliono essere:

– una cellula di Chiesa dislocata nelle zone piuttosto periferiche della parrocchia allo scopo di avvicinare i lontani che oggi costituiscono l’80% del popolo di Dio che è in Italia;

 

– una articolazione più piccola di Chiesa atta a rinnovare la parrocchia in modo tale da decentrare sia la catechesi come la pastorale dando vita ad un passaggio ormai obbligato dalla “Chiesa-tempio” alla Chiesa “popolo di Dio in cammino”, dalla “Chiesa-culto” alla Chiesa “impegno nel territorio”; dalla parrocchia “massa di anonimi” alla parrocchia “comunità di cristi-fideles”;

 

– una sorta di vasi capillari che attraverso gli incontri di catechesi permanente nelle case, nei garages, nelle sale dei condomini, siano in grado di diffondere il sangue ossigenato di Vangelo in tutte le parti anche recondite del Corpo di Cristo presente nelle parrocchie.

 

La novità della loro presenza nuova nella Chiesa d’oggi sta nel fatto che esse – oltre alle caratteristiche sopra elencate – hanno una diretta responsabilità sulla parte del territorio parrocchiale loro affidata dal Parroco. La parrocchia decentrata in zone pastorali affidate alla cura pastorale delle CEB risulterebbe in tal modo come “parrocchia comunione di comunità”.

Il quadro più completo della loro identità penso si abbia rifacendosi all’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI (n. 58), così come al recente Sinodo straordinario dei Vescovi (n. 6/C), agli Atti di Medellin e di Puebla e al Piano pastorale per gli anni ‘80 della CEI (nn. 45 e 46). A chiusura dell’XI Convegno nazionale delle comunità ecclesiali di base d’Italia svoltosi a Roma nel maggio del 1985 Giovanni Paolo II ha benedetto e apprezzato ufficialmente l’identità e il ruolo delle CEB.

 

 

Vocazioni e Ministeri

I laici si inseriscono nelle CEB portando avanti in prima persona il progetto del rinnovamento pastorale della parrocchia, sempre sotto la guida illuminata e illuminante dei propri pastori.

I laici cioè – a partire dagli adulti, dagli ultimi e dai poveri – attraverso le CEB non sono più soltanto “oggetto”, ma “soggetto” di evangelizzazione e promozione umana. Col tempo in tal modo potrà essere finalmente il laicato ad evangelizzare il laicato.

Infatti ogni CEB è formata da laici che sistematicamente si incontrano attorno all’ascolto della Parola di Dio, nella preghiera e nel servizio vicendevole all’interno della comunità così come all’esterno, nell’ambito del quartiere e a partire da esso, in collaborazione con le altre CEB e con le altre realtà sociali ed ecclesiali nella città.

In tale contesto non essendoci nelle CEB un particolare “leader”, tutti i membri si sentono profondamente responsabili e partecipi della vita della CEB. Hanno coscienza che essa è un “affare di tutti”; che tutti – sia pure con funzioni diverse – devono formare un solo, unico corpo ecclesiale; che tutti sono incaricati di far crescere la comunione fraterna ed esercitare un servizio multiforme. Nessuno nella CEB è “disoccupato” o “privilegiato”; perché vivendo insieme la stessa fede dentro la stessa situazione ambientale da un lato ci si pone prima o poi la domanda: cosa vuole Dio da me? Qual’è la mia vocazione specifica? Dall’altro lato, volenti o nolenti ci si trova di fatto di fronte a delle situazioni talmente bisognose di soluzione da indurre ogni membro di comunità a mettersi subito a servizio. Pertanto tutti trovano e ricevono prima o poi, una funzione da svolgere.

Nascono in modo spontaneo all’interno della comunità i vari servizi e ministeri quali quelli legati al servizio della Parola (l’evangelizzazione) al servizio della preghiera (la liturgia), al servizio socio-culturale (la carità).

Nasce così il ministero dell’animatore. Egli ha il compito di orientare e moderare il dialogo comunitario, perché la Parola di Dio venga assimilata e provochi un cambiamento di vita in ogni membro della CEB. Egli non è né il “sostituto” del parroco, né un “leader” religioso: è solo un servitore della comunità, capace di captare i bisogni della comunità, creare un clima di serenità, condurre il dialogo valorizzando gli interventi di tutti, stimolando e promuovendo il collegamento con le altre CEB.

Nasce il ministero del coordinatore. Egli può essere definito il “servo dell’ambiente”, è cioè colui che conosce i bisogni dell’ambiente e li esprime alla comunità; ha il compito di convocare la comunità, preparare la sede, fornire mappe del quartiere e sussidi vari. Egli informa la CEB sulla situazione del territorio stimolandone l’impegno nelle questioni inerenti al territorio.

Nascono i ministeri del catechista per annunciare il Vangelo ad adulti o a bambini, della guida liturgica per preparare e condurre funzioni sacre e veglie di preghiera, del cantore per esprimere attraverso il canto l’esperienza della comunità.

La comunità ecclesiale di base non vive però solo di ascolto della “Parola di Dio”, ma anche di ascolto di quella che noi definiamo la parola dell’uomo”, la riflessione cioè sulle esigenze e sui problemi del territorio in cui la comunità si situa, lo studio della cultura e dei costumi del quartiere, dei problemi di povertà, di emarginazione, di sofferenza presenti nella zona di cui la CEB è responsabile. Così a poco a poco, in modo graduale ma progressivo, i membri della CEB compiono un cammino di conversione che non è solo spirituale ma anche socio-culturale. E con la nascita di una coscienza sociale e politica, nell’esperienza fattiva e concreta di solidarietà soprattutto con i più deboli, emergono compiti diversi che da un lato aiutano la crescita culturale, sociale e politica della comunità in quanto tale e, dall’altra, proiettano la comunità nel mondo a partire dal piccolo territorio in cui la CEB si colloca. È così che dal cuore stesso della CEB, nell’ascolto delle molteplici esigenze sociali nascono servizi plurimi.

In questo contesto fortemente vocazionale la funzione del Sacerdote – nell’ambito dello sviluppo della ministerialità laicale della Chiesa – non solo non diminuisce ma acquista una valenza e una importanza sempre più necessaria, urgente, insostituibile: la funzione di spezzare il pane, assolvere, fare direzione spirituale, garantire la Parola, guidare la pastorale unitaria della parrocchia. Il Sacerdote infatti non ha tanto la “sintesi dei ministeri” quanto piuttosto il “ministero della sintesi”.

 

 

Conseguenze teologiche

Dall’analisi di questo tipo di esperienza, qui presentata solo nelle sue linee generali, emergono alcune linee di fondo.

 

1. Il passaggio dal binomio dualistico “clero-laicato” al binomio complementare “comunità-ministeri”. La CEB è Chiesa e quindi come Corpo di Cristo è un unico “popolo di Dio” dentro di cui ci sono mansioni, funzioni, ruoli e compiti diversi dal Presbitero all’animatore della pastorale, dalla consacrata laica alla madre di famiglia.

Cade così la pericolosa separazione tra clero (che ha in mano l’esercizio della pastorale ecclesiale) e laicato (maggioranza passiva senza attività pastorale) e si afferma una nuova pastorale in cui ogni battezzato è “agente religioso” detentore del compito di distribuire i beni “religiosi” e di parlare in nome di Dio. La comunità ecclesiale è una: tutta intera comunionale, tutta intera ministeriale, tutta intera missionaria. Ovviamente con funzioni e compiti diversi: alcuni per l’essere altri per il benessere della Chiesa.

 

2. Il laico diventa fattore e soggetto responsabile non perché “delegato” dal clero a compiere alcune mansioni apostoliche, ma perché deputato a ciò direttamente da Cristo e dalla Chiesa (cfr. LG 33). Il laico non fa da “scorta”, ma è Chiesa a pieno titolo e la sua parte è essenziale e necessaria, non sostituibile da nessuno, né religiosi, né sacerdoti (cfr. Giovanni Paolo II, Ai movimenti di apostolato dei laici, Parigi 31/5/1980).

 

3. Le CEB nascono nelle basi popolari ed educano il popolo alla fede a partire dalla concretezza dei bisogni e delle esigenze del luogo. In tal modo il laico non viene tolto dall’ambiente in cui di solito vive, né viene formato secondo parametri e ottiche che sono di “altri” ma al contrario riscopre e vive in autenticità ogni giorno una formazione prettamente “secolare” qual’è quella che proprio in quanto laico egli deve avere. Egli è chiamato a germogliare e dare frutti là dove Dio lo ha seminato.

 

 

Pastorale vocazionale

Nella parrocchia di S. Maria in Ognina ove svolgo il mio ministero sacerdotale come parroco, così come nell’ambito del CDV di Catania di cui sono direttore da alcuni anni, portiamo avanti i seguenti orientamenti vocazionali:

 

a. Tutti siamo “chiamati” a prestare un particolare servizio nella Chiesa di Dio: chi come padre o madre di famiglia, chi come catechista, chi come operatore pastorale in favore dei vari bisogni del popolo di Dio, chi come religioso o religiosa, chi come consacrato laico, chi come sacerdote: tutti i battezzati formiamo un popolo di carismatici e quindi di servitori. Le vocazioni di speciale consacrazione sono “segno” espressivo ed esemplare della vocazione di ogni battezzato.

 

 b. Il luogo più idoneo per la genesi e lo sviluppo delle vocazioni è la comunità ecclesiale. La comunità cioè – sotto l’influsso sempre donativo e profetico dello Spirito – è il vero “seno materno” delle vocazioni sia laicali sia di speciale consacrazione. Ogni vocazione è quasi sempre frutto di con-vocazione. In realtà in questi anni sono molti i battezzati che hanno riscoperto la loro specifica vocazione: parecchi di loro attraverso le piccole comunità hanno anche imboccato la strada del sacerdozio e della vita religiosa.

 

c. Essendo la vita delle CEB incentrata nella Parola di Dio, nell’Eucaristia, nell’esercizio della carità, le vocazioni vengono provocate e coltivate sempre in un contesto di “preghiera”. Sono le innumerevoli e forti iniziative di preghiera che diventano la vera scuola, l’autentica fucina da cui escono alimentate e irrobustite le varie vocazioni. Il secondo martedì di ogni mese in una grande Chiesa di Catania – così come in altre città d’Italia – le piccole comunità organizzano “veglie di preghiera” a dimensione vocazionale dalle 19 alle 21. Sono diverse centinaia i giovani che vi partecipano.

 

d. Essendo i poveri in realtà non solo lo stimolo e la palestra delle vocazioni nella Chiesa ma anche la vera prova del nove di ogni “chiamato”, occorre sviluppare sempre più il servizio tra gli ultimi. E il servizio tra i poveri la vera “prova del nove” di ogni autentica scelta vocazionale. E ogni CEB: nasce con i poveri, lavora per la liberazione integrale dei poveri, vive da povera tra i poveri. Tra i poveri di tutte le “povertà”.